Denílson, il giullare che sembrava Garrincha

A vederlo palla al piede puntare l’avversario e ridicolizzarlo con finte e controfinte degne del grandissimo Garrincha, mai qualcuno avrebbe potuto pensare che quel puro fenomeno fosse soltanto pittoresco, un bell’orpello da esibire qualche minuto ma da mettere da parte quando la partita si fa importante e servono calciatori e non giocolieri.

Perché questo fu Denìlson, un giocoliere, eppure talmente fenomenale che per anni tutti gli appassionati di calcio non hanno smesso di sperare che diventasse anche un calciatore.

Una speranza vana, chiara a tutti nel Mondiale del 2002, che il funambolico brasiliano vinse da comparsa: nei piani del CT Scolari, infatti, Denìlson era l’uomo da far entrare nell’ultimo quarto d’ora, a risultato acquisito, per perdere tempo e far innervosire gli avversari con tutto il repertorio di finte di cui era in possesso.

Prima di quell’estate da, comunque, campione del Mondo, c’era stata l’esplosione da giovanissimo nel San Paolo, il secondo posto al Mondiale di Francia nel 1998 ed il passaggio al Betis Siviglia, dove l’estroso presidente Ruiz de Lopera lo aveva blindato con la clausola-record (per l’epoca) di 120 miliardi di lire e un contratto lungo ben dodici (12!) anni.

Denílson, il giocatore più costoso al mondo

In Spagna si erano ben presto accorti che il giocatore era si effettivamente tra i migliori al mondo dal punto di vista tecnico, ma davvero poco incisivo e incapace di portare la squadra oltre la propria mediocrità.

Dei dodici (12!) anni di contratto firmati con il club di Siviglia, Denìlson ne ha onorati ben sette, giocando più di 200 gare ma segnando la miseria di 13 reti: nel mezzo, appunto, la stagione di gloria 2001-02, con il piazzamento UEFA raggiunto e la chiamata di Scolari per il Mondiale vittorioso in Giappone e Corea.

Nel 2005 Denílson fu infine ceduto in Francia al modesto Bordeaux, che con il suo acquisto migliorò sensibilmente passando dal 15° posto dell’anno precedente al 2° del 2005-06. Ma mentre le sue giocate di alta classe – seppure intervallate da momenti di assenza totale dal gioco – esaltarono il poco pretenzioso pubblico francese, non ebbero altrettanto effetto sul CT Parreira, che non lo convocò per il Mondiale del 2006.

Un declino prevedibile

A trent’anni il precoce declino: un esperienza mediocre in Arabia Saudita, un altra da dimenticare in America, dove mostra una condizione fisica pietosa, per poi essere comparsa al Palmeiras. Ritorna protagonista nell’Itumbiara, ma sono appena tre mesi e si parla poi del terzo livello del calcio brasiliano, roba da dilettanti o quasi. Si può fare di peggio?

Certamente, infatti la squadra successiva che si avvale delle sue prestazioni è addirittura lo Xi măng Hải Phòng, militante nel campionato vietnamita. Denìlson ha appena 31 anni, eppure sembra già un ex-giocatore: il contratto con gli asiatici è “a gettone”, basato sulle presenze, e lui gioca solo una gara, segna una rete ed esce per infortunio dopo mezz’ora.

La sua esperienza in Vietnam finisce lì, mentre con i greci del Kavala, con cui firma un biennale nel gennaio del 2010, va anche peggio: rescinde il contratto a metà aprile senza aver giocato nemmeno un minuto.

Quindi annuncia il ritiro, che pone fine alla carriera di un giocatore che avrebbe potuto essere un Dio del calcio ma che invece ha finito per specchiarsi nelle sue enormi e spesso inutili qualità tecniche, dando al mondo del pallone molto meno di quello che avrebbe potuto.