Boris Paichadze: lo strano destino del campione georgiano

Lo stadio nazionale della Georgia è intitolato a Boris Paichadze.

Si tratta del più grande giocatore mai espresso da una scuola calcistica sicuramente non tra le più importanti al mondo ma che è stata capace nella storia di regalare agli appassionati altri eccezionali talenti: dal grande Murtaz Khurtsilava, membro dell’URSS bronzo alle Olimpiadi e finalista agli Europei nel 1972, ai più recenti Ketsbaia, Kinkladze, Arveladze e Khaka Kaladze, per due volte Campione d’Europa con il Milan nel 2003 e nel 2007.

Nessuno di questi però è mai stato considerato superiore a Boris Solomonovich Paichadze, per i georgiani semplicemente il più grande di sempre e che pure non avrebbe mai fatto il calciatore, se non fosse stato per un telegramma.Questo lo raggiunse al porto di Batumi proprio la mattina in cui, giovanissimo, sarebbe dovuto partire con una nave mercantile per l’Inghilterra.

Il messaggio recava poche parole, pesanti però come macigni: “Tuo padre è vicino alla morte: torna a casa”.

Nessun’altra scelta era possibile: Boris, divenuto abile meccanico navale dopo aver completato gli studi, vide la nave partire senza di lui. Non poteva immaginare come la sua vita sarebbe cambiata per quel solo, singolo, episodio.

Un insolito segno del destino

Boris Paichadze

Mentre tornava a casa, possiamo soltanto immaginare lo stato d’animo di un ragazzo così giovane.

Era stato seguendo al lavoro il padre, uno scaricatore di porto, che Boris si era appassionato alle navi, immaginando lunghi viaggi che non avrebbe mai fatto.

Ed era stato sempre al porto che aveva scoperto il football, praticato dal padre e dai colleghi nelle pause lavorative: partite più che improvvisate, senza arbitro né regole, con i marinai inglesi che si divertivano a illustrare il gioco ai goffi operai locali.

Boris aveva osservato e appreso i segreti del gioco, e nel tempo che lo studio gli aveva concesso era diventato il punto di forza del Poti, espressione calcistica della città natale, Chokhatauri.

Quando aveva annunciato ai compagni che se ne sarebbe andato per diversi mesi, impegnato nel suo primo agognato lavoro su una nave mercantile, questi non avevano mostrato l’entusiasmo dovuto ad un amico che realizza un proprio sogno, quanto piuttosto un marcato disappunto: senza Boris, il bomber, addio sogni di gloria.

Nonostante questo precedente, Paichadze non riuscì immediatamente a capire come mai, tornato a casa, fu accolto proprio dal padre. Invece di trovarlo tra la vita e la morte, come il telegramma aveva indicato in modo tanto deciso, Boris trovò il genitore in ottima forma, e stupito tanto quanto il figlio del messaggio da questi ricevuto quando ormai era pronto per salpare.

Chi aveva mentito al giovane per non farlo salpare?

Doveva per forza essere un conoscente, che sapeva del legame stretto che univa padre e figlio. E infine il colpevole venne fuori: si trattava di un compagno del Poti, Kako Imnadze, che era ricorso a questo sotterfugio per poter avere Boris ancora una volta in squadra in vista di un’importante partita proprio contro il Batumi, rappresentativa del porto da cui Boris non era più partito.

Furioso per l’accaduto, inizialmente il giovane rifiutò fermamente di giocare, ma infine, convinto dallo stesso padre, che ne riconosceva il talento calcistico, era sceso in campo e non aveva smentito il povero Imnadze: Poti – Batumi 2-1, una vittoria arrivata proprio grazie a una sua doppietta.

È in questo momento che il destino di Boris Solomonovich Paichadze cambia per sempre: non soltanto quel finto telegramma lo spingerà a scegliere definitivamente la carriera di calciatore, ma gli salverà anche la vita, dato che la maggior parte dei marinai partiti per l’Inghilterra sarà internata nei gulag per via del famigerato Articolo 52, la legge che permette di accusare e processare sommariamente chiunque sia ritenuto, a torto o a ragione, un pericolo per il nuovo corso dell’Unione Sovietica voluto da Iosif Stalin.

Dello straordinario talento di Boris Paichadze, che nei campionati minori in cui gioca giovanissimo è ammirato per il suo talento da compagni e avversari – al punto che gli stessi rifiutano di commettere fallo su di lui, con il pericolo di infortunarlo e perdersi lo spettacolo – si comincia a parlare anche a Tbilisi.

Accade nel 1933, quando il futuro campione, che adesso ha 17 anni, parte con i compagni per un tour in Ucraina che vede il modesto Poti vincere ben 28 gare senza mai conoscere sconfitta.

È a questo punto che i giovani vengono invitati da Ivan Vashakmadze, preside dell’Istituto Industriale Transcaucasico, a unirsi alla scuola con quella che potremmo definire una moderna borsa di studio: appassionatosi al football (Футбол), Vashakmadze desidera che la squadra della sua scuola sia la più forte della zona ed ottiene lo scopo che si è prefissato: quell’anno l’Istituto vince il campionato scolastico, e ogni membro della squadra viene premiato con una bicicletta nuova e fiammante.

Boris Paichadze, pedina del regime sovietico

Nel 1936 Boris Paichadze si trasferisce alla Dinamo Tbilisi, la squadra del cuore di Lavrentij Berija, segretario del NKVD (Narodnyj komissariat vnutrennich del) e braccio destro dello stesso Stalin: come Vashakmadze, anche Berija è un appassionato di calcio, e vuole che la sua squadra, espressione del commissariato per gli affari interni di cui è alla guida, diventi la più forte squadra sovietica.

Naturalmente Paichadze ne sarà una pedina chiave, ed è un trasferimento a cui nessuno può opporsi, né lo scontento Vashakmadze, che non può certo dire di no a un uomo che, con una sola parola, può decidere della vita e della morte di ogni singolo cittadino, né lo stesso Boris.

L’amato padre, infatti, stavolta la vita la rischia sul serio, visto che per un episodio avvenuto trent’anni prima, quando insieme ad alcuni colleghi si era scontrato con l’esercito durante uno sciopero, è stato arrestato proprio dal NKVD e imprigionato in un gulag.

Per Boris è lecito sperare che, accettando il trasferimento e rendendo orgoglioso il leader del commissariato, papà Solomon avrà salva la vita.

Ma un uomo così terribile come Lavrentij Berija, ispiratore della Grande Purga e responsabile diretto della morte di milioni di innocenti cittadini sovietici, incute timore: non è facile incontrarlo, né tanto meno chiedergli qualcosa, anche se sei la stella della sua amata Dinamo.

Così, mentre cerca il momento e il coraggio, il bomber decide di far parlare il campo. Boris Paichadze si distingue per molti tratti come uno dei migliori calciatori sovietici di sempre: eccezionalmente tecnico, terribilmente prolifico una volta giunto in area, è anche capace di manovrare sulla trequarti, ispirare il gioco dei compagni e servirli con precisi assist che sfornava con entrambi i piedi.

Letteralmente impossibile da marcare, dato il grande movimento in campo di cui è protagonista, risulta sobrio ed essenziale nel dribbling, che utilizza soltanto per ottenere il miglior vantaggio possibile e mai come numero fine a se stesso.

Ma la cosa che più lo distingue è il fatto di essere instancabile: Paichadze corre, lotta, pressa per tutti i 90 minuti di ogni singola partita, una spina nel fianco per ogni difensore, l’idolo di ogni tifoso georgiano e non.

Mentre corre si potrebbe giurare che pensa al padre, e continuerà a farlo anche mentre gli anni passano, attendendo un segnale da Berija che mai arriverà.

Quando finalmente riuscirà a trovare il coraggio di incontrarlo di persona, con la seconda guerra mondiale che ha allungato inesorabilmente i tempi, la risposta di Berija lo gela: “Mi dispiace, ma vostro padre è morto. Dov’eravate prima, Boris?

Boris Paichadze

Eroe di Georgia

Paichadze segnò 68 gol in 110 partite prima che la guerra fermasse il calcio anche in Unione Sovietica.

Quando questo riprese continuò a fare al  meglio il suo mestiere, sfogando sul campo la frustrazione per la perdita dell’amato genitore, di cui si sentiva in parte responsabile: se solo avesse avuto il coraggio di confrontarsi prima con Berija…

In una carriera professionale interamente dedicata alla Dinamo Tbilisi e durata ben 16 anni, Paichadze segnò un totale di 105 reti in 190 gare, marcature che non servirono per coronare il sogno del braccio destro di Stalin, quello di una squadra georgiana vincente, dominatrice del calcio sovietico.

Il ritiro arrivò nel 1951, quando a 36 anni si infortunò gravemente ad un ginocchio durante una gara contro la Torpedo Mosca: due anni dopo, in seguito alla morte di Stalin, Lavrentij Berija avrebbe trovato la morte per ordine del nuovo leader sovietico, Nikita Chruščёv.

Lo stadio nazionale di Tbilisi, dove Paichadze era finito a lavorare una volta appesi gli scarpini al chiodo, fu intitolato proprio a Berija, quando anni dopo fu riabilitato: il vero responsabile della morte di Solomon Paichadze. Soltanto nel 1991, con la raggiunta indipendenza della Georgia, l’impianto viene infine intitolato a quello che i georgiani considerano il loro più grande calciatore di sempre.

Un riconoscimento postumo, visto che Boris Solomonovich Paichadze se ne è andato l’anno precedente, a 75 anni; un riconoscimento comunque doveroso verso chi, con la morte nel cuore, riuscì comunque a regalare divertimento e gloria al popolo negli anni bui del terribile regime di Stalin.

Una storia straordinaria, nata per uno strano scherzo del destino e che ha permesso a quel giovane, che sognava di girare il mondo, di diventare l’icona calcistica del suo Paese.

“Elegante e corretto, suscitava simpatia e rispetto anche negli avversari diretti.
Era impossibile giocare duro contro un uomo e un calciatore tanto generoso.”
(Nikolai Starostin)


Fonti:

  • Gilbey, Mark (29/08/2013) “How missing the boat created Georgia’s best footballer”, FourFourTwo.com
  • Titus, Alexander (03/02/2008) “Лучший футболист Грузии” (“Il miglior giocatore di calcio della Georgia“), www.championat.com
  • “Рыцарь футбола” (“Il cavaliere del calcio”), www.peoples.ru (controllato 13/10/2016)

Ringrazio l’amico Damiano Benzoni di East Journal per avermi fatto chiarezza su alcuni punti.