Breve storia della tattica #04: Diagonal e sistema ungherese

Benché il Sistema, uscito infine vincitore dal confronto con il Metodo, avesse rivoluzionato completamente il concetto di tattica calcistica (portando alla specializzazione di ruoli quali lo stopper, il mediano o l’interno e l’idea che una partita venisse decisa a centrocampo) il fatto che negli anni ’40 del XX° secolo il football fosse ormai sport universalmente conosciuto e praticato significava anche che non solo ai maestri inglesi spettava dettare la linea strategica per il futuro. Anzi, mentre questi erano spesso rimasti fermi sulle proprie idee e tradizioni cambiando soltanto quando era strettamente necessario, popoli meno legati ad un passato che di fatto non sentivano proprio riuscirono in breve tempo a creare nuove e importanti alchimie tattiche che nel giro di qualche anno finirono per superare il Sistema, divenuto col tempo troppo rigido e dogmatico.

La “Diagonal”

Da calciatore mediano dal piede delicato e dalla grande intelligenza tattica, l’ungherese Izidor Kürschner giunse in Brasile nel 1937, portando nel Paese il Sistema inglese. Anche se adesso la sua figura è stata enormemente rivalutata, ai tempi non furono capiti molti del principi base che tentò di esportare in una nazione: allenamenti senza palla, attenzione alla fase difensiva e cura del proprio corpo erano concetti estranei ai più grandi campioni brasiliani ma che furono perfettamente compresi dal vice di Kürschner, Flávio Costa. Quando l’incompreso magiaro fu allontanato dal Flamengo e la guida passò proprio al suo vice, a cui fu chiesto di non ripetere gli errori di chi lo aveva preceduto, quest’ultimo afferrò il concetto e riuscì a farlo senza rinnegare idee che reputava vincenti. Flávio Costa aveva poco più di trent’anni ed era stato un calciatore di buon livello con la maglia del Mengão, ma era deciso ad avere una carriera molto più luminosa come allenatore: mantenendo la disciplina fuori dal campo voluta da Kürschner riuscì allo stesso tempo ad allentarne la rigidità in campo fondendo Metodo e Sistema in un modo totalmente innovativo e che fu chiamato Diagonal.

Il nome derivava dal fatto che mentre una parte della squadra giocava secondo i dettami del Metodo quella opposta utilizzava interpretando il Sistema, creando così due lunghe diagonali che idealmente solcavano il campo da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto. Davanti al portiere si schierava una difesa ancora nominalmente a tre ma con uno dei due mediani che arretrava a fare il centromediano metodista mentre il centromediano “ufficiale” agiva da sistemista, e cioè da difensore centrale a tutti gli effetti.

Questo accorgimento tattico fece si che si potesse per la prima volta intravedere in campo una sorta di difesa a quattro, con il centromediano destro (quello “metodista”) che a volte arretrava quasi sulla linea difensiva salvo poi salire per impostare: ancora oggi in Sudamerica questo ruolo viene chiamato “Volante” in omaggio al suo più grande interprete dell’epoca, Carlos Volante. Argentino, aveva giocato con Napoli, Livorno e Torino in Italia prima di fuggire all’indomani delle ‘leggi razziali’ in quanto disgustato dal Fascismo imperante. Aggregatosi in modo avventuroso al Brasile presente in Francia per i Mondiali del 1938 come massaggiatore, tornò con la squadra in Sudamerica e si trovò a vestire la maglia del Flamengo segnando un’epoca.

Il suo nome era Carlos Martin Volante. A poco a poco, Volante dava il nome alla posizione in cui giocava, proprio come i marchi Chiclets e Gillette sono diventati il riferimento dei rispettivi prodotti. Volante è stato il primo “volante”. *

Davanti alla difesa e al “volante” ecco dunque il classico centrocampista del Sistema, tutto corsa e raccordo, affiancare l’interno tipico del Metodo portato a impostare la manovra e a far girare la squadra, quindi ancora l’interno sistemista che agiva da punta aggiunta dietro al centravanti (detto anche “ponta de lança”, ovvero “la punta della lancia”)  e alle due ali, le quali agivano ancora una volta una secondo i dettami del Metodo, con compiti principalmente di rifornimento e creatività, e una da punta esterna a cui venivano richieste buone qualità di finalizzazione.

La “Diagonal” fu per breve tempo lo schema imperante in Sudamerica: fu utilizzato dal Flamengo e dalla Fluminense, con quest’ultima che però ribaltò i ruoli in campo per adeguare il modulo alle caratteristiche dei propri giocatori, e soprattutto dal River Plate della famosa “Máquina”. La più grande espressione di “Diagonal” fu però quella che Flávio Costa portò all’attenzione del mondo durante la Coppa Rimet del 1950 in Brasile, quando la Nazionale padrona di casa fu capace di mettere in mostra un gioco spumeggiante ed efficace: con Bauer nel ruolo di “volante” e una linea d’attacco composta da Friaça, Zizinho, Jair, Chico e Ademir, il Brasile viaggiò spedito fino all’ultima gara prevista contro l’Uruguay. Qui emersero però i limiti difensivi di un modulo che si basava ancora sulle marcature a uomo – già intravisti nella gara inaugurale pareggiata 2 a 2 con la modesta Svizzera – che si concretizzarono con il famoso Maracanaço. La tragica sconfitta portò all’abbandono della divisa bianca in luogo di quella verde-oro e anche al tramonto della Diagonal, che tuttavia ha avuto come merito l’ipotizzare per la prima volta una linea difensiva composta da quattro calciatori.

Il Sistema ungherese (o M-M)

Proprio mentre in Sudamerica tramontava la Diagonal in Europa nasceva una delle squadre nazionali più forti di tutti i tempi: Gusztáv Sebes, ex-mediano del MTK Budapest, era stato scelto dal partito comunista ungherese per guidare la Nazionale e renderla la più forte del pianeta, e anche se per un breve battito di ciglia il tecnico magiaro riuscì nell’impresa. L’Aranycsapat (“La squadra d’oro”) ungherese raggruppava i più forti giocatori del Paese, buona parte dei quali era cresciuta insieme nelle stesse vie di Budapest e quindi era stata raggruppata nella Honved, la squadra dell’esercito e massima espressione di forza calcistica del regime.

Vista l’impossibilità di utilizzare il poderoso centravanti Ferenc Deák, malvisto dal regime, Sebes si affidò prima alla punta del MTK Péter Palotás e poi a Nándor Hidegkuti, che nello stesso club agiva come mezzala offensiva: a quest’ultimo, nominalmente schierato al centro dell’attacco, veniva richiesto di arretrare dal ruolo classico di boa di centro-area, attirando con se i difensori avversari ancora abituati alle marcature a uomo e favorendo così gli inserimenti delle due mezzali Sándor Kocsis e Ferenc Puskás, che agivano invece come veri e propri attaccanti di sostegno. Il W-M originale dunque diventava un M-M, e Hidegkuti diventava il primo vero e proprio trequartista (o falso nueve) della storia del calcio. Come nel caso del Brasile della Diagonal ancora una volta questo coraggioso esperimento tattico fu interrotto sul più bello in occasione della finale della Coppa Rimet del 1954 (il famoso “Miracolo di Berna”) riuscendo tuttavia a lasciare un segno indelebile nella storia della tattica calcistica. E come nel caso del quarto zagueiro (“quarto difensore”) preconizzato da Flávio Costa anche il “centravanti arretrato” (o “centravanti alla Hidegkuti”) ideato da Sebes sarebbe diventato un ruolo fondamentale del calcio del futuro.


  • Note
    * Dalla prefazione di Sidney Garambone su Os 11 Maiores Volantes do Futebol Brasileiro
  • – Letture consigliate:
  • “La Piramide Rovesciata”, Jonathan Wilson, Libreria dello Sport
  • “TATTICA: principi, idee, evoluzione”, Francesco Scabar, Urbone Publishing

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