“Dammi tre minuti” (Torino-Juventus = 3-2, 1983)

Quella domenica decisi di prendermela comoda, di non partire troppo presto.

Già in nottata era tornata l’ora legale e le lancette si erano mosse inclementi, quasi furtive, in avanti nel quadrante. Inoltre ad aspettarmi ci sarebbe stata una settimana fatta di alzatacce alle cinque di mattina e mi scoppiava la testa solo a pensarci.

Ma era necessario, un maledetto male necessario, quello di trasferirsi a lavorare in fabbrica alla FIAT di Torino, perché in paese i vecchi mestieri stavano scomparendo e ci avevano riempito il cervello – e anche un po’ le palle – che l’unica via di scampo era quella della catena di montaggio, se non avevi studiato o se, specialmente, non avevi nessuno disposto a raccomandarti al Comune.

Insomma, se non avevi la tessera giusta nel posto giusto.

Ormai erano cinque anni che mi spaccavo i tendini nella lunga teoria di portiere, fodere, plance, pedaliere, cruscotti, e impianti di riscaldamento. Dal Lingotto fui trasferito prima a Rivalta e infine, nell’autunno 1982, a Mirafiori sulla linea Panda 30 S, motore quattro cilindri da 903 cm³ raffreddato ad aria. Un bel plasticone in verità, che stava mandando in pensione le grintose 127.

Lo stabilimento di Mirafiori era una fiumana di decine di migliaia di operai, con lo spiazzo davanti alla porta presidiato giorno e notte da ambulanti fra l’allegro e il corrusco, carichi di arance, bibite, panini e volendo anche di stecche di sigarette a buon prezzo. Tuttavia non era solo un mercatino, era anche l’agorà, il luogo principe della politica, fitta di capannelli, volantini, giornali, di accenti meridionali ancora freschissimi, di bisticci fra nuova e vecchia sinistra: Democrazia Proletaria, Pdup, il sindacato della Fiom, i burocrati del PCI.

Proteste, scioperi. Eravamo nel bel mezzo della “Strategia Ghidella”, circa 40.000 lavoratori cassintegrati a livello nazionale, e turnazione continuativa per eliminare i tempi morti. Solo che i morti eravamo noi, morti di sonno, di stanchezza, di disillusioni. Avevo trovato un appartamento in affitto che dividevo con un collega. Quando lui era di notte, io di mattina. Risultato: impossibile o quasi, riposare.

A tenerci in piedi la rabbia, la speranza di qualche lira in più nelle tasche, la voglia di farsi una famiglia, le canzoni dei Nomadi, di Fossati, di Guccini, e, nel mio caso, anche il vecchio cuore granata. Ecco, uno dei lati positivi di essere andato a vivere a Torino; quello di poter seguire ogni tanto la squadra guidata in quel periodo, senza troppe ambizioni, da Eugenio Bersellini.

All’edicola dentro la stazione acquistai Tuttosport e il Manifesto. Nel primo campeggiava la presentazione del derby della Mole numero 100, nel secondo un editoriale di Valentino Parlato, estremamente contrario a proposito dell’installazione dei missili Nato a Comiso.

Era il 27 marzo del 1983.

Per l’ennesima volta infilai la mano nella tasca del cappotto assicurandomi della presenza sia del biglietto ferroviario, sia del piccolo transistor Grundig con il quale avrei cercato di ascoltare, disturbi del segnale e gallerie permettendo, tutto il calcio minuto per minuto a partire dalle fatidiche 14,30. Salutai mia sorella Tiziana.

Era venuta ad accompagnarmi e come sempre si mise a piangere, come ogni volta che mi vedeva salire su un treno. Lo faceva anche quando ero militare a Fano, e a quel tempo si attaccava alla sottana di mia mamma Marina. Dal finestrino, mentre intanto incominciava a scendere qualche goccia di pioggia, tentai di farla sorridere dicendogli di trovarsi un fidanzato, visto che ormai incominciava ad essere in età da marito, e lei allora si asciugò una lacrima, fece brillare gli occhi verdi nel grigio cinereo della stazione, si ravvivò i capelli e nel bacio volante che mi lanciò dalla banchina fra lo stridore delle rotaie solcate dal convoglio in partenza, mi urlò: E te, Marchino?

Poi il rumore coprì tutto, e la vidi scendere nel sottopassaggio per tornare alla fermata dell’autobus. E io? pensai fra me e me, senza darmi una parvenza di risposta adeguata. Quattro regionali, quattro fermate, quattro cambi. Ormai sapevo il tragitto a memoria. Chiusi Scalo, Siena, Empoli, Pisa Centrale, Genova Principe, Torino Porta Nuova.

Il Torino del calcio me lo aveva messo in testa mio babbo Bruno. Un ottimo sarto finché ha avuto le mani buone, io non c’ero molto portato altrimenti avrei provato ad ereditare il mestiere, ma occorre riconoscere i propri limiti se si vuole far bene nella vita, anche se questa ammissione spesso costa sacrificio.

Quando avevo una decina d’anni e mi disimpegnavo fra i pali dei giovanissimi del paese, mio babbo mi cucì una maglia con tanto di scudettone, identica a quella di Valerio Bacigalupo, il suo idolo da ragazzo, il numero uno del grande Torino, quel grande Torino perduto per sempre nello schianto di Superga.

Pur con qualche smorfia, nelle partite ufficiali, gli arbitri alle volte chiudevano un occhio e mi permettevano di indossarla al posto di quella effettiva della nostra squadra. Tuttavia io amavo Paolino Pulici, attaccante raffinato, dal tiro educato, uno degli eroi dell’ultimo titolo, quello con Gigi Radice in panchina. Giusto quell’estate Pulici passò dal Toro all’Udinese, ma la sue parole restavano impresse come versi d’amore di Flaubert.

Il Torino è la metafora stessa della vita.

Il Toro non è una squadra, il Toro è una fede, il Toro è un amore, è un matrimonio solenne dove accetti la buona e la cattiva sorte, gioie e dolori. Siamo l’ultimo avamposto della libertà, del coraggio, della dignità. Siamo gli ultimi dei romantici.

Il Toro siamo noi. Il Toro “è una dimensione esistenziale, è una categoria dello spirito. Il Toro è orgoglio di schierarsi, è il senso di appartenenza alla minoranza.” Il Toro è qualcosa che ti entra dentro e non ti lascia più. Noi abbiamo idealizzato una squadra di calcio rendendola sentimento, rendendola valore, facendola diventare un modo di vivere.

E quindi come fai a tenere per la Juve? Per gli Agnelli; alla fine vincere non è tutto, la libertà e la fantasia non hanno prezzo.

Il treno mi rilassava. Talvolta mi risultava pure affascinante. Il paesaggio scorre lento, inesorabile, e dagli ampi finestroni i passeggeri sono assorti in pensieri troppo distanti per poter essere capiti, condivisi. I seggiolini di seconda classe consumati dal tempo; da milioni di passeggeri che hanno strusciato il loro corpo sulle parti in gomma ormai bucherellate.

Mangiai il panino preparato con cura da mia mamma dopo la sosta a Pisa, e il treno successivo attraversò metà Liguria, poi abbandonò il mare increspato, i terrazzamenti e le serre di basilico, per entrare dritto in mezzo alla bruma dei campi e dei vigneti piemontesi. Non pioveva più ma faceva abbastanza freddo, nonostante il calendario dicesse primavera, e in breve si formò della condensa sui vetri.

Mi accostai meglio al sedile e dal cappotto presi la radiolina ma mancava ancora un po’ al calcio d’inizio e mi addormentai impunemente perdendomi gran parte della partita. Quando finalmente la accesi, la voce del telecronista fu una sentenza terribile: Torino 0 Juventus 2 a venti minuti dalla fine. Reti di Paolo Rossi e Michel Platini. Gli piaceva vincere facile.

E naturalmente ci sarebbero state le ennesime prese in giro dei compagni di reparto bianconeri. Questi vincevano sempre. La Roma ci stava provando a strappargli lo Scudetto, e noi quel giorno avevamo l’obbligo morale di dargli una mano. Peccato. Abbassai il volume tanto tutto appariva perduto, senonché l’improvviso incalzare della voce di Enrico Ameri mi destò e ruotai leggermente la rotellina verso il segno +…

“Dossena sul settore di destra tocca per il neo entrato Bonesso, che ha preso il posto di Borghi, cross sotto porta, Dossena tiro, rete, ha accorciato le distanze Dossena, con un colpo di testa, schiacciando il pallone sulla sinistra di Zoff. E’ adesso la situazione, quando mancano diciannove minuti più recupero al termine, è la seguente: Torino 1- Juventus 2”.

Linea a Sandro Ciotti…

Ma la voce roca, quasi grattugiata, di Ciotti collegato, da Firenze per Fiorentina-Roma, non fece in tempo a riempirmi i timpani che…

“Attenzione, attenzione, ancora una volta è andato a segno il Torino, pareggio, ha segnato Bonesso, sempre di testa, stavolta grazie a un cross dalla sinistra di Beruatto. Pertanto dopo circa 27 minuti dall’inizio della ripresa, la situazione vede Torino e Juventus in perfetta parità 2-2, linea a Ciotti…

No, nemmeno stavolta Ciotti prenderà la parola…

“E attenzione, scusate, Torino in vantaggio, terza rete del Torino, Torrisi al volo ha agganciato un pallone proveniente dal settore di destra e in semirovesciata lo ha scaraventato violentemente alle spalle di Zoff. La Juventus si è fatta rimontare in tre minuti esatti. Nuovo parziale a poco meno di un quarto d’ora dalla conclusione, Torino 3- Juventus 2.”

Così, quasi in concomitanza con l’arrivo alla stazione di Torino esplosi in un urlo di gioia che fece sobbalzare qualche perplesso viaggiatore vicino a me.

Dossena? Si, lui ci stava, era un gran buon giocatore, ma Bonesso? Che storia, dico, Alessandro Bonesso preso dal Cusano Milanino, proprio il paese del Trap. Anni di Filadelfia, raccattapalle nel’75-76, esordio a soli 17 anni al Comunale.

E Fortunato Torrisi? Un’altra coincidenza? Da piccolo tifava Roma e credo quell’anno abbia fatto il regalo più grande e gradito ai suoi amici giallorossi. Torrisi, fra l’altro, piaceva tantissimo alla Curva Maratona perché era un tipo strano; dipingeva quadri naif e rimandava alla reminiscenza di Gigi Meroni e della sua mansarda in piazza Vittorio.

Quella rete gli ha segnato la vita. Anche la mia, e di tutti gli altri tifosi granata della mia generazione.

Ero arrivato, soltanto binari, un vociare confuso, e ombre di persone che correvano in ogni direzione senza guardarsi in faccia. Aveva ragione Pier Paolo Pasolini: il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Dovevo ricordarmi di prendere qualche gettone per telefonare a casa e dire che ero arrivato, di rimettere la sveglia e di portare la sciarpa granata al lavoro.

La catena di montaggio, l’indomani, sarebbe stata meno dura del solito.