Castelli di sabbia – Ascesa e declino del New Brighton Tower FC

Gli anni che precedettero l’arrivo del XX secolo videro l’Inghilterra cambiare enormemente. Il lungo regno della Regina Vittoria stava per concludersi, e con esso un periodo aureo che l’Impero Britannico non avrebbe mai più vissuto.

La rivoluzione industriale aveva cambiato le vite di milioni di cittadini: liberate in parte dagli opprimenti orari di lavoro, che avevano preceduto i vari Factory Acts emanati dal governo, le masse lavoratrici si erano ritrovate a godere di tempo libero.

Il football aveva preso piede, non più inteso soltanto come attività sportiva ma anche come spettacolo da seguire, con squadre in cui identificarsi, per cui gioire o soffrire.

Verso la fine del 1800, il calcio era cambiato. Come un tornado inarrestabile, il professionismo si era impadronito del gioco, cancellando i nobili team di amateurs che per primi avevano scritto la storia del football.

Wanderers, Old Etonians e Royal Engineers non erano già che ricordi romantici di un passato ormai alle spalle, ed erano stati sostituiti dalle squadre delle Midlands e del nord del Paese, squadre guidate da uomini che avevano capito, per primi, che il football era ormai un affare dannatamente serio.

Un sogno sul Mersey

La nascita della Football League, nel 1888, fu un vero e proprio spartiacque tra quello che il calcio era stato e quello che ormai era diventato, un business in cui partecipare era bello, si, ma ancor più bello era vincere, investire e ricavare.

Fu in questo periodo che sorsero i grandi club che oggi tutti conosciamo, e fu in questo periodo che nel Merseyside, che già poteva vantare squadre di grande fascino come Everton e Liverpool, qualcuno ebbe un sogno così grande, così avveniristico e avanti nei tempi, da risultare, naturalmente, irrealizzabile nei fatti.

Se il football era un business, perché non collegarlo ad altri importanti investimenti? Perché non tentare di attrarre le masse creando la squadra più forte mai vista, legandola a una piccola città che sognava di diventare la capitale del divertimento di tutta l’Inghilterra?

Queste, oltre alla costruzione di quello che ai tempi fu l’edificio più alto del Paese, furono le premesse dietro la nascita del New Brighton Tower Football Club.

New Brighton, il paradiso artificiale

Prima del 1829, prima cioè della costruzione da parte del governo del Fort Perch Rock, edificio militare che avrebbe protetto le coste del Mersey, la zona in cui sarebbe sorta la città di New Brighton non era altro che un luogo squallido quanto pericoloso, terra di contrabbandieri e predoni di ogni tipo.

L’anno successivo un ricco quanto visionario uomo d’affari di Liverpool, James Atherton, acquistò i terreni adesso protetti dal Fort Perch e decise che qui sarebbe sorta la più bella città d’Inghilterra, capitale del divertimento e delle vacanze.

Fu così che nacque New Brighton, che riprendeva nel nome la cittadina a cui si ispirava – e che intendeva superare – e che fin da subito mostrò di avere nel suo DNA la follia visionaria di chi l’aveva immaginata.

Tutto doveva essere grande e magnifico, dai campi di golf che sorsero in breve tempo alle chiese, dai fari che maestosi scrutavano il mare d’Irlanda sfociare nel Mersey ai vari teatri e ristoranti che presto furono costruiti da altri grandi investitori, contagiati dal sogno di Atherton.

La torre più alta d’Inghilterra

Alcuni di questi, nel 1896, fondarono la ricchissima New Brighton Tower and Recreation Company, una società che intendeva donare alla città qualcosa che nessun altro aveva mai avuto: l’edificio più alto d’Inghilterra.

Una torre – appunto la New Brighton Tower – che con i suoi 173 metri di altezza superava i celebri edifici di Blackpool e che sarebbe diventata l’attrattiva più importante della città, catalizzando intorno a se orde di turisti.

Non contenti, gli investitori, consci della grande presa che il football aveva ormai sulle masse, pensarono bene di costruire anche uno stadio legato alla torre, il Tower Athletic Ground.

Avrebbe potuto ospitare gare di atletica e corse motociclistiche, e con la sua capienza stimata di 100.000 spettatori sarebbe stato il più grande impianto sportivo del nord del Paese, ma era logico pensare che vi si sarebbero giocate, soprattutto, molte partite di calcio.

Una squadra su misura

Già, ma quale squadra avrebbe esaltato le prevedibili folle che sarebbero accorse in un impianto tanto avveniristico? Né il Liverpool né l’Everton, ovviamente, ma una squadra creata per l’occasione ancora dalla New Brighton Tower and Recreation Company.

Una squadra di stelle che avrebbe catalizzato la passione dei tifosi della zona e creato divertimento e attrattiva per i mesi invernali, quelli in cui una città creata per i turisti finisce inevitabilmente per veder calare il proprio volume d’affari.

Del resto, alle persone piace il calcio. E alle persone piacciono le vacanze. Perché le due cose non avrebbero dovuto funzionare insieme?

Ecco così che nacque, mentre ancora la magnifica torre a cui era legato doveva essere inaugurata, il New Brighton Tower FC, “la squadra della torre di New Brighton”. Il primo club calcistico creato con lo scopo dichiarato di fare puro business.

Sulle orme dei grandi

I grandi club professionistici erano diventati tali grazie all’apporto dei calciatori scozzesi, facilmente acquistabili – in un’epoca in cui il professionismo, in Scozia, aveva ancora da venire – e soprattutto padroni del passing game, quel “gioco d’insieme” che a lungo aveva messo in croce la nazionale inglese e che aveva fatto le fortune di Blackburn Rovers, Preston North End, Aston Villa e Sunderland.

Come questi club, a cui si ispirava, il New Brighton Tower fece fin da subito incetta di scozzesi, e dopo aver conquistato al primo tentativo il campionato del Lancashire – laddove il football aveva partorito il professionismo – chiese con convinzione di essere ammessa nella più prestigiosa e remunerativa Football League.

I dubbi del comitato che controllava quello che era, allora come oggi, il campionato più bello del mondo, non erano di poco conto: appena un migliaio di spettatori, in media, aveva riempito le enormi tribune del Tower Athletic Ground nella prima stagione, logica conseguenza di una città che aveva un bacino di utenza davvero ridotto.

Certo i turisti occasionali erano numerosi, ma non molti, tra questi, amavano spendere soldi e tempo a guardare una squadra che non sentivano come la propria.

Tuttavia le forti argomentazioni economiche dei proprietari del club, che consideravano ormai fondamentale il successo della squadra come traino per tutti gli altri investimenti che ad essa erano legati, ebbe la meglio: con una mossa decisamente poco romantica, dettata da motivi prettamente economici, la Division Two della Football League fu allargata per accogliere i nuovi, ricchissimi, compagni d’avventura.

Polvere di stelle

E non si può certo dire che la dirigenza del New Brighton Tower FC lesinò gli investimenti: a seguito di una campagna acquisti che mai si era vista in tutto il panorama calcistico mondiale, giunsero a vestire la maglia color salmone del club vere e proprie stelle internazionali che mai una città così piccola avrebbe potuto sognare di osservare da vicino.

Nomi come Jack Robinson, a lungo portiere del Derby County e inventore della parata in tuffo; i centrocampisti Dewar e Anderson, che avevano rilanciato il Blackburn Rovers ad altissimi livelli; l’ala mancina Harry Hammond, stella dello Sheffield United allora ai vertici del calcio nazionale; l’inarrestabile mediano a tutto campo Charlie McEleny, primo irlandese a giocare per il Celtic Glasgow; Alf Milward, stella dei vicini di casa dell’Everton.

Guidati dal celebre Jack Hunter, l’uomo che per primo aveva cambiato il football conquistando la FA Cup con il mitico Blackburn Olympic, quello che divenne noto immediatamente come “the Team of Internationals” aveva un solo obbiettivo: la promozione in First Division, dove il club avrebbe potuto sfidare le grandi squadre che ormai credevano di essere padrone del gioco. E magari sconfiggerle, creando una nuova dinastia, scrivendo la storia.

Gigante dai piedi d’argilla

Era un sogno che non poteva funzionare. Le persone che acquistavano i costosi biglietti per l’enorme stadio, costruito nel deserto, restarono sempre pochissime. I dirigenti del New Brighton Tower erano si abili imprenditori, ma poco conoscevano del football e di come ormai questo era entrato nel cuore della gente a livello campanilistico.

Il calcio era si uno spettacolo, ma prima di tutto era senso di appartenenza, un legame con la propria città che non si poteva acquistare né con grandi stadi né con grandi campioni.

I calciatori, forse, percepirono tutto questo. Lo scarso senso di attaccamento di supporter poco numerosi e occasionali, la sensazione che una squadra costruita meramente per il business mai avrebbe potuto scrivere la storia di uno sport che era ancora, prima di tutto, passione.

Partita a razzo, la squadra subì la prima sconfitta del suo primo campionato da professionista soltanto a gennaio, ma ebbe da lì un crollo che fece sfumare una promozione che sembrava ormai scontata e che valse un deludente quinto posto.

Anno dopo anno la promozione in massima serie continuò a sfuggire, e con essa anche quei grandi campioni internazionali un tempo vanto del club, che non trovavano più sufficiente motivazione nei soldi.

Un’inevitabile caduta

Nessuno, di questi fenomeni del pallone, scrisse le fortune del New Brighton Tower FC. Tutti furono grandi altrove, chi dopo essere passato in questa realtà di plastica chi prima, come il grande John Goodall, già eroe del Preston North End degli “Invincibili” e mentore del mitico Steve Bloomer al Derby County.

A 37 anni, all’alba del nuovo secolo, quello che una volta era stato il più forte calciatore d’Inghilterra si ritrovò a giocare partite dimenticabili, triste ricordo di quello che era stato.

La storia dell’ambizioso New Brighton Tower FC, lo squadrone che avrebbe dovuto riscrivere la storia del calcio, durò appena cinque anni.

Il tempo necessario agli investitori per capire che il sogno che avevano avuto era impossibile, che il football era una cosa completamente diversa, che era un business ormai, certo, ma anche molto – molto – di più. Fosse arrivata la promozione in massima serie, chissà, forse il destino dei Towerites sarebbe cambiato.

C’era una volta un sogno

Forse gli abitanti dei dintorni avrebbero trovato interesse per quella squadra che da subito era apparsa senz’anima, costruita con cinico calcolo imprenditoriale.

Forse gli investitori della compagnia, che in realtà avevano preteso la Football League già dal primo anno – un riconoscimento dovuto, a loro dire, al loro coraggio e al loro desiderio di investire – non avrebbero finito per stancarsi di quel costoso giocattolo.

Ma con i forse non si scrive la storia. L’ultimo campionato dei Towerites fu quello del “vincere o morire”: partito con grande ottimismo, il New Brighton Tower FC fu capace di restare imbattuto in casa per l’intero torneo e di sconfiggere anche i futuri campioni del Grimsby, ma l’ormai conclamata mancanza di continuità portò infine a un quarto posto.

Se per qualche club questo avrebbe potuto voler dire concludere positivamente una stagione, questo non valse per gli imprenditori che da tempo avevano pensato di gettare la spugna, delusi dalla squadra e dagli scarsissimi incassi ai botteghini in quello che sarebbe dovuto diventare, nei loro sogni, l’impianto più affollato e rinomato del Paese.

La fine di un sogno

Il 4 settembre del 1901, con la stagione ormai alle porte, il New Brighton Tower FC annunciò il suo scioglimento. Il sogno era finito, nell’indifferenza di una città i cui abitanti facevano spesso il percorso inverso rispetto a quello sognato dai creatori dei Towerites, raggiungendo la grande città per seguire Liverpool e Everton.

Nelle decadi successive, sempre per gli eccessivi costi di mantenimento, sarebbero spariti prima il monumentale Tower Athletic Ground e poi la stessa, maestosa, torre che aveva dato vita a questo pazzesco, strampalato, visionario progetto.

Progetti grandiosi e costosi che si erano rivelati decisamente troppo ambiziosi per la loro epoca, oggi poco più che ricordi sfumati in una cittadina che sognava di essere un paradiso per le vacanze e invece oggi è una specie di dormitorio per chi lavora a Liverpool.

L’inevitabile fine di chi, sfidando il cielo, si era avvicinato troppo al sole. Finendo, come un moderno Icaro, per precipitare.


SITOGRAFIA:

  • Graves, Steve (26/02/2014) Mersey Paradise Lost: a lesson from History, The Anfield Wrap

PIONIERI DEL FOOTBALL – STORIE DI CALCIO VITTORIANO (1863-1889)

Nato come passatempo per i ricchi studenti delle migliori scuole private di Londra e dintorni, il calcio cresce e si espande assistendo alle imprese dei primi grandi eroi del rettangolo verde.

Sono i “pionieri del football”, nomi oggi in gran parte dimenticati ma che hanno contribuito in modo fondamentale alla nascita e alla diffusione di quella che è oggi la religione laica più praticata al mondo.

Dai primi calci a un pallone, dati quasi per caso, il football arriva al suo primo campionato professionistico attraverso numerose vicende: i primi regolamenti, le prime sfide internazionali, la FA Cup giocata da club ormai scomparsi, così esotici e ricchi di storia e vicende personali.

“Pionieri del football – Storie di calcio vittoriano” vi racconta tutto questo e molto di più, 283 pagine in cui troverete narrati, per la prima volta in Italia, i primissimi anni del calcio inglese. Aneddoti, rivoluzioni, epiche sfide in un’epoca così diversa eppure così simile, per molti versi, alla nostra.

Scoprite chi furono Lord Arthur Kinnaird, il primo dominatore del cuoio capace di giocare ben nove finali di FA Cup; gli Wanderers, la più grande squadra del football quando questo aveva appena cominciato a chiamarsi così; Jack Hunter e il Blackburn Olympic, il club che rivoluzionò regole che sembravano immutabili.

E poi ancora Archie Hunter e l’Aston Villa, il Preston North End degli “Invincibili”, la Scozia e i suoi “professori”, le lotte di classe e di potere che seguirono, parallelamente, quelle che si svolsero nell’Inghilterra in piena Rivoluzione Industriale.

Perché per quanto diversi dagli eroi moderni, questi pionieri furono veri eroi, e meritano di essere conosciuti da ogni vero appassionato di calcio. Perché è grazie a loro, in fin dei conti, che oggi possiamo goderci questo meraviglioso sport.

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