Abdón Porte, “il fantasma del Parque Central”

Nel calcio le bandiere non scompariranno mai. I soldi potranno comprare qualunque cosa, persino la felicità; talvolta avranno il potere di addestrare i giocatori al ruolo di trepidi soldati mercenari all’interno di una guerra combattuta fra società calcistiche.

Il fenomeno odierno del calcio mercato ha sicuramente avvalorato con forza questo assioma moderno.

La storia del calcio dimostra, però, che le cose possono andare diversamente, perché i calciatori sono esseri umani e, in quanto tali, possono amare una squadra o un club, al punto tale da un volersene mai separare.

È il caso di Zanetti dell’Inter, Del Piero della Juventus, Giggs del Manchester United, di Matt Le Tissier, “Dio” di Southampton: per non parlare del pittoresco Sait Altınordu, bandiera per 27 stagioni del club da cui prese il proprio cognome.

Ma se il fenomeno delle bandiere è vivo tutt’oggi, in un momento in cui i calciatori sono trattati come celebrità professioniste superpagate, immaginate cosa poteva essere un tempo, quando chi giocava lo faceva solo per passione e per l’urlo della folla.

La storia del calcio degli albori abbonda di giocatori che hanno vissuto per la propria squadra. Qualcuno è anche morto per onorare la propria bandiera, per servire la propria fede: questa è la storia di uno di loro.

Questa è la storia di Abdón Porte, “il fantasma del Parque Central”.

“Era un tipico uomo difensivo dallo stile combattivo, tenace centromediano in un periodo brillante del calcio orientale.

Abdón Porte era notevole, con virtù e qualità straordinarie, difensive e di costruzione, ben conosciute e ricordate per lungo tempo dagli appassionati di una volta.

Era un ragazzone buono, amico degli amici, portato a fare del bene, mansueto in campo anche quando lo buttavano per terra.” (*1)

Innamorato del fútbol

Giunto sul finire del XIX° Secolo, e introdotto dai pionieri inglesi che per lavoro visitavano un Paese ai tempi in forte espansione economica, il calcio in Uruguay si diffuse immediatamente e in breve tempo divenne lo sport nazionale.

La Nazionale uruguaiana fu, nelle prime decadi della storia del calcio, la squadra più forte al mondo, portando un Paese con poco più di 3 milioni di abitanti a vincere fino al 1930 ben sei edizioni della Coppa America, due Olimpiadi e il primo Mondiale di Calcio della storia, conquistato sconfiggendo in finale i cugini ed eterni rivali dell’Argentina.

Anche se il campionato locale rimase a lungo dilettantistico, i migliori giocatori del mondo dell’epoca erano uruguaiani ed esaltavano le folle con le loro magie, esprimendo un gioco che, grazie all’influenza dell’ingegnere ferroviario e centromediano scozzese John Harley, si era ben presto trasformato dal tipico “calcia e corri” inglese in un fraseggio elegante e ben articolato.

In questo splendido e pittoresco contesto calcistico abbondavano i gesti tecnici, con tanti colpi di prima e numerosi virtuosismi tipici del Sud America, ma non mancava certo, la “garra“, propria di popoli orgogliosi e combattivi come gli uruguaiani.

Questo straordinario miscuglio di fisicità e arte aveva conquistato in fretta il cuore del popolo, e in breve il calcio era divenuto una religione.

Abdón Porte, anima Nacional

Abdón Porte era un bambino o poco più, quando il fútbol cominciò a diffondersi nel paese ed entrò nella sua vita.

Quando fosse nato non è chiaro ancora oggi, ciò che sappiamo con certezza è che giunse nella grande città di Montevideo dalla periferia, intenzionato a diventare un calciatore vero e proprio poco più che ragazzo.

Noto come “El Indio” per via dei tratti somatici che tradivano origini Charrúa, Porte era, come il suo ruolo esigeva, un centromediano elegante ma di sostanza, paragonabile ad un mix tra il moderno regista arretrato e un duro stopper.

Entrato nel Colòn Montevideo, divenne un punto fermo della squadra per poi trasferirsi, dopo un breve periodo speso nel Libertad, al Nacional.

La compagine, i cui giocatori sono noti tuttora come Tricolòres, rappresentava lo spirito indipendente e nazionalista dei giovani urugaiani, che si ribellavano ai tanti stranieri – soprattutto inglesi – protagonisti dei primi campionati di calcio locali.

Pilastro Tricolòr

Abdón Porte fu il pilastro di quella squadra, l’anima, e la guidò immediatamente al trionfo in campionato nel 1912, a cui seguì una tripletta di vittorie (1915, 1916, 1917) che la portarono a diventare una delle grandi del calcio in Uruguay.

Los Parquenses, altro soprannome che derivava dal nome dello stadio dove il Nacional giocava, il Gran Parque Central, potevano contare anche su altri leggendari campioni, come gli attaccanti Ángel Romano e Héctor Scarone, quest’ultimo per molti il miglior calciatore uruguaiano di sempre.

Tuttavia tutti erano unanimi nel riconoscere a El Indio un’enorme importanza caratteriale e nella fase difensiva: Abdón Porte era il collante, l’animo pratico e combattivo di una squadra che a volte rischiava di specchiarsi troppo nella sua immensa classe.

Non semplicemente un calciatore, per Porte il fútbol era tutt’altro che un gioco: l’urlo della folla del Parque Central, i trionfi, lo spirito stesso del club viaggiavano all’unisono con questo giocatore, che in Nazionale prese parte alla spedizione che vinse la prima Coppa America pur non venendo mai schierato dal CT Ramòn Platero.

Il commissario tecnico dell’Uruguay cominciava infatti ad intravedere in Porte i primi segnali di un declino fisico e tecnico evidente: nonostante non avesse nemmeno trent’anni il giocatore sembrava perdere colpi per motivi sconosciuti.

In un’epoca dove non esisteva alcuna preparazione atletica se non qualche sommaria corsetta, e dove la cura della propria persona non aveva tante informazioni come adesso (diffusissimo l’uso di alcol e tabacco) Abdón sembrava in procinto di finire in panchina ma non riusciva a farsene una ragione; per lui quello sport e il Nacional significavano tutto, e mai avrebbe giocato per qualsiasi altra squadra.

Un fatale declino

Se solo non si fosse così follemente innamorato del football e del Nacional, probabilmente oggi Abdón Porte sarebbe ricordato semplicemente come uno dei primi grandi pionieri del calcio in Sud America.

Invece le cose andarono in maniera diversa, e nel 1918, Porte varcò la dimensione “umana” per entrare in quella del mito.

La stagione successiva alla deludente spedizione con la Nazionale per la Coppa America, fu quella del definitivo declino per Porte: con frequenza sempre maggiore, sia tra i tifosi che nel comitato dirigente fu messo in discussione il suo utilizzo a discapito di giocatori più giovani, rapidi e solidi.

Il suo sostituto, il giovane e grintoso Alfredo Zibechi prelevato dai Montevideo Wanderers, dopo avergli sottratto il posto in Nazionale stava ripetendo la stessa cosa nel Nacional. Una cosa inevitabile, un ricambio generazionale che è da sempre nell’ordine delle cose nello sport, ma che Porte non riusciva ad accettare.

El Indio” si trascinava stanco e triste per il campo, pallido ricordo del campione di un tempo, nel penoso tentativo di non arrendersi al tempo che passa, sforzandosi di essere sordo ai fischi che per la prima volta piovevano verso di lui dagli spalti, gli stessi che per anni ne avevano applaudito le gesta.

La notte del 4 Marzo del 1918, dopo l’abituale festa in sede che veniva svolta dal Nacional dopo ogni gara di campionato, il comitato che dirigeva la squadra comunicò a Porte che dalla gara successiva il suo posto sarebbe stato preso definitivamente da Zibechi.

Nessuno poteva saperlo, ma quella decisione fu fatale: Porte salutò tutti dicendo che era stanco, e sarebbe andato a casa.

Ultima notte sul campo

La casa – dicevano gli antichi – si trova laddove si trova il cuore, e Abdón non si diresse quindi verso la propria abitazione. Andò invece in tram fino al Parque Central, lo stadio del Nacional, quello che lui considerava la sua vera casa, teatro delle tante battaglie che aveva combattuto con i suoi compagni, indossando il glorioso “Tricolòr” del Nacional.

Probabilmente rimirò a lungo le tribune, ricordando quante volte esse avevano cantato il suo nome, quante volte quel campo lo aveva visto trionfatore insieme ai suoi compagni.

Quindi, verso le due di notte, raggiunto il centro del rettangolo di gioco, in quella che era la “sua” posizione in campo, si sparò un colpo di pistola al cuore, lasciando nello stesso momento il calcio e la vita, ormai indissolubilmente fusi in una cosa sola.

“Dopo la partita contro il Charley, per la stagione del 1918, il comitato del Nacional decise di spostare Alfredo Zibechi al centro. Porte fu rimpiazzato. Sarebbe stato una riserva.

Non poteva sopportare il colpo: scrisse un biglietto, camminò fino al Parque Central e sul vecchio campo da gioco sul quale brillò e che fu teatro delle sue più grandi prodezze, in quella che era la sua posizione mise fine alla sua vita.

Cinque giorni dopo il Nacional giocò una partita con il Wanderers a beneficio della famiglia di Porte. Assistemmo a quel confronto in cui aleggiava il ricordo dell’Indio.

Quando gli occhi distratti muovevano lo sguardo verso il centrocampo cercavano Porte. Lì lo avevamo visto molte volte, lì si era spento. E casualmente anche la vecchia torre del mulino continua a guardare proprio lì.”  (*2)

Nacional aunque en polvo convertido

Fu nel centro del campo, riverso in una pozza di sangue, che lo trovò il custode dello stadio il giorno successivo. In mano due lettere, una per la madre e una per il Presidente del Nacional José Maria Delgado.

“Nacional anche quando sarò polvere.
E anche in polvere sempre amante.
Non dimenticare mai un istante
quanto io ti abbia amato.
Addio per sempre.”

Nelle lettere Porte si scusava per il suo gesto e chiedeva di essere seppellito nel “Cementerio de la Teja” a fianco dei suoi idoli, i fratelli Bolivàr e Carlitos Cespedes, autentiche icone del club prima di Porte e morti di vaiolo nell’epidemia del 1905. La sua richiesta fu accolta, e fu lo stesso padre dei Cespedes a occuparsi della sepoltura.

Tutto il calcio urugaiano fu sconvolto nell’apprendere la notizia della morte di Abdón Porte, molti club mandarono fiori e ci fu grande commozione tra compagni e tifosi, che in qualche modo si sentirono responsabili della fine di un uomo che non voleva arrendersi allo scorrere inesorabile del tempo.

Noi, dal canto nostro, lo ricorderemo più romanticamente come un entusiasta della disciplina, un uomo che amò lo sport e il proprio club fino alle estreme conseguenze.

Per il sangue di Abdón

I suoi compagni, sotto shock, persero un campionato che sembravano avere in pugno, ma la stagione successiva il Nacional tornò al trionfo, dedicandolo proprio a Abdón, martire e simbolo.

Suo nipote Roberto, cresciuto nel “Tricolòr” e di ruolo attaccante, sarà un vero campione. Vincerà sei titoli nazionali, giocherà sia con la Nazionale dell’Uruguay che con quella dell’Italia (di cui prenderà la cittadinanza in seguito ad un’esperienza con l’Ambrosiana-Inter) e poi sarà anche CT della “Celeste” nel fallimentare Mondiale del 1974.

“Perché si uccise? Perché si annidava nel suo cuore e in tutto il suo essere il desiderio di vestire sempre il tricolore, e quando le gambe appesantite dalla vittoria cominciarono a cedere, piuttosto che affrontare la crudele prospettiva di essere eliminato dalla squadra, optò per il suicidio.” (*4)

Il fantasma del Parque Central

Ancora oggi, in ogni partita del Nacional Montevideo, nella curva a lui dedicata dello stadio Parque Central (uno dei pochi dell’epoca ancora utilizzati) i tifosi espongono uno striscione che incita i calciatori in campo a dare tutto quello che hanno “per il sangue di Abdón”.

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E se lo stadio Parque Central, dopo oltre un secolo, rimane ancora in piedi quando tutti gli stadi dell’epoca sono stati sostituiti, forse il merito è anche di Abdón Porte.

El Indio”, il fantasma del Parque Central, il cui sangue è stato versato come eterno atto d’amore per il football e per il Nacional di Montevideo.

“Il Nacional era il suo ideale.
Lo amava come il credente la fede,
come il patriota la bandiera.”
(Numa Pesquera, dirigente del Nacional ai tempi)

Abdón Porte

(Poesia di Sara Provasi)


SITOGRAFIA:

BIBLIOGRAFIA:

  • Scapinachis, Luis (1964) Gambeteando frente al gol: anécdotas y relatos deportivos