Carlo Rampini, bomber di un calcio di altri tempi

Nell’incredibilmente variegato oceano di aneddoti che riguardano il calcio italiano alle sue origini, quando fieri dilettanti nostrani cominciavano a prendere sempre più confidenza con quel gioco, il “foot-ball”, che sarebbe diventato “calcio” e che sarebbe passato dall’essere passatempo per benestanti a religione popolare, un posto speciale lo avrà sempre la mitica Pro Vercelli, la squadra che dominò i primi anni del XX° Secolo conquistando ben 5 Scudetti dal 1908 al 1913 e perdendone uno soltanto in finale, e in pratica per propria libera scelta.

Stella di una squadra mitica

Fieramente dilettanti, orgogliosamente tutti vercellesi, i “Leoni” lasciarono un marchio talmente impressionante nel calcio italiano che la Nazionale giocò in maglia bianca la sua prima gara nel 1910 proprio per omaggiare la casacca della Pro Vercelli, e il 1° maggio del 1913 – dopo oltre un lustro di dominio – su spinta dei maggiori giornali dell’epoca ne mandò in campo contro il Belgio ben nove membri su undici.

In una squadra ovviamente ricca di personaggi e storie importanti oggi voglio raccontarvi quella del suo bomber principe, il fenomenale interno destro Carlo Rampini, detto “il Folletto”. Di dimensioni ridotte, egli si schieravanei quattro dietro l’unica punta nell’allora consueto modulo 2-3-4-1, e pur giostrando abbastanza lontano dalla porta finiva sempre per trovarcisi vis-à-vis.

Con esiti eccellenti: nell’arco di 6 stagioni segnò oltre 100 reti in 99 gare, una media impressionante di più di un gol a partita, reti che molto spesso scaturivano da micidiali combinazioni con il suo dirimpettaio all’ala, il velocissimo e combattivo Carlo Corna, esterno a tutto campo in grande anticipo sui tempi.

Gol, amicizia e sigari

La spettacolare intesa tra i due era figlia di una grandissima amicizia anche al di fuori del rettangolo di gioco: coetanei, entrambi nati nel 1891, si erano conosciuti partecipando ai primi calci della Pro Vercelli, la squadra che anticipando i tempi avrebbe cambiato il volto del calcio italiano.

Strenui cultori della fisicità e della preparazione atletica e mentale, i bianchi dominavano qualsiasi avversario grazie alla freschezza e all’entusiasmo derivanti dalla gioventù (avevano un età media di vent’anni, in un periodo in cui ancora giocavano vecchie glorie ormai anziane) e a un gioco che non mostrava timore reverenziale verso chicchessia.

E a chi si lamentava del gioco a volte troppo duro che i “Leoni” mettevano in mostra il capitano Guido Ara rispondeva che “il calcio non è sport per signorine”, intendendo così dire che era finito il tempo degli eleganti fraseggi dei figli della buona società.

Carlo Rampini fu calciatore per sei anni, vinse cinque Scudetti e segnò più di un gol a partita, rivendendo i sigari che il presidente gli donava ad ogni gol fatto per aiutare i compagni in difficoltà economica, visto che il calcio non portava soldi e il lavoro in città non abbondava: di questi doni beneficiò più volte lo stesso Corna, che aveva un fratello gravemente malato ed era quindi ben lieto di mandare in rete il suo amico con tanta frequenza.

Addio al calcio

Quando niente sembrava potere fermare “il Folletto” (che si era ben distinto anche nelle 8 gare giocate con la Nazionale) ecco che accadde un episodio che la dice lunga sullo spirito del calcio di quei tempi e di quella stessa mitica squadra.

Un’offerta di lavoro impossibile da rifiutare portò Rampini ad abbandonare il calcio e ad attraversare l’oceano per raggiungere il Brasile, dove lavorò mentre la squadra senza di lui perdeva la corsa al titolo del 1914 e sarebbe tornata grande (per un periodo di tempo ancor più breve) soltanto un decennio dopo.

Finì così, ad appena 24 anni, la carriera di Carlo Rampini, con ogni probabilità il miglior calciatore italiano in un’epoca in cui il calcio era solo un passatempo, un gioco. La sua storia merita di essere raccontata anche per ricordare quanto il calcio che oggi amiamo e conosciamo, pur uguale nella forma, sia stato un tempo un gioco completamente diverso nello spirito.

Uno spirito di cui Carlo Rampini e la Pro Vercelli – sprofondata nelle serie inferiori con l’avvento del professionismo – sono stati gli ultimi veri rappresentanti.

Chiedi chi era Carlo Rampini

“Rotto a tutti i segreti del giuoco, Rampini ha saputo sfruttare sul terreno tutta la sua abilità. Nessun giuocatore ha dimostrato di saper volere più del vercellese. Nella mischia, nel fervore della battaglia, Rampini è stato sempre il combattente più abile, più aspro, più coraggiosamente attivo.

Nell’arco attaccante vercellese Rampini era la freccia sempre pronta allo scatto. Ha saputo imporsi sempre: col dribbling stretto ma studiato ed astuto; colla fuga travolgente; tutto solo contro due o tre avversari, oppure concordando il giuoco con quello del compagno di linea.

Ha giuocato all’ala prima; poi alla mezz’ala, sempre a sinistra. In gara è testardo, quasi cattivo. Ama la lotta: per lui l’avversario rappresenta un nemico. E Rampini non si è mai inchinato di fronte a nessuno.”

(Emilio Colombo, “Lo Sport Illustrato”, 28 febbraio 1915, pagine 19 e 20)