Attilio Fresia, il primo migrante

Quando morì, il 14 aprile del 1923, Attilio Fresia non poteva sapere che il suo nome sarebbe stato conosciuto, persino un secolo dopo, da milioni di persone. Per lui il calcio era sempre stato un gioco, come per molti di quelli che lo praticarono negli anni ’10 e ’20 in Italia, conquistati da quello sport giunto poco prima dall’Inghilterra.

Un gioco, il Foot-Ball, che si stava conquistando uno spazio sempre più importante nel cuore degli sportivi ma che veniva comunque dopo le discipline nobili di allora quali atletica, pugilato e ciclismo.

In quel gioco, però, Fresia era un talento fuori dal comune: lo aveva dimostrato persino agli inglesi, che già da mezzo secolo giocavano e nella cui patria ormai il football era diventato sport nazionale, e il footballer, il calciatore, una professione rispettata e ben remunerata.

Quando il Reading era venuto in Italia in tournée, con la convinzione di avere facilmente ragione di tutti i rozzi italiani che consideravano mitici nomi come Kilpin e Savage, gente che da loro non aveva mai giocato seriamente, ecco che la favola di Attilio Fresia ebbe inizio.

Grande contro i maestri

Con una prestazione magnifica, condita da due reti, colpì l’immaginario dei talentuosi figli d’Albione, che al termine della gara gli proposero di seguirlo in Inghilterra, di diventare un calciatore “vero”. Era la prima volta che qualcuno nella terra dei maestri pensava che un italiano potesse riuscirci.

Fresia era nato a Torino ed era cresciuto con la maglia del club omonimo, notato dal grande Vittorio Pozzo, futuro CT dell’Italia due volte campione del mondo che lo segnalò come uno dei più grandi talenti puri del calcio nostrano. Rapido, abile nel dribbling, coraggioso e pieno d’invettiva, si era messo definitivamente in luce una volta raggiunta Genova, la città allora dominante nel gioco che in Italia veniva chiamato Foot-Ball.

Una stagione con la maglia dell’Andrea Doria gli vale l’attenzione del prestigioso Genoa, il cui presidente George Davidson appare disposto a tutto pur di riconquistare l’egemonia sul calcio tricolore, una volta assoluta e divenuta anno dopo anno sempre più traballante con l’ascesa di altri club come Milan, Juventus, Inter e Pro Vercelli.

Il “Grifone” si lancia, nell’estate del 1913, in una munifica campagna acquisti che porta ad un esborso di quasi 30.000 lire e che porta in dote il talentuoso difensore del Milan Renzo De Vecchi, chiamato “il figlio di Dio” per la sua proverbiale abilità, e di tre giocatori dei concittadini dell’Andrea Doria: sono Sardi, Santamaria e proprio Fresia, che però non giocheranno mai insieme.

I primi due, pescati a riscuotere l’assegno a loro allungato dal presidente rossoblu da un addetto bancario fino a pochi giorni prima loro tifoso, vengono squalificati. Fresia, invece. dopo la splendida prestazione espressa in amichevole contro il Reading si unisce proprio a questi ultimi, raggiungendo l’Inghilterra.

Primo italiano nel calcio inglese

L’avventura però non sarà fortunata: poco più che ventenne, inserito in un Paese di cui non conosce usi e costumi e in un calcio molto più duro e rude di quello a cui è abituato, Fresia si trova spesso ad allenarsi e giocare con la squadra riserve.

E mentre tarda l’ufficialità del trasferimento da parte della FIGC – che intende punire il Genoa “colpevole di calciomercato” in un’epoca in cui è proibito, e infatti ha squalificato Sardi e Santamaria per un anno – scema pure l’entusiasmo e la curiosità che i tifosi dei Royals avevano inizialmente per l’esotico footballer.

Dopo qualche mese, quando capisce che proprio non è cosa, Fresia torna in Italia accasandosi al Modena e quindi viene raggiunto da una notizia incredibile: lo vogliono in Brasile. Già, perché nei lunghi mesi di “esilio” in Inghilterra – e poi anche una volta tornato in Italia – il buon Attilio ha allenato alcune squadre giovanili dopo aver fatto tesoro di quanto insegnato da quei maestri inglesi che ha frequentato così da vicino.

Eroe in Brasile

In Brasile esiste un club, si chiama Palestra Itália perché è stato fondato da nostri connazionali, e in Sudamerica inoltre c’è il clima giusto per tentare di mitigare i dolori che bronchite e una forma crescente di tubercolosi gli stanno procurando ormai da diversi mesi.

Così Fresia va, primo italiano in Brasile dopo essere stato il primo in Inghilterra, lascia un bel ricordo conquistando subito il campionato Paulista, poi però torna in Italia, stanco e desideroso di aiutare il nostro movimento calcistico.

Non farà in tempo, la morte lo coglie pochi anni dopo quando finalmente, dopo aver allenato tanti ragazzi a Modena, aveva l’occasione di guidare la prima squadra.

Scompare così un grande del calcio italiano, tormentato dalla sfortuna ma capace di aprire una strada che sarebbe stata percorsa nuovamente soltanto molti anni dopo, in un’epoca di calcio globale e strapagato.

Un’epoca che forse Attilio Fresia non avrebbe mai potuto immaginare ma di cui è stato indubbiamente precursore assoluto.


SITOGRAFIA:

  • Giusto, Antonio (24/05/2010) C’era una volta il football – Attilio Fresia, il primo migrante del pallone, GOAL

BIBLIOGRAFIA: