Da “Foot-ball” a “Calcio”: storia del primo campionato in Italia

Giunto in Italia, come in ogni altra parte del mondo, tramite gli inglesi che per lavoro alla fine del XIX° secolo si spostavano nelle città costiere, il football nel nostro Paese ci mise diversi anni a prendere piede e considerazione.

I primi resoconti raccontano di partite disputate sulle banchine dei moli tra gli stessi marinai britannici, con la popolazione locale che osservava incuriosita e da cui veniva di tanto in tanto prelevato qualche elemento se finiva per mancare il numero necessario al gioco.

Tenendo presente che in Inghilterra il primo campionato ufficiale si svolse nel 1888, si consideri che in Italia il gioco era arrivato appena un anno prima, se togliamo le estemporanee esibizioni straniere: a portare il primo pallone di cuoio non fu però un inglese, ma un nostro compatriota.

Il suo nome era Edoardo Bosio. Figlio del fondatore del primo birrificio in Italia, ragioniere, lavorava per una società tessile britannica e per lavoro era stato a lungo in terra d’Albione, conoscendo il football e restandone folgorato insieme al canottaggio, sua disciplina sportiva preferita.

La prima squadra di sempre in Italia

Nel 1887, quando il primo campionato inglese era prossimo a partire e già da tempo si giocava la F.A. Cup, Bosio fondò a Torino il “Football & Cricket Club”, gruppo sportivo che si sarebbe occupato appunto di football, cricket e canottaggio, all’epoca tra gli sport più in voga in Italia.

Fondata la squadra, però, Bosio si rese presto conto che al di là di qualche amichevole interna non si sarebbe potuti andare: mancava infatti un’avversaria, che fu finalmente individuata due anni dopo nella “Nobili Torino”, squadra fondata nel 1889 sotto il patrocinio di Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e che riuniva nobili e operai di una ditta di ottica.

Il giovane Luigi Amedeo aveva conosciuto il football dopo essersi recato in America, imbarcato come guardiamarina a bordo della nave Amerigo Vespucci. Si può quindi senz’altro dire che pionieri del football in Italia furono veri e propri avventurieri: Bosio infatti fu atleta polivalente e tra i primi registi e fotografi del Belpaese, mentre il Duca degli Abruzzi fu noto esploratore, alpinista e ammiraglio.


Football (o “foot-ball”) e non calcio. È infatti così che il nuovo sport viene chiamato nelle prime decadi di vita anche in Italia, con la sostituzione del termine che avverrà sotto una spinta nazionalista che ancora è ben lontana dall’avvenire e che porterà poi il Fascismo a tentare di ricostruire la storia di questo sport facendone risalire erroneamente le origini al “Calcio in Costume” – praticato a Firenze nel Medioevo – e solo dopo aver tentato di soffocare l’entusiasmo che questo sport “straniero” genera nel cuore degli italiani attraverso squallidi tentativi di inventare una propria disciplina nazionale, la “Volata”, curioso mix tra calcio e pallamano che però viene snobbato completamente dal popolo e che avrà vita brevissima.

Il calcio a Genova

Ma torniamo a dove eravamo rimasti. Se a Torino, grazie a Edoardo Bosio da una parte e il Duca degli Abruzzi dall’altra, il football si è diffuso prendendo finalmente campo, anche a Genova si fanno le cose sul serio: il 7 settembre 1893 nasce infatti il “Genoa Cricket & Football Club”, che viene considerato tuttora il club calcistico più antico d’Italia nonostante il fatto appurato che a Torino non solo fossero già sorte due squadre, ma che queste nel 1891 si fossero fuse in un unico sodalizio.

Il “Football & Cricket Club” di Bosio, unendosi alla “Nobili Torino”, diede infatti vita a un club noto come “Internazionale Torino”, che naturalmente si vantava di essere la squadra più forte del Paese e che iniziò un’accesa rivalità a parole con i vicini liguri.

Il Genoa è tutt’oggi considerato il primo club calcistico nella storia in Italia sia perché è l’unico ancora in attività e poi per il fatto di poter vantare il più antico atto costitutivo esistente. Bisogna tenere presente che all’inizio il football in Italia si svolse senza una vera federazione di riferimento, per cui tutto ciò che successe prima della nascita della “Federazione Italiana Foot-ball” non va considerato se non ufficiosamente.

La prima partita in Italia

È per questo motivo che la prima partita giocata nel nostro Paese è considerata quella datata 6 gennaio 1898 e che si svolse al “Campo Sportivo di Ponte Carrega”: il Genoa venne sconfitto per 1 a 0 da una rappresentativa formata da membri di “Internazionale Torino” e “F.C. Torinese” più un giocatore, Fausto Ghigliotti, che lo stesso Genoa aveva prestato agli avversari. Figlio di uno spedizioniere, e per questo entrato in contatto con gli inglesi in tenera età, Ghigliotti sarebbe stato in futuro una bandiera del Genoa dei primi anni pionieristici.

La partita fu decisa da un gol dell’inglese Tom Gordon “Jim” Savage, in patria comparsa e poco più nel Notts County ma che in Italia ebbe un’importanza incredibile nello sviluppo del football: abile quanto bastava in tempi tanto pionieristici, aveva un’eleganza innata, che lo contraddistinse dentro e fuori dal campo al  punto da valergli il nomignolo di “Marchese”.

Come detto, fu lui a segnare il primo gol di cui si abbia testimonianza ufficiale, circostanza che si sarebbe ripetuta per lui anche nel primo Campionato Italiano di calcio.

Inoltre fu tra i fondatori, negli anni successivi, di quella che sarebbe diventata la squadra più vincente d’Italia, la Juventus, di cui fu il primo straniero nonché il probabile responsabile dell’adozione dei colori bianco-neri, avendo ordinato una muta di maglie dell’amato Notts County per i giovani compagni italiani.

Herbert Kilpin, il mito

Insieme a lui e al Duca di Savoia, giocava nell’Internazionale Torinese anche un certo Herbert Kilpin: originario di Nottingham, era giunto a Torino per lavorare nella ditta di Edoardo Bosio e in seguito, spostatosi a Milano, avrebbe fondato il Milan diventando una figura chiave del football in Italia.

Egli ricorda così nelle sue memorie il modo ancora primordiale in cui il calcio era percepito dagli italiani, ben lontano dagli standard inglesi.

“Mi rimboccai i calzoni, deposi la giacca ed entrai in gara. Mi avvidi presto di due cose assai curiose. Prima di tutto, non c’era ombra dell’arbitro; in secondo luogo, col passar dei minuti, la squadra italiana avversaria andava sempre più ingrossandosi. Ogni tanto uno del pubblico, entusiasmato, entrava in giuoco, sicché ci trovammo presto a lottare contro una compagine formata da almeno venti giocatori. Ciò non ci impedì di vincere 5 a 0.”


La sfida tra i genoani e i torinesi fu un successo: la gara, giocata sotto la direzione di tale Reverendo Richard L. Douglas, fu seguita da poco più di 200 spettatori e portò in tasca agli organizzatori la bella cifra di 100 lire. Tra il pubblico erano presente le famiglie di numerosi soci inglesi del Genoa, tra cui quelle di George Fawcus e George Blake.

Da dove tutto ebbe inizio

Entrambi imprenditori e soci fondatori del Genoa, anch’essi sarebbero state figure chiave nello sviluppo del calcio in Italia: Fawcus sarebbe stato in seguito giocatore e presidente del “Grifone”, mentre Blake per lavoro si sarebbe spostato in Sicilia all’inizio del ‘900 fondando “l’Anglo-Palermitan Athletic & Football Club” – che in seguito sarebbe diventato il Palermo e la cui maglia agli esordi fu rossa e blu proprio per omaggiare il Genoa – prima di morire ancora giovane per una malattia tropicale contratta durante uno dei suoi numerosi viaggi.

Tornando alla sfida di quel 6 gennaio del 1898, il successo non riguardò solo l’incasso, o lo spettacolo che comunque filò via senza incidenti nonostante i timori iniziali che avevano portato all’assunzione di ben tre guardie municipali – pagate 2 lire ciascuna.

Nasce la Federcalcio

Quel giorno fu un successo perché si dice che proprio al termine di quella gara i calciatori di Genova e Torino concordarono sul formare la prima federazione calcistica italiana: poco più di un mese dopo, il 16 marzo 1898, nasceva a Torino la F.I.F. (“Federazione Italiana Foot-ball”), che si pose come immediato obbiettivo la creazione del primo “Campionato Federale di Football”.

Venne infine decisa anche la data in cui questo torneo si sarebbe svolto: quattro squadre si sarebbero contese il titolo di Campione d’Italia domenica 8 maggio, e il teatro dello scontro sarebbe stato il “Velodromo Umberto I” di Torino. Il dado ormai era tratto. La fortunata esibizione arrivata nell’Epifania del 1898 e la conseguente unione d’intenti tra genovesi e torinesi, che aveva fato sorgere quella che oggi è la Federcalcio, aveva deciso: il primo Campionato di foot-ball italiano si sarebbe fatto.

Il calcio ginnastico

Nel contesto dei mesi che lo precedettero si tengano presenti diversi fattori. Benché la F.I.F. (“Federazione Italiana Foot-ball”) contasse all’atto di fondazione sulla presenza di 7 squadre, solo 4 di queste decisero di prendere parte al primo campionato: “Unione Pro Sport Alessandria”, “SEF Mediolanum” e “Società Ginnastica Ligure Cristoforo Colombo”, infatti, preferirono restare sotto l’influenza della F.G.N.I (“Federazione Ginnastica Nazionale Italiana”) la quale aveva del resto svolto, due anni prima, quello che essa considerava il primo campionato di football in Italia.

Questo era stato vinto dalla “Società Udinese di Ginnastica e Scherma”, che aveva superato in finale la “Palestra Ginnastica Ferrara” con il punteggio di 2 a 0. Tale titolo però non venne mai riconosciuto dalla federazione italiana (la F.I.F., negli anni e dopo diverse peripezie, sarebbe ovviamente diventata l’attuale F.I.G.C.) sia perché precedente alla sua formazione e sia perché i tornei che venivano organizzati dalla F.I.G.N. si svolgevano con un’interpretazione delle regole non del tutto fedele a quella britannica, mentre la F.I.F. già dal nome richiamava un forte legame con l’Inghilterra e con il regolamento stilato nel 1863 dall’International Football Association Board.

Un gioco completamente diverso da oggi

Quello che veniva giocato in Italia, benché vi si ispirasse, era comunque un football assai diverso e molto più primitivo rispetto a quello che si giocava ai tempi in Inghilterra, lontano anni luce dal calcio per come lo conosciamo adesso.

In Italia le partite si svolgevano su campi improvvisati o adattati alla meglio, con porte senza reti – ma con due giudici di porta per determinare se la palla fosse o meno entrata – e con palloni così duri e pesanti da indurre i portieri, che giocavano rigorosamente senza guanti, dal guardarsi bene dal tentare la presa, limitandosi a calciare via la sfera o a respingerla con i pugni.

Nonostante la sconfitta patita in amichevole pochi mesi prima, il Genoa si presentò l’8 maggio a Torino come la compagine largamente favorita: a guidarla il leggendario James Richardson Spensley, figura chiave del calcio (e non solo, fondò anche i primi gruppi scout) in Italia dove operò come medico al di fuori del campo e come portiere, terzino, allenatore, dirigente e arbitro in ambito calcistico.

James Spensley, il Dottore

Principale promotore dell’apertura dei club calcistici verso la presenza di giocatori italiani nonché organizzatore della partita del 6 gennaio che aveva posto le basi per la nascita della F.I.F. e di conseguenza dello stesso Campionato Federale.

Spensley fu personaggio mitico e pittoresco: appassionato di lingue antiche e culture orientali, filantropo, in vita si dedicò al sostentamento di orfani e trovatelli a Genova e morì durante la Prima Guerra Mondiale per le ferite riportate mentre soccorreva, in nome del Giuramento di Ippocrate, un soldato nemico che giaceva a terra in fin di vita.

Questo sarebbe accaduto però diversi anni dopo: nel 1898 Spensley si presentava, trent’anni compiuti da poco, come uno dei più forti giocatori in Italia.

Juventus, un inizio nell’ombra

Qualche mese prima del torneo, sulle panchine davanti al Liceo “Massimo D’Azeglio” di Torino, un gruppo di studenti appassionati del nuovo sport giunto dall’Inghilterra aveva fondato la Juventus. La squadra, che in seguito sarebbe diventata la più forte e vincente d’Italia, non prese però parte al primo campionato federale, che pur si disputò nel capoluogo piemontese, in quanto formazione troppo giovane come nascita e che ancora non godeva della necessaria credibilità.

Il suo primo eroe è Enrico Francesco Pio Canfari, giocatore, presidente, arbitro e guardalinee prima di diventare soldato e morire sull’Isonzo durante la Grande Guerra.

Il primo Campionato Federale

A partecipare al campionato, dunque, oltre al Genoa furono tre squadre di Torino: la “Reale Società Ginnastica di Torino”, che si occupava ancora prettamente di ginnastica e sport affini; il “Football Club Torinese”, che sfoggiava una divisa a strisce oro e nere.

E infine la più forte di tutte, “l’Internazionale Torino”, squadra sorta a seguito delle lunghe sfide amichevoli tra il “F.C. Torino” di Edoardo Bosio e i “Nobili Torino” del Duca degli Abruzzi, che magnanimamente offriva la coppa in palio quell’8 maggio.

Si sarebbe giocato, in un’unica giornata, al “Velodromo Umberto I”, il cui campo aveva dimensioni quasi doppie rispetto a quello di Ponte Carrega del Genoa, e l’occasione era garantita dal cinquantenario dello Statuto Albertino.

Un campionato lungo un giorno

50 persone si presentarono ad assistere alle semifinali disputate al mattino: nella prima gara, giocata alle 9, l’Internazionale superò il F.C. Torinese (dal quale, appena due anni dopo, sarebbe stata assorbita) con il punteggio di 1-0.

In mancanza di tabellini ufficiali, resta incerto il nome del marcatore del gol decisivo: chi lo attribuisce allo stesso Edoardo Bosio già primo italiano a importare il calcio e chi – come l’autorevole storico di calcio italiano John Foot – al marchese John Savage, colui che era stato il mattatore del Genoa nell’amichevole del 6 gennaio e che in seguito sarebbe stato una delle prime stelle della Juventus.

Può benissimo darsi che non sia stato nessuno dei due e che questi nomi siano semplici suggestioni, dato che nella seconda gara disputata subito dopo alle undici il Genoa superò la Reale Società Ginnastica per 2-1 senza che a noi siano giunti i nomi certi di chi segnò le tre reti.

Al termine della seconda semifinale vi fu un pranzo al sacco direttamente sul campo, e solo dopo panini e bicchieri di Barbera lo spettacolo riprese.

Nel frattempo la curiosità intorno alla sfida era cresciuta, il pubblico raddoppiato e così l’incasso: alla finale tra Genoa e Internazionale Torino assistettero un centinaio di spettatori. Di questa gara i dati sono più precisi.

Una storica finale

Si conosce ad esempio il nome dell’arbitro, tale Adolf Jourdan, britannico che a Torino aveva fatto fortuna con un negozio di abbigliamento e scarpe. Fu nel comitato fondatore dell’Internazionale Torino e fu proprio nella sede del suo negozio che fu fondata la Federazione Italiana Football.

Essendo ancora in vigore il tipico “fair-play” britannico, nessuno osò anche solo sospettare di un suo favoreggiamento verso la propria società di appartenenza, e in effetti le cronache raccontano di un arbitraggio giusto. Jourdan, già anziano all’epoca, sarebbe morto nel giro di pochi anni, come si evince dalla medaglia d’oro in suo ricordo che la FIF donò ai vincitori del torneo del 1902 e che ne indica la scomparsa in una data anteriore.

Alle 15 dell’8 maggio 1898, dunque, Genoa e Internazionale Torinese si giocano il titolo di primi Campioni d’Italia di foot-ball. I tempi regolamentari si chiudono in parità grazie alle reti di Bosio da una parte e di Spensley dall’altra, e nei supplementari è il Genoa a prevalere con una rete di Leaver.

I liguri sono dunque i primi Campioni d’Italia, un successo meritato in virtù di un ottimo mix per l’epoca di potenza fisica e tecnica e del fatto di aver giocato buona parte della gara in inferiorità numerica per l’infortunio patito dal portiere Baird, sostituito da Spensley tra i pali. La foto che ritrae la squadra vincente la mostra in maglia bianca, visto che ancora il rosso-blù dev’essere adottato come colore ufficiale del club.

I primi campioni

In porta spicca William Baird, che nonostante l’infortunio è indicato dai presenti come uno dei migliori giocatori visti in campo. La sua abilità aveva in effetti convinto Spensley ad abbandonare il ruolo di portiere per agire da terzino. La sua carriera si concluse con quella finale, a cui peraltro prese parte solo parzialmente.

Spensley, di cui abbiamo già parlato, si era spostato dunque in difesa, dove al suo fianco giganteggiava l’altissimo (per l’epoca, ben 190 centimetri!) Ernesto De Galleani, uno dei primi italiani del Genoa: padre italiano e madre inglese, era di nobili origini e fu difensore valido e banchiere di successo prima di morire ancora giovane di broncopolmonite. Insieme a Spensley vinse anche gli Scudetti del 1899 e del 1900, quindi si trasferì in Scozia per motivi di studio.

I mediani erano Fausto Ghigliotti e Ettore Ghiglione, entrambi genovesi. Il primo, figlio di uno spedizioniere, si era appassionato al calcio giocando con i marinai che lavoravano con il padre e in seguito sarebbe stato anche portiere del club. Il secondo, invece, era figlio di un commerciante, aveva la madre inglese ed era così appassionato di calcio a 360° che in futuro avrebbbe arbitrato la finale del Campionato del 1902 prima di tornare a giocare vestendo la maglia del Torino.

Centromediano era il mitico Edoardo Pasteur: socio fondatore del club, la famiglia di origine svizzera era imparentata con il famoso batteriologo Louis Pasteur ed un fratello, Enrico, giocava anch’egli nel Genoa. Il “Grifone” fu la sua vita, ne fu dirigente e arbitro e fu tra i promotori della costruzione dello Stadio “Luigi Ferraris”.

Un attacco leggendario

Il quintetto d’attacco infine (la squadra era schierata, come tutte le altre, con il 2-3-5 in voga all’epoca noto anche come “La Piramide di Cambridge”) era ben assortito: a sinistra agiva Norman Victor Leaver, autore del gol della vittoria in finale, mentre a destra operava il baffuto John Quertier Le Pelley, armatore di navi proveniente da Guiseley, isola tra la Gran Bretagna e la Francia che un secolo dopo la sua nascita avrebbe dato i natali anche al grande Matthew Le Tissier.

In mezzo alle ali, i due interni: Giovanni Bocciardo e Silvio Piero Bertollo. Entrambi figli di famiglie ricche, entrambi calciatori una tantum, erano comunque abbastanza abili nel rifornire il centravanti della squadra, che era il leggendario Henri Dapples, potente e coraggioso centravanti portato più alla lotta che alla finalizzazione: la sua famiglia era nobile ed era stata coinvolta nei primi vagiti del calcio italiano a Torino, ed egli stesso passò alla storia quando il giorno del suo ritiro mise in palio un trofeo, “La Palla Dapples”, che appassionò moltissimi club nei primi anni del calcio italiano.

La storia è scritta

In pochi sapevano che quel giorno era nato qualcosa che sarebbe rapidamente diventato lo sport principale in Italia e nel mondo. Che tutto fosse diverso allora lo si nota da molti particolari: oggi in Italia abbiamo tre principali quotidiani che si occupano solo di calcio, mentre poche invece furono le cronache dell’epoca.

In quei giorni l’attenzione dell’Italia era rivolta ai “moti di Milano”, stroncati nel sangue e a colpi di artiglieria dal Regio Esercito guidato dal generale Bava Beccaris e che portarono alla morte di circa mezzo migliaio di persone. Ci volle del tempo affinché gli italiani si appassionassero al nuovo sport, ma ormai il processo era in moto e non poteva più essere fermato.


Il calcio a Milano

Nel 1899 un socio dissidente dell’Internazionale Torino, Herbert Kilpin, si spostava a Milano e fondava il Milan: la sua maglia sarebbe stata “rossa come il fuoco e nera come il terrore” che avrebbe dovuto incutere negli avversari, e il suo soprannome – “il Diavolo” – sarebbe derivato proprio da Kilpin, protestante in terra cattolica. Sarebbe diventato il club calcistico più titolato al mondo, nonostante un inizio sfolgorante seguito da lunghi anni alla ricerca della vittoria.


Da un gruppo di dissidenti fuoriusciti dal Milan in quanto contrari alla graduale chiusura verso gli stranieri da parte della società sarebbe poi nata nel 1908 l’Internazionale di Milano. Colori e simbolo sarebbero stati disegnati dal pittore Giorgio Muggiani, e l’obbiettivo della squadra sarebbe stato quello di essere “fratelli del mondo”: di forte matrice svizzera, fin da subito il suo gioco fu più elegante di quello dei cugini rossoneri del Milan, e fu così che divenne la squadra dei borghesi mentre il club di Kilpin, per la sua maggior foga agonistica tipicamente britannica divenne il club viicno al popolo operaio.

Mentre il primo idolo calcistico del Milan fu il fondatore Kilpin, autentico asso dell’epoca, il primo mito nerazzurro fu Virgilio Fossati: capitano e allenatore della squadra del primo storico Scudetto nerazzurro, morì ucciso dagli austriaci durante la Prima Guerra Mondiale. Fu anche il primo giocatore dell’Inter ad essere convocato in Nazionale nel 1910.


L’alba della Pro Vercelli

Nello stesso anno, per volere dell’illuminato dirigente Luigi Bozino, figlio di un agente segreto al servizio di Cavour, si formava la sezione calcistica della Società Ginnastica Pro Vercelli, che avrebbe segnato i primi anni del calcio italiano con una squadra impareggiabile prima di sprofondare nelle leghe minori quando il calcio divenne professionistico e le grandi squadre metropolitane depredarono le “bianche casacche” dei suoi numerosi campioni.

A Torino a suon di fusioni si arrivava nel 1906 alla nascita dell’attuale Torino Football Club nel quale confluivano ex-membri di quella Juventus nata nei mesi precedenti quel primo campionato federale. Intanto, a Firenze, nelle ville inglesi il football era uno sport privato: nasceva il “Florence Football Club”, che solo nel 1926, unendosi ad altre società locali – “Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas” e “Club Sportivo Firenze” – avrebbe dato vita alla Fiorentina.

Una diffusione a macchia d’olio

Qualche anno prima, nel 1909, un austriaco di origini ebree, Emilio Arnstein, univa la sua passione per il gioco alle forti doti organizzative di un odontoiatra svizzero, Louis Rauch, creando il Bologna. Un anno dopo, nel 1910, la Nazionale Italiana – in maglia bianca – faceva il suo esordio assoluto sconfiggendo la Francia per 6 a 2 con una tripletta del milanista Pietro Lana.

Negli stessi anni il calcio si era esteso anche al Sud, ed erano nate in rapida successione Lazio, Roma e Napoli. Nonostante l’Italia fosse un Paese cattolico, il giorno del calcio diventava la domenica, essendo quello in cui sia gli spettatori che gli stessi giocatori si trovavano liberi da impegni lavorativi.

I tempi dei milioni e delle televisioni sarebbero arrivati, ma ancora si parlava solo, come a Bologna, di “quattro matti che corrono dietro a una palla”.

Il resto è storia. Del football o “Foot-Ball”, che presto sarebbe diventato calcio, e del nostro Paese.

Ringrazio principalmente lo storico di calcio italiano John Foot, che con il suo meraviglioso libro “Calcio” mi ha fatto appassionare alla storia dei nostri pionieri: questo articolo e questo intero blog gli devono moltissimo.


BIBLIOGRAFIA:

  • Foot, John (2010) Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, BUR
  • Brizzi, Enrico (2015) Il meraviglioso giuoco: Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926, Edizioni Laterza
  • Bassi, Alessandro (2015) Il football dei pionieri, Bradipolibri