Cesarino Grossi, primo eroe di Bari

11 dicembre 1999: Eugenio Fascetti decide di far esordire il diciassettenne Antonio Cassano  durante un Bari-Lecce che i biancorossi perdono per 1 a 0. Un esordio come tanti? Mica tanto, il ragazzo ha talento e si farà – anche se non compiutamente – e infatti la settimana successiva umilia la difesa dell’Inter e il libero e campione del mondo francese Laurent Blanc segnando un goal strepitoso.

È nata una stella, ma non è certo la prima. La prima stella del Bari fu Cesare Grossi detto Ninì, straordinario talento che negli anni ’30 avrebbe infiammato il pubblico dello “Stadio della Vittoria” prima di andare incontro a una morte tanto prematura quanto misteriosa.

Cresciuto nelle giovanili del club nato nel 1908 su iniziativa dell’italo-austriaco Floriano Ludwig, Grossi aveva fatto il suo esordio ventenne proprio contro l’Ambrosiana-Inter, lanciato dal grande tecnico austriaco Tony Cargnelli e mostrando immediatamente un talento cristallino.

Basso e molto leggero, sfruttava questo apparente limite per folleggiare oltre i ruvidi difensori dell’epoca, ispirando la manovra d’attacco e andando alla conclusione egli stesso come un fantasista moderno.

Cesarino Grossi, stella del Meridione

Siamo nel 1936, l’Italia di Vittorio Pozzo è campione del mondo e il movimento calcistico è nel pieno della sua crescita: Grossi è la “nuova sensazione” di una squadra, il Bari, che poggia sulla verve e le intuizioni del grande Raffaele Costantino, ala d’attacco che ha raggiunto persino la Nazionale mentre giocava in biancorosso, tra i primi meridionali a farcela e sicuramente primo barese.

Un fenomeno, Costantino, un’icona vivente: in azzurro ha segnato una doppietta persino al mitico portiere spagnolo Zamora, ha giocato nella Roma e ha sfiorato la convocazione ai vittoriosi Mondiali casalinghi del 1934.

Tornato al Bari a chiudere la carriera ha intravisto proprio in questo ragazzo il suo erede, e forse qualcosa di più: egli stesso confesserà che quando vedeva giocare, dribblare, calciare Grossi era sicuro che fosse persino più forte di lui. Cesarino intanto continua a crescere: non in altezza, che ormai è quella che è e quella resterà, ma in fama.

A Bari è un idolo, i ragazzi corrono ad acquistare le sue foto e le utilizzano come segnalibri, oppure come veri e propri santini da tenere nel portafogli, e la domenica corrono allo stadio sicuri che il giovane idolo non li deluderà.

Campione d’umiltà

E infatti Grossi non delude mai: in una gara mette a ferro e fuoco la difesa della Lazio, propiziando la vittoria finale per 5-1 e sovrastando nel gioco aereo persino il mitico Silvio Piola, di venti centimetri più alto e grande specialista nei colpi di testa.

Umile, serio, incassa i complimenti dei mitici difensori Foni e Rava quasi incredulo: accade al termine di una sfida con la Juventus dove i due sono ammattiti per tenerlo a freno, ma lui crede che scherzino.

“Quelli sono campioni veri, mica come me”, dice.

Campioni come Luisito Monti, anima dell’Italia campione del mondo e centromediano che non fa sconti a nessuno, ma che al ragazzino chiede pietà nella stessa sfida, il sorriso del fenomeno che ne ha intravisto un altro.

Il sogno sfumato

E un po’ ci crede anche Ninì, che sogna adesso i grandi palcoscenici, di far parte della Nazionale, che nel frattempo ha conquistato anche il Mondiale in Francia nel 1938. Forse giocare a Bari è un limite, e questi benedetti osservatori azzurri osservano ma non si decidono mai.

La storia potrebbe cambiare proprio dopo i mondiali francesi. L’Inter offre 400,000 lire, una cifra assurda per l’epoca: cinque anni prima, per acquistare il grande Piola dalla Pro Vercelli, la Lazio aveva speso la metà.

Ma il Bari rifiuta, gioca al rialzo o forse coltiva sogni di gloria: sia quel che sia, la trattativa salta e Grossi vede sfumare la sua grande occasione, il trasferimento nella grande Milano, la maglia di una squadra che è una tra le migliori d’Italia.

Continua a giocare bene e con impegno, ma dentro è ferito. Così, un po’ il grande spirito patriottico e un po’ il desiderio di allontanarsi dalla società, e fargli pagare il mancato viaggio a Milano, lo porta a non chiedere l’esonero quando nell’aprile del 1939 arriva la chiamata dal Regio Esercito.

Una morte misteriosa

Ninì abbandona il pallone certo di ritrovarlo al termine della leva, ma questo non accadrà mai: spedito in Albania in occasione del matrimonio di Re Zog, muore misteriosamente il 22 aprile del 1939, 22 anni compiuti da pochi mesi.

Muore colpito da un fulmine, riportano le cronache dell’epoca, una morte talmente assurda da essere sospetta, visti e considerati i tempi in cui accade: il Fascismo è noto per edulcorare le brutte notizie, e con ogni probabilità Ninì è stato colpito da un gruppo di ribelli, caduto in un’imboscata mentre incautamente si abbeverava a una fonte.

Sono in tanti a piangerlo: i ragazzini che lo idolatravano, le ragazzine che sognavano di sposarlo, i tifosi di chi lo aveva e di chi lo avrebbe voluto avere, la Nazionale stessa. Quando il suo corpo torna in città per essere seppellito il lutto è cittadino, il cordoglio enorme: così Bari saluta il suo primo grande idolo.


SITOGRAFIA:

  • Sblendorio, Francesco (12/11/2013) Anche Bari ha avuto il suo Meroni: si chiamava Cesarino Grossi, BarInEdita
  • Brandonisio, Domenico (27/01/2015) Il Bari e le morti di guerra: Arpad Weisz e Cesarino Grossi,Tutto Bari