Anatoli Kozhemyakin

Anatoli Kozhemyakin, il tragico destino del “nuovo Streltsov”

Esiste forse per ognuno di noi un destino già scritto al quale non possiamo sottrarci?

Quanto può incidere un attimo, un’indecisione, una scelta apparentemente semplice e banale, sulla nostra vita?

Siamo realmente padroni del destino o semplici foglie in balia del vento?

Sono domande che quasi chiunque si è fatto nel corso della propria vita, domande inevitabilmente destinate a non avere risposta. Non sapremo mai davvero se il destino di ognuno di noi sia già scritto, certo è che esistono storie che ci costringeranno sempre a riflettere su questo tema, e quella che racconta la breve vita e la tragica morte di Anatoli Kozhemyakin è indubbiamente una di queste.

Anatoli Kozhemyakin, talento ribelle

E allora chissà quale sarebbe stato il futuro di uno dei più grandi talenti mai espressi dal calcio sovietico – che qualcuno già all’esordio aveva definito “il nuovo Streltsov” – se avesse seguito il consiglio del suo club, la Dinamo Mosca, di restare a casa e riposarsi invece di uscire; chissà cosa sarebbe successo se invece di trascorrere la notte a casa di un amico avesse pregato la moglie di farlo entrare in casa; chissà se la tragedia che si consumò a Mosca la mattina del 13 ottobre del 1974, e che pose fine alla sua vita ad appena 21 anni, si sarebbe verificata senza quel terribile infortunio avvenuto quasi esattamente un anno prima, nel momento migliore di una carriera appena iniziata che lo stava finalmente consacrando come una stella dal futuro più che luminoso.

Episodi legati tra loro da un filo sottile, che lo portarono a trovarsi chiuso in un ascensore – le porte aperte a forza – uno spazio stretto da cui passare per ritrovarsi libero, il timore – gridato all’amico che lo attendeva dall’altra parte – di sporcare i jeans a cui tanto teneva, simbolo del suo carattere ribelle e insofferente alla morale comune nell’Unione Sovietica degli anni ’70.

“Qualcuno ha bisogno di un idraulico?”

Proprio in jeans si era presentato al primo allenamento della Dinamo Mosca, scelto personalmente dal grande allenatore Konstantin Beskov dopo aver dato spettacolo a livello giovanile. Attaccante longilineo, non molto robusto ma rapido e capace di giocare su tutta la linea offensiva, Anatoli Kozhemyakin aveva ricevuto in dote da madre natura un talento innato, eccezionale, che gli permetteva di tenere incollato al piede il pallone mentre avanzava quasi inarrestabile verso la porta avversaria.

Era sicuro di sé, forse persino troppo, perché presentarsi in jeans nello spogliatoio di una delle più forti squadre in circolazione, quella in cui stava concludendo la carriera l’iconico portiere Lev Jašin, nell’Unione Sovietica di fine anni ’60 era quasi una sfida. Sarebbe stato proprio “il Ragno Nero”, unico estremo difensore capace di vincere il Pallone d’Oro nella storia, a chiedere ai compagni, dopo averlo squadrato, se qualcuno avesse per caso chiamato un idraulico.

Un talento fuori dal comune

La sua prima partita da titolare Kozhemyakin l’avrebbe giocata, appena 17enne, pochi giorni più tardi contro il Chernomorets. Una buona prestazione, un palo che gli aveva negato l’esordio con gol, diverse giocate che avevano colpito i giornalisti presenti in tribuna. A fine gara questi avevano chiesto proprio a Jašin un parere su quel giovane talento di cui tutti già parlavano, domanda a cui il portiere della Dinamo, ormai prossimo al ritiro, aveva risposto così: “Il ragazzo ha talento, ma questo non servirà a niente senza l’impegno”.

Un giudizio apparentemente severo, in realtà paterno, affettuoso, arrivato da un campione che aveva affrontato i migliori e che probabilmente riteneva che con l’approccio corretto e la giusta dose di fortuna anche il piccolo Kozhemyakin avrebbe potuto far parte della ristretta élite dei grandissimi.

Nel 1972 Anatoli Kozhemyakin è ormai una stella già affermata: a dispetto dei suoi 19 anni si è guadagnato un posto di rilievo nella squadra capace di raggiungere la finale di Coppa delle Coppe. Vive la vita al massimo, approfittando delle trasferte in Europa per coltivare la sua passione per la musica rock, per le birre estere, per quei jeans che gli erano valsi il sarcasmo iniziale dei compagni, conquistati in seguito con un colpo di classe dietro l’altro.

Meglio di Blochin

Ben presto i suoi estimatori crescono di numero in modo esponenziale: merito forse dei 7 gol in 5 gare messi a segno nell’Europeo Under 19 del 1971, in cui brilla al punto da oscurare futuri fenomeni come il portoghese Rui Jordão, l’inglese Trevor Francis, persino il compagno di reparto nell’Unione Sovietica Oleg Blochin.

Futuro Pallone d’Oro, il gioiello della Dinamo Kiev appare inferiore a Kozhemyakin, che viene immediatamente definito “il nuovo Streltsov”, l’erede cioè di quello che è quasi all’unanimità considerato il miglior attaccante sovietico della storia, un “Pelé bianco” che avrebbe trascorso gli anni migliori in un gulag, inviso al regime, a lottare per sopravvivere.

Un incanto che sembra già dissolversi quando le prestazioni diventano sempre più altalenanti e poi anonime, il gol quasi un lontano ricordo: si dice che frequenti cattive compagnie, che si sia montato la testa, che manchi del carattere e della determinazione che trasformano il talento in campione. Si parla di ritardi agli allenamenti, di insofferenza nei confronti delle autorità, di svogliatezza e di possibili punizioni esemplari in arrivo.

La svolta

Forse sono soltanto voci, messe in giro da chi non ha mai accettato il suo anticonformismo, o forse è vero ed è semplicemente naturale per un ragazzo di 19 anni diventato un uomo troppo in fretta. Non lo sapremo mai, anche perché questa flessione dura lo spazio di pochi mesi: tutto cambia quando Anatoli si sposa, e messa la testa a posto si dedica unicamente al calcio.

Nel 1973 segna un gol dopo l’altro e si parla di lui per un possibile ritorno in Nazionale: lui ci crede, ma è consapevole che per battere la nutrita concorrenza – neanche Blochin riesce a trovare spazio – servono prestazioni da stropicciarsi gli occhi e numeri inequivocabili.

L’inizio della fine

È per questo che il 14 ottobre del 1973, dopo aver già messo a segno due reti in un match contro il Dnipro, si getta disperatamente su un pallone vagante a tempo ormai scaduto per cercare il tris: il portiere avversario arriva con un attimo di anticipo, agguanta la sfera e finisce però per franare sul ginocchio di Kozhemyakin, che urla dal dolore.

La diagnosi è implacabile: rottura del legamento crociato, un infortunio tanto grave da far temere a tutti che la carriera del “nuovo Streltsov” possa fermarsi lì, quasi ancora prima di cominciare.

Dopo una serie di consulti medici arriva l’operazione, quindi una convalescenza lunga ben 8 mesi. Quando nel settembre del 1974 Anatoli Kozhemyakin può finalmente scendere di nuovo in campo, accolto dagli applausi festanti di una folla commossa, nessuno può dire se il suo talento tornerà a brillare o se sia stato irrimediabilmente perduto con l’infortunio. Dopo 90 minuti giocati in modo perfetto, a detta di chi ha visto la gara, la risposta sembra essere scontata: il campione della Dinamo è tornato.

L’ultima serata

E invece nelle gare successive il suo rendimento scende, e scende costantemente nonostante il grande impegno profuso. Anzi, è proprio quest’ultimo il problema secondo i medici del club: Anatoli si impegna troppo, ha voluto bruciare i tempi, ha spremuto eccessivamente il suo fisico debilitato e adesso ne paga le conseguenze. Per questo, prima dell’importante derby contro la Torpedo, il tecnico Gavriil Kačalin lo esclude dall’undici titolare, consigliandogli di riposarsi per tornare al meglio.

Libero per una volta dagli impegni calcistici che gli impongono uno stile di vita quasi monastico, provato da un anno trascorso tra il timore di non poter più giocare e il dolore di un recupero su cui in pochi avrebbero scommesso, Kozhemyakin ritiene che non ci sia niente di male nel concedersi una serata di libertà: contatta alcuni amici e si precipita al concerto dei Mashina Vremeni (“Time Machine”), pionieri del rock in Unione Sovietica e tra le sue band preferite.

Quando torna a casa è ormai passata da un pezzo la mezzanotte: la moglie, infastidita da un atteggiamento che considera poco maturo per un ragazzo che è già padre di famiglia, lo allontana in malo modo. Si ritrova a dormire da un amico, la ferma intenzione di chiarire tutto rimandata al giorno successivo.

Un destino terribile

Improvvisamente, l’ascensore che sta portando i due amici al piano terra si blocca. È un malfunzionamento, e forse basterebbe restare calmi e aspettare i soccorsi. Ma nessuno risponde al pulsante di chiamata, e quando improvvisamente le porte si aprono la soluzione appare evidente. L’apparecchio si è fermato tra il 4° e il 3° piano, resta uno spazio di mezzo metro in cui scivolare per ritrovarsi nuovamente liberi. L’amico è il primo a lanciarsi, quindi invita Anatoli a fare altrettanto mentre il campione ha un momento di indecisione, e quando infine si decide gli confessa che ha paura di sporcare i preziosi jeans.

Saranno le sue ultime parole.

Improvvisamente come si era fermato, l’ascensore riprende la sua corsa mentre Anatoli Kozhemyakin si trova nel mezzo: la stella della Dinamo Mosca non ha forse neanche il tempo di accorgersene – l’amico racconterà che non emetterà un solo grido – e in un attimo la sua vita si conclude, le ossa frantumate, un incidente terribile quanto inconsueto, una leggerezza punita nel più terribile dei modi e che priva il calcio sovietico di quella che avrebbe dovuto essere la sua più grande stella.

Le lacrime del Ragno Nero

Lo stesso giorno la Dinamo perde il derby contro la Torpedo per 1-0. Mentre i giocatori recriminano, infastiditi da una prestazione opaca, vengono raggiunti negli spogliatoi da uno dei più importanti dirigenti del club: è proprio l’ex portiere Lev Jašin, noto per il carattere forte, quasi glaciale. Interrompe la discussione, afferma che la sconfitta è una sciocchezza, che ci sono cose più importanti di cui parlare. Infine il terribile annuncio, in un silenzio irreale.

Oggi è morto il compagno Tolya, Anatoli Kozhemyakin.

Qualcuno dice che le lacrime, quel giorno, abbiano solcato il suo volto come non accadeva da tempo.

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