Czibor sfida l’Unione Sovietica (di Vladimir Dimitrijević)

Il seguente, splendido, brano è tratto da uno dei più bei libri che abbia mai letto: “La vita è un pallone rotondo”, di Vladimir Dimitrijević.


Mi ricordo la partita in cui questa squadra affrontò a Mosca l’Unione Sovietica, in occasione dell’inaugurazione del suo grande stadio. Era consigliabile non vincere contro l’URSS in quegli anni! La Iugoslavia faceva molta attenzione, all’inizio, quando giocava contro i sovietici.

Io penso che i nostri giocatori si sentissero piuttosto galvanizzati, ma non bisognava vincere contro Stalin nel 1947/1948. Avrebbe fatto una cattiva impressione, e chissà come potevano evolvere le cose. Non era possibile dire se a Stalin il calcio piacesse o no, si sapeva solo che gli piaceva vincere.

Così l’Ungheria, in quell’incontro delirante, era libera di esibire le sue prodezze tecniche, ma non necessariamente di mostrarne l’efficacia. 0 a 0. Una partita semplicemente esemplare: si dimostra che i sovietici non possono vincere, ma non li si umilia.

Tuttavia bisogna fare i conti con Czibor.

Ha davvero un volto meraviglioso, il piccolo Czibor, il volto di uno scrittore che avrebbe potuto lasciare un’opera importante, ma preferisce tirar tardi nei caffè, perché lì fa più caldo, gli piace stare appoggiato al bancone a chiacchierare, per poi magari, all’improvviso, lasciarsi sfuggire un’enormità che gli costerà il carcere.

Ma nonostante ciò, quando leggiamo i pochi libri che quest’uomo ha lasciato, lo ritroviamo tutto. E allora viene da dirsi: è questo lo scrittore, è questo l’uomo che mi può consolare quando sono triste e ho dei dubbi sulla natura umana.

Avrò sempre davanti agli occhi Czibor che, verso la fine della partita, attraversa tutto quell’immenso stadio che viene inaugurato alla presenza di Stalin e di tutti i dignitari, riceva un passaggio da un centrocampista e corre, corre, corre e sicuramente dice tra sé: “A forza di correre, bisognerà pure che tiri!”

Avrà senz’altro esitato, ma l’ha fatto pensando: “Non posso deludere papà e mamma, e gli zii, e i vicini che stanno ascoltando la radio. Mi hanno avvertito: si rischia grosso. Ma si rischia cosa, in realtà?” E, fra lo stupore generale, questo nanerottolo – che di piede aveva il 36 – tira e segna!

A quei tempi era la radio a farci trepidare, ma le immagini di quella partita, che in seguito ho avuto modo di vedere, sono piene di emozioni e di insegnamenti: una vera lezione di comportamento.Czibor gioisce, lascia esplodere la sua esultanza e si volta verso i compagni.

I quali, allora, hanno un istante di esitazione. Di stupore. Umano, troppo umano.

“Senti, Zoltan, noi ti vogliamo un gran bene, ma certe cose non si fanno”.

Ancora un momento: lo stadio è muto. Un momento ancora, e i compagni si precipitano a congratularsi con colui che ha rovesciato il bicchiere di palinka e sporcato di gulasch la tovaglia candida.

Non ho visto se i cameramen hanno ripreso anche la tribuna delle autorità: i mostri avevano cominciato pure loro ad applaudire in punta di dita, invece di fare pollice verso?

Io, lo confesso, ho pianto di gioia.


Zoltán Czibor (Kaposvár, 23 agosto 1929 – Győr, 1º settembre 1997) fu una delle migliori ali sinistre al mondo della sua epoca. Rapido e guizzante, con Kocsis e Ferenc Deák fu il leader dell’attacco del Ferencváros che nel 1949 vinse il campionato ungherese segnando ben 140 gol. Quando il regime comunista che dominava il Paese accentrò tutti i talenti nella squadra dell’esercito, l’Honvéd, finì esiliato in provincia fino a quando anche lui, dovendo sottostare al servizio militare, fu in pratica costretto a unirsi alla squadra che era il vero e proprio laboratorio per la Nazionale che sarebbe diventata noto come “La Squadra d’Oro”.

Riuscì finalmente a sfuggire alla morsa del comunismo fuggendo con molti compagni all’estero mentre i carri armati sovietici stroncavano la Rivoluzione Ungherese, giocando la sua ultima gara con l’Honvéd in porta, per infortunio del titolare, contro l’Athletic Club di Bilbao. Dopo aver tentato di trovare posto alla Roma si accasò al Barcelona, dove ritrovò il vecchio compagno Kocsis per poi chiudere la carriera dopo essere passato da Espanyol, Basilea, Austria Vienna e Primo Hamilton, compagine canadese.

In Nazionale fu tra i protagonisti del secondo posto ai Mondiali di Svizzea del 1954 e dell’oro olimpico di Helsinki nel 1952, mentre a livello di club conquistò 3 campionati ungheresi (uno con il Ferencváros e due con l’Honvéd) 2 campionati spagnoli, una Coppa di Spagna e una Coppa delle Fiere con il Barcelona, con cui giunse anche in finale di Coppa dei Campioni nel 1961.

In Ungheria sarebbe tornato soltanto nel 1990, dopo la caduta del Muro di Berlino, per diventare presidente del club in cui aveva dato i primi calci, il Komárom, prima di spegnersi il 1° settembre del 1997 a Győr, una settimana dopo aver compiuto 68 anni.