Breve storia della tattica #03: Metodo e Sistema

La Piramide di Cambridge, sorta nei primi anni ’80 del XIX° secolo, fu a lungo l’unico modulo calcistico conosciuto. Questo era il modo in cui i britannici giocavano e questo era il modo in cui gli stessi lo insegnavano mentre girando il mondo insegnavano le basi del football a latini, danubiani e sudamericani. Questi popoli si appropriavano con sempre più entusiasmo del gioco, interpretandolo poi in modo molto personale ma senza mai discostarsi dal 2-3-5 che Jack Hunter e il Blackburn Olympic aveva portato alla ribalta per primo: ai difensori spettava il compito di proteggere il portiere e guidare il fuorigioco, ai centrocampisti quello di assistere al meglio delle proprie possibilità le punte e dare una mano quando era possibile in fase di recupero del pallone, il tutto secondo un gioco ancora molto schematico e che si basava su una serie di duelli individuali a cui chi difendeva – essendo continuamente o quasi in inferiorità numerica – poteva rispondere utilizzando al meglio la tattica del fuorigioco. Fu proprio il cambiamento di questa regola, iniziato nella stagione 1925-1926 nella fervida Inghilterra, a rivoluzionare la storia della tattica nel calcio.

Alla ricerca dello spettacolo

Come racconta Jonathan Wilson nel suo impagabile “La Piramide rovesciata”, infatti, “quando le associazioni delle varie nazioni riuscirono a convincere l’International Board nel 1925 a modificare la norma relativa al fuorigioco lo scopo era quello di rispondere a un problema specifico: la scarsità di gol segnati. Era stato il Notts County ad iniziare il trend, ma nel frattempo anche molte altre squadre di club, in particolare il Newcastle United con la sua coppia di difensori Frank Hudspeth e Bill McCracken, erano diventate talmente brave nel mettere in pratica la trappola del fuorigioco che le partite venivano compresse in uno spazio molto ridotto, a cavallo della linea di centrocampo.” *

Questo accadeva perché fino a quando non fu appunto modificata, la regola prevedeva che un calciatore fosse in fuorigioco se nel momento in cui partiva un passaggio nella sua direzione non aveva davanti a se almeno tre avversari: così era semplice – e logico – per una linea difensiva escludere dall’azione i compagni del portatore di palla, comprimendo il gioco e deprimendo il pubblico. La nuova regola – che prevedeva che fossero due e non più tre i calciatori, portiere compreso, da avere di fronte – causò una rivoluzione che vide per la prima volta una diversa interpretazione al di fuori del Regno Unito: mentre qui infatti il grande Herbert Chapman inventava il “Sistema” (o “Chapman System“) per il suo Arsenal e finiva per influenzare il resto delle compagini britanniche, in Europa si imponeva il “Metodo”, che la storia riconosce come inventori i CT di Italia e Austria – e grandi amici fuori dal campo – Vittorio Pozzo e Hugo Meisl. Metodo o Sistema, qual’era la tattica migliore? Il dibattito avrebbe infiammato il mondo calcistico per più di un ventennio.

London 2012 50p piece explaining the offside rule.

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Il Sistema

Dopo aver reso grande l’Huddersfield Town con la conquista di due storici titoli nazionali e una FA Cup, Herbert Chapman approdò all’Arsenal proprio mentre avveniva il cambiamento a proposito della regola del fuorigioco. Il suo primo acquisto alla guida dei “Gunners” fu l’anziano ex-attaccante del club (e futuro saggista) Charlie Buchan, e la storia racconta che fu proprio questi a suggerire al suo allenatore l’arretramento del centrale di mediana in difesa, mossa necessaria per ovviare alla superiorità numerica che la nuova regola donava a chi attaccava. Il 2-3-5 della Piramide diventava così un 3-2-5 che però lasciava un vuoto a centrocampo, un vuoto che Chapman colmò arretrando i due attaccanti interni sulla trequarti di campo: ecco dunque che si arrivava al 3-4-3 (precisamente 3-2-2-3) che avrebbe segnato un’epoca e portato all’Arsenal trionfi in serie.

In difesa i due terzini si allargavano per occuparsi delle ali avversarie, mentre delle punte si occupavano i due mediani con compiti principalmente di rottura: a quello che una volta era il mediano centrale, arretrato in difesa, spettava dunque prendersi cura del centravanti, ed è per questo che ancora oggi il “centromediano” nel calcio inglese è considerato uno stopper vero e proprio. Tale organizzazione difensiva non avrebbe mai funzionato senza un adeguato supporto da parte dei due interni offensivi, che smessi i panni di punte vere e proprie dovevano essere abili a innescare ali e centravanti ma anche ad arretrare sulla linea di centrocampo per far ripartire l’azione una volta conquistata la sfera: servivano dunque piedi buoni ma anche grandi capacità tattiche e buoni polmoni, e il giocatore ideale per Chapman fu lo scozzese Alex James, strappato a peso d’oro dal Preston North End e vera e propria chiave di volta della squadra. Ben presto tutti si sarebbero adeguati al Sistema di Chapman, soprattutto dopo che questo uscì vincitore dalla finale di FA Cup del 1930 giocata proprio contro l’ex-club del manager, l’Huddersfield Town.

Ogni giocatore manteneva comunque certe caratteristiche innate, ed era dunque frequente che nella coppia dei mediani e in quella degli interni ci fosse chi era più portato a costruire e chi a distruggere: la bravura dei manager del Sistema risiedeva anche nel saper trovare la giusta alchimia tra queste due accoppiate, fondamentali per l’equilibrio tattico di tutto l’insieme. Le squadre del Sistema giocava in modo coeso, elastico, con rapidi passaggi rasoterra volti a innescare le ali o gli inserimenti degli interni offensivi, che in fase di attacco tornavano praticamente ad agire come le punte che in origine erano state.

Il Metodo

Ritenendo il Sistema un modulo di gioco troppo dispendioso fisicamente e non adatto alle caratteristiche dei calciatori italiani, Vittorio Pozzo costruì invece la sua Italia campione del mondo nel 1934 e nel 1938 su una sua variante della tattica di Chapman, denominata ‘Metodo’ e che aveva un’interpretazione senz’altro più difensiva e solida. In questo modulo infatti i due difensori centrali mantenevano i compiti di sempre: mentre uno (detto “terzino di volata”) si occupava di contrastare l’avanzata della punta avversaria l’altro, denominato “terzino di posizione” copriva eventuali buchi lasciati dal primo. È bene a questo punto ricordare che il termine “terzino” all’epoca indicava un difensore centrale (“membro della terza linea”) e non come adesso un difensore esterno: la definizione odierna sarebbe diventata tale solo una volta affermatosi definitivamente il Sistema, che vide appunto i centrali (“terzini”) spostarsi definitivamente sulla fascia.

Il compito di occuparsi delle ali avversarie spettava ai mediani laterali, mentre il centromediano arretrava per agire da difensore aggiunto ma restava anche il principale riferimento nella ripartenza una volta riconquistato il pallone: per questo venne coniato il termine di “centromediano metodista”, un po’ stopper e un po’ regista, che ebbe il suo più grande interprete nell’oriundo della Juventus Luis Monti, tanto robusto nei contrasti quanto abile nell’impostare la manovra. Ai due interni offensivi, che nel Sistema erano attaccanti aggiunti come il loro ruolo originale richiedeva, veniva invece chiesto di lasciare meno frequentemente la linea di centrocampo proprio per coprire l’assenza dei mediani che andavano ad allargarsi per contrastare le ali avversarie. Il gioco risultava dunque più basato su lunghi lanci tesi a innescare le ali, il settore sul quale il gioco offensivo del Metodo si basava lasciando al centro del campo una robusta cerniera in mediana. A loro volta le ali, libere di sprigionare il proprio estro, finivano per avere più libertà che nel Sistema potendo scegliere tra crossare per il centravanti oppure puntare esse stesse la porta. Non fu infatti un caso che mentre nel Sistema i più grandi goleador – escluso il centravanti – finivano per essere i centrocampisti offensivi (o “interni”) nel metodo erano le ali a trovare con maggiore frequenza la via della rete.

Il trionfo del Sistema

Mancando di veri e propri confronti tattici, Metodo e Sistema convissero a lungo come due entità separate: gli inglesi non parteciparono alle prime edizioni del Mondiale in cui l’Italia si affermò come vera e propria potenza calcistica, e quando dopo la seconda guerra mondiale il calcio tornò a essere giocato il Metodo fu quasi immediatamente soppiantato dal più efficace e stimolante da vedere Sistema, che in Italia ebbe la sua più grande affermazione grazie alle vittorie in serie del Grande Torino. “Metodo o Sistema” fu a lungo anche una guerra ideologica, tra chi vedeva il calcio in un certo modo e chi in un altro, la prima grande discussione tattica conosciuta nel mondo del calcio soprattutto da noi in Italia. Un’altra grande interprete del Sistema, una volta che questa tattica ebbe definitivamente la meglio con il licenziamento di un Vittorio Pozzo ritenuto ormai superato, fu la “grande Ungheria” degli anni ’50, che però vide l’allenatore Sebes invertire i ruoli del centravanti e dei due interni: il primo arretrava (diventando “centravanti di sostegno” o “centravanti alla Hidegkuti” e traendo il nome dal suo interprete magiaro) lasciando spazio agli inserimenti letali dei due interni Kocsis e Puskás. A ben guardare questa interpretazione tattica, che mancava di un vero e proprio centravanti, era un lontano progenitore del moderno tiki-taka coniato da Pep Guardiola, che ha del resto tratto dal Sistema anche la filosofia della gestione del pallone e dal Metodo la disposizione in campo, specificatamente nei compiti del centromediano e dei due interni. Tutto nasceva dunque già nel lontano 1925 grazie ad autentici geni quali Herbert Chapman, Vittorio Pozzo e Hugo Meisl.

La parola al Mister

L’amico Giacomo Peron, allenatore UEFA C e una delle menti dietro al sito CalcioDaDietro (seguiteli QUI) commenta così sulle analogie tra il gioco di Guardiola e il Sistema. “Il suo Bayern è famoso per l’espediente dei “falsi terzini”, che in fase di possesso si alzano e stringono su linee più interne degli esterni d’attacco, per impostare ma soprattutto per giocarsi le situazioni di 2 contro 1 e 2 contro 2 che si creano sugli esterni. In questo senso sono esemplari i tagli interni di Alaba che entra di cattiveria tra i difensori avversari passando davanti a Ribery, mossa classica dell’austriaco. I centrali di difesa si allargano e il mediano si abbassa tra di loro, costruendo una linea a tre. Müller e Thiago o chi per loro si posizionano inizialmente da interni e Lewandowski fa da centravanti. Sistema puro.”


– Note:

*tratto da “La Piramide Rovesciata” (J. Wilson), pag. 67

– Letture consigliate:

  • “La Piramide Rovesciata”, Jonathan Wilson, Libreria dello Sport
  • “TATTICA: principi, idee, evoluzione”, Francesco Scabar, Urbone Publishing

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