Cinema nel Pallone: “Hooligans (I.D.)”

Inghilterra, primi anni ’90: Scotland Yard sospetta da tempo che, dietro i numerosi gruppi di hooligans che popolano gli stadi di calcio, vi siano organizzazioni criminali che, sfruttando la passione e il fanatismo dei tifosi, gestiscono a vari livelli anche criminalità e gruppi di estremismo politico. In particolare, sotto il mirino degli investigatori, è finito lo Shadwell Town, squadra che gioca le sue partite in uno stadio soprannominato “Il Canile” e i cui tifosi, i “Dogs”, sono tra i più estremi e violenti al mondo.

Resasi presto conto che, condannando gli atti di violenza che sono ormai all’ordine del giorno dentro e fuori lo stadio, la polizia non farà che arrestare pesci piccoli e di poco conto – in un sistema che sembra rigenerarsi continuamente grazie alla popolarità del football – ecco allora che vengono scelti quattro agenti che tenteranno di infiltrarsi tra i tifosi, scalando le gerarchie fino ad arrivare ai vertici e produrre le prove necessarie per sconfiggere quella che è molto più di una Firm.

Per i quattro inizia così un gioco pericoloso, perché mentre si trovano a far sempre più parte di un mondo che abbina violenza e criminalità a straordinari valori di fede e fratellanza dovranno stare attenti a non farsi scoprire e, soprattutto, a non dimenticare chi sono e perché sono lì, in curva con i “Dogs”.

Hooligans, ovvero “Identità”

“Perché non provi a guardarti allo specchio? Sei diventato un vero hooligan, John…”

Vero e proprio cult-movie della mia giovinezza, questo film approdò da noi come “Hooligans – Teppisti”, un comprensibile tentativo di commercializzare un’opera controversa come, in fondo, tutto ciò che riguarda il tifo organizzato. Il titolo originale, “I.D.”, era comunque straordinariamente azzeccato, in quanto più che di calcio e della religione che lo accompagna, più che di indagine e violenza, il regista Philip Davis e lo sceneggiatore Vincent O’Connell intendono parlare di identità.

Quella dei “Dogs”, i tifosi dell’inventatissimo Shadwell Town, uniti da una fede cieca e rabbiosa che si alimenta con la presenza del gruppo portando a violenza fuori controllo e ad atti sconsiderati e criminali; quella di Gumbo, sempliciotto che nel “Canile” soddisfa il suo bisogno di far parte di qualcosa e che nei “Dogs” ha trovato dei veri e propri fratelli; quella dei quattro poliziotti protagonisti, che dopo l’inevitabile disagio iniziale cominciano ad essere attratti da un mondo che non è solo delinquenza, ma anche fratellanza; quella di John, che da poliziotto finirà per cedere, conquistato dalle grida e l’adrenalina, e passare “dall’altra parte”, nei cui valori si troverà più a suo agio.

Identità fragili, che finiranno inevitabilmente per subire il fascino di uno stile di vita tanto grandioso quanto oscuro.

“Hooligans” è un film straordinario perché riesce benissimo ad esporre i pericoli del “fanatismo di massa” senza però condannare interamente la categoria dei tifosi più estremi, riconoscendo anzi in molti di loro, oltre al disagio e alla rabbia che porta a subire il fascino oscuro di certe realtà, anche passione vera, coraggio, fratellanza.

Non solo il calcio è del tutto marginale in questa pellicola, ma lo stesso concetto di curva, di hooligans, non è poi così importante: ciò in cui si vanno a infilare i poliziotti protagonisti del film è né più né meno una setta, un culto, con il football che è prevedibilmente solo lo specchietto per le allodole dei vertici criminali che stanno dietro ai “Dogs”.

“Il business del calcio è sprecato per chi ha le palle. Non è mai stato il mio vero campo. Agli inglesi piace fare un po’ di casino ogni tanto, giusto per non annoiarsi, ma oggi nessuno si diverte più. È tutto finito. I duri stanno cadendo uno dopo l’altro nella merda della propaganda fascista, gli altri diventeranno grassi, pelati, porteranno i figli alla partita. Tu sei diverso, puoi avere una carriera.”

Un film controverso e da capire

Nel corso degli anni “Hooligans”, marcatamente più vero e profondo – e by the way meno “commerciale” – del più noto e recente “Green Street Hooligans”, è stato interpretato in molti modi spesso errati: nel mondo del tifo – e non solo – c’è chi naturalmente ha esaltato la pellicola come perfetta rappresentazione di tutto ciò che di bello c’è nella “vita da curva”, idealizzando la tanta violenza come una questione di fede.

Ma c’è stato anche chi ha protestato, sottolineando come naturalmente “non tutto il mondo degli hooligans sia così”, concetto che peraltro non viene mai fatto intendere dal regista o dai protagonisti durante i 107 minuti di durata dell’opera. Succede ANCHE questo, è successo e succederà in qualsiasi gruppo organizzato che ha alla base il fanatismo.

“Hooligans” è il viaggio all’inferno di un uomo, l’agente John Brandon, ambizioso e frustrato, un uomo dalla mente fragile e la cui insoddisfazione lo porterà a cedere sempre più al suo lato animalesco, al suo bisogno di sentirsi di appartenere a qualcosa. Un uomo come ce ne sono tanti, troppi, nella nostra società. Deluso, infine, da un mondo che non lo capisce né ne apprezza gli sforzi.

“Qui non si tratta dei teppisti del Rock, ma di veri delinquenti! Di criminali che chi paga le tasse avrebbe il diritto di vedere marcire in galera!”

Ed è un’opera sui fanatismi, su come nascano e come si alimentino e su come, spesso, buoni sentimenti quali senso di appartenenza, fratellanza e “campanilismo” possano essere distorti da chi ha il carisma necessario per farlo per poi essere utilizzati in altri, più spregevoli, modi. “Hooligans” è un film che parla di tutto il bello e di tutto il brutto che si può trovare all’interno di qualcosa che diventa una fede, che protegge ma che allo stesso tempo rende ciechi.

In sintesi, un film da vedere senza pregiudizi e con la mente aperta, qualità rare purtroppo in una società che sempre più vuole una visione schierata da una parte o dall’altra, che non si mette in dubbio e non accetta mezze misure o critiche non soltanto nella fede calcistica, ma anche in quella religiosa e politica, nello scontro di classe.

“Hooligans” finisce così – come altri film del periodo, ad esempio l’italiano “Teste Rasate” – per criticare proprio quelli che invece ne esaltano messaggio e morale senza averli capiti, quelli che semplicemente dividono il mondo in buoni e cattivi proprio mentre, nell’ormai lontano 1995, quattro poliziotti infiltrati volevano dimostrarci che esistono un sacco di sfumature e che a volte il confine tra il bene e il male è così sottile da risultare quasi invisibile.

“Shadwell siamo i cani, che vi sbraneranno! Shadwell, Shadwell grande amor con te sempre sarò!”