Canhoteiro, “l’altro Garrincha”

Velocità, fantasia e dribbling ubriacanti. E poi assist perfetti, palloni che andavano solo sospinti in rete, oppure tiri che erano una sentenza tanto erano precisi e potenti.

Nel Brasile degli anni ’60 questa descrizione calzava a pennello a Garrincha, “l’angelo dalle gambe storte”, formidabile ala destra del primo Brasile capace di imporsi al Mondiale.

Eppure la stessa descrizione si sarebbe benissimo potuta adattare ad un altro giocatore, un’ala sinistra, idolo della torcida del São Paulo. Il suo nome era José Ribamar de Oliveira, per tutti era semplicemente Canhoteiro, e fu un grandissimo campione presto dimenticato.

Esordì poco più che ventenne e fu subito grandissimo: la sua velocità all’ala era impressionante, e in un calcio in cui ancora le tattiche erano primitive, e le partite finivano spesso per essere una serie di duelli individuali, si rivelò un’incredibile arma letale, grazie alla classe con cui carezzando il pallone lo sottraeva dagli occhi del terzino deputato a marcarlo.

Canhoteiro, un vero artista

Il suo stile di gioco era talmente spettacolare che fu uno dei primi calciatori ad avere club di tifosi organizzati appositamente per lui. Tra questi vi era anche un giovanissimo Pelé, che proprio in quel periodo si avvicinava al calcio, e che aveva in lui e Zizinho i principali idoli e riferimenti.

Stravedevano per lui, per il suo solavanco, la finta con cui superava ogni terzino. Un rapido movimento del busto che “spingeva” via l’avversario sbilanciato, che si trovava irrimediabilmente lontano dal pallone.

In molti giuravano che fosse addirittura migliore di Garrincha, che ripeteva spesso la solita fantastica, inarrestabile, finta. Canhoteiro, no, inventava sempre qualcosa di nuovo, poteva svariare su tutto il fronte, era un maestro dell’improvvisazione.

Vedere giocare Canhoteiro era come assistere a una mostra d’arte: il suo repertorio comprendeva dribbling ubriacanti, cross al bacio, finte, controfinte e un gran tiro, il tutto eseguito a una velocità che per l’epoca era supersonica.

Forte come Garrincha, dicevano i suoi più grandi fan, e si tenga presente che si parla dell’unico giocatore che per i brasiliani è stato più grande addirittura di Pelé. Eppure la sua stella si limitò a brillare soltanto nella squadra di club, dove giocò oltre 400 partite segnando più di 100 reti.

Il destino dell’altro Garrincha

In Nazionale non sfondò mai, appena 16 partite prima che il Brasile partisse per i Mondiali di Svezia del 1958: ci avrebbe potuto giocare, in quella squadra che poi vinse il torneo, il CT Vicente Feola, stravedeva per lui, avendolo allenato a lungo quando sedeva sulla panchina del São Paulo.

Quando non lo vedeva arrivare al campo per l’allenamento faceva spallucce, dicendo che tanto “Canhoteiro non ha nulla da imparare”.(*1) Ma Feola sapeva bene che Canhoteiro faceva tutto tranne che vita da atleta, che era innamorato, come tanti poeti del futebol, di alcol e belle donne.

Oltre che del pallone, chiaramente, e in una squadra che all’ala destra aveva Garrincha non poteva esserci spazio per un altro solista, seppur superbo. Così a sinistra andò il più inquadrato tatticamente Zagalo: un gran giocatore, non un artista come Canhoteiro.

Tramonto messicano

Feola ci aveva visto giusto su tutto. Il Brasile, con Garrincha e senza Canhoteiro, vinse il Mondiale del ’58 e seppe ripetersi nel ’62 grazie alla sua formidabile ala destra.

E intanto il grande escluso, “l’altro Garrincha”, perdeva se stesso. Prima per gli infortuni, poi per quello stile di vita sregolato che lo costrinse a un rapido declino. Una puntata senza gloria in Messico, quindi un mesto ritorno nella periferia del calcio brasiliano.

Morì pochi anni dopo, a 41 anni, in miseria e alcolizzato, dimenticato da tutti, “l’altro Garrincha”. Quello per cui non c’era posto nella squadra che cambiò la storia del calcio brasiliano. Il campione che tanti giuravano avrebbe potuto persino dribblare la sua stessa ombra.

Nel 2003, il compositore Zeca Baleiro lo ha voluto ricordare con una canzone chiamata con il suo nome. Un doveroso omaggio a quello che è stato uno dei più grandi campioni mancati nella storia del calcio.

“Un bellissimo dribbling
decide la gara
nel grande ballo del futebol,
solo un artista,
un Canhoteiro,
illumina la sera, inventa il sole”

*1: “Campo per destinazione”, C. Martinelli, (edizioni inContropiede) pag. 96


SITOGRAFIA: