Attila Sallustro, il primo Re di Napoli

Roma, 9 febbraio 1930, Stadio del Partito Nazionale Fascista. È in programma l’amichevole tra Italia e Svizzera, e il CT Vittorio Pozzo ha deciso di lanciare in azzurro il “Balilla” Giuseppe Meazza: 19 anni appena, ha già alle spalle 62 partite e 45 reti con la maglia dell’Ambrosiana-Inter. Numeri importanti, che lasciano presagire un grande futuro.

E allora perché dagli spalti, ogni volta che il giovane campione tocca il cuoio, piovono fischi proprio dal settore dei tifosi azzurri? Semplice, perché sono presenti quasi tremila tifosi napoletani, che non perdonano a Pozzo la scelta di preferire Meazza al divo di Napoli, il primo grande eroe calcistico sotto il Vesuvio, il grandissimo Attila Sallustro.

Sallustro ha esordito in azzurro, in coppia con il compagno di squadra Mihalich, poco più di un mese prima nella roboante vittoria per 6-1 contro il Portogallo. Ha giocato bene, ha segnato, ed è chiaro che chi tifa Napoli si aspetti una sua riconferma anche nella gara successiva. Ma il calcio è strano, spesso il destino decide più di un paio di piedi buoni: Mihalich si infortuna, e contro la Svizzera Pozzo decide di provare il prodigioso Meazza.

Nonostante i fischi, seguito di una lettera scritta all’indirizzo del giovane campione milanese, il “Balilla” segna le due reti decisive per una vittoria 4-2 e comincia così un rapporto con la maglia azzurra che sarà lungo e fruttuoso, portando in dote al nostro calcio due titoli mondiali. Sallustro non rivedrà praticamente più l’azzurro, limitandosi – e non è affatto poco – ad essere il primo idolo incontrastato del calcio a Napoli.

Nato ad Asunción, Paraguay, il 15 dicembre del 1908, Attila Sallustro comincia a dare i primi calci un po’ per passione e un po’ per necessità, dato che ha bisogno di fare movimento per superare una febbre reumatica. La consapevolezza di saperci fare più dei coetanei aumenta la passione, ma quando il calcio sudamericano potrebbe cominciare a farlo suo ecco l’evento che gli cambia la vita: i genitori decidono di tornare in Italia, a Napoli, dove la famiglia sbarca nel 1920.

Attila ha appena 12 anni ma già le idee molto chiare, una cosa sa fare nella vita e quella farà: gonfiare la rete. Così, mentre i fratelli Oreste e Oberdan si dedicano agli studi arrivando alla laurea, il giovane Sallustro studia quel che deve e poi si dedica anima e corpo al pallone, giocando per strada, ovunque capiti. È qui che lo nota uno scout dell’Internazionale Napoli, uno dei primi club cittadini, che lo inserisce nella formazione giovanile e presto in prima squadra.

Nel 1925, 17 anni da compiere, esordisce nella Prima Divisione: la squadra domina il girone campano e poi il girone interregionale di semifinale, arrendendosi soltanto nella finale del Sud all’Alba Roma, Sallustro segna 10 reti in 13 partite ed è già un idolo.

L’estate del 1926, il 1° agosto, nasce ufficialmente il Napoli: è una fusione tra Internazionale Napoli e Naples, le due maggiori squadre cittadine, e Sallustro ne è la naturale stella dell’attacco. Le prime stagioni, come per ogni squadra e in particolare per quelle del centro-sud, sono difficilissime: per ben due volte la squadra sarebbe retrocessa, e viene salvata dal continuo rimescolamento delle carte di una FIGC che cerca ancora una formula definitiva per quella che in capo a pochi anni sarà la Serie A.

Il presidente Ascarelli incassa sconfitte e delusioni, quindi capisce che Sallustro per quanto grande, da solo non può bastare. Ha segnato 22 reti in 28 gare, ma dall’anno successivo comincerà davvero la Serie A, urgono rinforzi veri: arrivano in azzurro Marcello Mihalich e Antonio Vojak, due grandi giocatori che formeranno con Sallustro un tridente eccezionale capace di segnare 43 gol in 31 partite.

Cifre di tutto rispetto che proiettano il Napoli a un ottimo quinto posto finale e i suoi moschettieri nel giro azzurro, dal quale usciranno per l’esplosione di Meazza che proprio i tifosi partenopei tenteranno inutilmente di impedire con fischi e ingiurie a cui la madre del “Balilla” – si dice – reagirà con vigorose ombrellate.

Quanto sia amato, “il divo”, è dimostrato anche dalla partita che il Napoli gioca contro l’Ambrosiana nel pieno della querelle Sallustro-Meazza: il mediano Roggia, che lo idolatra, gli promette che annullerà il “Balilla”, e che lui dovrà pensare solo a segnare per dare una lezione agli arroganti milanesi che stanno conquistando lo Scudetto. Finisce 3-1 per gli azzurri, Meazza viene annullato dal generoso Roggia e Sallustro segna addirittura una doppietta, messaggio inutile per Pozzo ma non certo per la piazza napoletana, esaltata da una rivincita che non ha ovviamente connotati esclusivamente calcistici.

La vita di Sallustro a Napoli sarà quella di un vero e proprio divo, il primo in senso calcistico della città e uno dei primi in Italia, campione riverito al punto che un giorno un passante finito sotto le ruote della fiammante auto del campione si rialza inviperito salvo poi cambiare espressione non appena vede chi c’è alla guida: “Scusatemi tanto, è colpa mia. Voi potete fare quello che volete!”

Un divo, un campione, che gioca per il gusto di farlo, da vero dilettante nonostante da tempo nel calcio girino soldi importanti. Il padre ritiene poco onorevole che il figlio si faccia pagare per giocare a pallone, ed è così che per avere i suoi servigi il Napoli lo copre di regali: cene al ristorante, inviti a teatro, camice di seta, orologi d’oro, automobili, tutti lussi che amava sfoggiare in una città che lo riveriva come una divinità.

E in campo? In campo Sallustro era capace di tutto: individualista, amava prendere il pallone e compiere dribbling su dribbling, amava i riflettori e il canto dei tifosi. Ultimo dei dilettanti in Italia, giocava per il gusto di giocare e segnava a ripetizione per il suo popolo, Napoli, che mai aveva visto qualcuno così forte.

Con il tempo, com’è naturale, i numeri vennero meno: si diceva che fosse per patimenti d’amore, che la moglie e soubrette Lucy D’Albert, trasferitasi a Roma, gli mancasse e lo invitasse a raggiungerlo, che il Napoli avesse rifiutato l’esorbitante cifra di 250,000 lire pur di trattenerlo – cominciando anche a pagarlo, quando proprio era necessario.

In azzurro fu capitano e idolo incontrastato nonostante stagioni buone ed altre meno, ma quando lasciò nel 1937, dopo la bellezza di dodici stagioni, lo fece con numeri straordinari (269 partite, 108 gol) e ancora da eroe, da mito vivente. Chiuse nella Salernitana, quindi andò a Roma dalla moglie, ma poi volle presto tornare nella città che lo aveva eletto proprio idolo: curatore dello stadio San Paolo, lo fu fino alla morte avvenuta nel 1983, poco prima dell’arrivo in città dell’ultimo grande mito, Diego Armando Maradona.

Il quale aveva sentito parlare di questo grande pioniere e campione e propose di dedicare l’impianto proprio a Attila Sallustro, l’uomo che – né più né meno – aveva portato il grande calcio a Napoli. Niente da fare, i santi non si toccano, e così a ricordare Attila Sallustro rimane una via nel quartiere Ponticelli, un piazzale a Casavatore, lo stadio comunale di Carbonara di Nola.

E rimane, soprattutto, quella maglia azzurra, una maglia che tante emozioni ha regalato ai napoletani e che fu resa grande per la prima volta dal leggendario Attila Sallustro, primo divo e Re di Napoli.

“Aveva tutto per diventare un idolo sotto il Vesuvio, e idolo fu. La sua carriera coincide con gli albori stessi del Calcio Napoli, di cui diventò la prima bandiera. E il primo amore, come si sa, non si scorda mai” .

(“Tutti gli uomini che hanno fatto grande la SSC Napoli”, Giuliano Pavone)


FONTI:

  • Carratelli, Mimmo (14/12/2008) Attila Sallustro, centravanti e divo, www.repubblica.it 
  • Ciccarelli, Leonardo (14/11/2012) La storia siete voi: Attila Sallustro. Il Divo, la Leggenda, www.tuttonapoli.net
  • (19/06/2013) Viaggio attraverso la storia, quando Attila “flagellò” nientemeno che “Peppino il milanese”, www.spazionapoli.it