Dino Fiorini e Mario Pagotto, uniti dal calcio e divisi dalla guerra

11 giugno 1933.

Dino Fiorini, giovane virgulto del vivaio bolognese, debutta da titolare in prima squadra dove rapidamente scalerà i gradi.

La partita è Pro Patria-Bologna, il risultato finale 3 a 3. Il giovane si distingue bene, considerata l’età (di lì a un mese sarà maggiorenne), gioca con sicurezza mettendo in mostra ottime doti fisiche e tecniche. Insomma, il ragazzo “si farà”, anche se un carattere fin troppo esuberante potrebbe fermarlo: “Mettetevi d’accordo, perché presto uno dei due mi lascerà il posto!” dice alla coppia di terzini titolari della squadra, i fortissimi Monzeglio e Gasperi, che reagiscono con un ceffone bonario.

Invece ha ragione lui, quel ragazzo di provincia che gioca come un predestinato. Sarà Monzeglio a cedergli il posto, ceduto alla Roma all’alba della stagione calcistica 1935-36 si dirà anche per compiacere il Duce, di cui è amico personale nonché istruttore di tennis: ha vinto il Mondiale del 1934 con la Nazionale, e vincerà anche quello del 1938. È una garanzia, quindi, ma al Bologna sono tranquilli: Fiorini può arrivare allo stesso livello, se non superarlo.

Tre divisioni più in basso, Mario Pagotto sbarca il lunario nel modesto Pordenone: ha 25 anni, è un buon difensore per la categoria. Molto buono, di lui si interessano diversi club di divisione superiore, ma chi può aspettarsi che lo prenda proprio il Bologna?

Bologna che, al termine della stagione 1935-36, è di nuovo Campione d’Italia. Árpád Weisz ha dato alla squadra un gioco concreto ed efficace, i Rossoblù hanno basato la vittoria su una difesa quasi imperforabile e su un attacco efficace ma non certo prolifico, che risulterà appena l’ottavo (su sedici) del torneo.

È la difesa il punto di forza, come lo è per la Roma di Monzeglio, che viene superata per un punto appena e che ha subito la fuga degli oriundi Guaita, Scopelli e Stagnaro, timorosi di essere arruolati nell’esercito per la campagna di Etiopia. Quel Bologna è fortissimo, sia fisicamente (appena quattordici uomini vengono utilizzati da Weisz) che sul piano tecnico: il regista Raffaele Sansone, il bomber Angelo Schiavio (probabilmente il più forte calciatore rossoblu di sempre) e lui, Dino Fiorini, autentica sorpresa del campionato: gioca tutte le gare in programma, e le gioca bene, tanto che arriva anche la convocazione nella Nazionale B.

In estate al Pordenone arriva una richiesta: i Campioni d’Italia vogliono proprio Mario Pagotto, potrebbe essere una buona riserva. Come si fa a dire loro di no? Ed ecco che a 25 anni “Rino” (come lo chiamano gli amici) si trova catapultato in un sogno che credeva di aver perso. Giocare nella squadra più forte d’Italia, “lo squadrone che tremare il mondo fa”. Certo, da riserva, ma vogliamo paragonare con la terza serie a Pordenone?

Il Bologna vince anche il campionato del 1936-37: Weisz è un mago a cui tutto riesce, Fiorini si conferma fortissimo e continuo e gioca ancora una volta tutte le partite. È un sanguigno, il ragazzo, capace di tutto: veloce, tecnicamente dotato, abile nel gioco aereo e nella visione tattica.

Una certezza, a differenza del compagno di reparto Gasperi, che comincia a perdere qualche colpo e viene sostituito – indovinate un po’? – proprio da Pagotto. Che se la cava più che bene, tanto che a fine torneo divide le presenze proprio con Gasperi: 15 uno, 15 l’altro.
Il Bologna supera la Lazio di Piola, il super bomber di tutti i tempi, e fa suo il quarto Scudetto della propria storia.

Nelle prime uscite amichevoli, con il fardello di vestire una maglia tanto importante, Pagotto aveva stentato: timido, poco deciso nei contrasti, la pallida ombra del terzino tenace voluto da Árpád Weisz. Il quale a un certo punto lo ha preso in disparte e lo ha esortato ad osare, a giocare come sa senza pensare alla maglia, agli avversari, ai palcoscenici più importanti. Ha funzionato.

I rossoblu sono fortissimi e lo dimostrano vincendo anche il “Trofeo dell’Esposizione”, una specie di antenata della Champions League: in finale gli inglesi del Chelsea vengono superati addirittura per 4-1.

Il campionato 1937-38 è avaro di soddisfazioni per i bi-campioni d’Italia: l’Ambrosiana-Inter vince, il Bologna è quinto a soli 4 punti, la coppia difensiva composta appunto da Fiorini e Pagotto.

Tra i due non c’è confronto, sono buoni giocatori entrambi ma Fiorini sembra un prescelto, superiore in tutto. Certo ha il carattere che ha, come quando prima di una gara scherza con Meazza invitandolo a guardare il pallone perché “poi iniziata la partita non lo vedrà più”, incattivendo quello che forse è stato il più grande calciatore italiano di tutti i tempi, che poi in campo lo ridicolizzerà.

E poi gli piacciono le donne, al Fiorini: si è sposato, ma non sa resistere al fascino femminile, e di fan tra il gentil sesso ne ha a bizzeffe. Del resto è bello, slanciato, “sembra una statua” dicono. Una ditta di brillantina lo ingaggia come modello per la pubblicità, uno dei primi calciatori in questo campo. Il pallone prima di tutto, si, ma subito dopo le donne sono la sua grande passione.

È forse per questo, per una malattia venerea che lo debilita, che dopo tre stagioni senza saltare una gara, il 1938-39 lo vede disputarne appena sette. Il Bologna ha perso, per l’assurdità delle leggi razziali appena promulgate da Mussolini, il suo allenatore Árpád Weisz: costretto a salutare la squadra, il mister vede proprio in Fiorini, fascista convinto, uno dei più dispiaciuti, e del resto il maestro boemo lo ha scoperto, lanciato, fatto diventare quel che è.

Weisz lo sostituisce Fellsner, che è bravo a mantenere la squadra sul pezzo e a vincere il campionato: Pagotto stavolta gioca tutte le gare; in coppia con lui in difesa Secondo Ricci, che sostituisce il come detto debilitato Fiorini. In attacco il Bologna ha trovato finalmente l’erede di Schiavio: è Hector Puricelli, che si laureerà capocannoniere con 19 reti. Segna in tutti i modi l’uruguaiano, di destro, di sinistro, di testa: curioso che con quest’ultima non avesse mai segnato, in quanto in Uruguay non era uso effettuare cross.

Serie A 1939-40: il Bologna perde il campionato per appena 3 punti, è ancora l’Ambrosiana-Inter a prevalere. Fiorini è ancora assente, c’è chi parla addirittura di carriera a rischio.

Serie A 1940-41: il Bologna torna a volare e vince il sesto scudetto della sua storia. A centrocampo Sansone e Andreolo creano, in attacco Reguzzoni e Biavati sono micidiali nell’assistere Puricelli. E la difesa? Beh, la difesa vede il ritorno graduale di Fiorini, che con 15 presenze può vantare come suo anche quel titolo pur se la coppia titolare rimarrà quella formata da Ricci e Pagotto. Non è più lo stesso, Fiorini: imbottito di antibiotici, è l’ombra di quello di un tempo, pur se rimane un buon giocatore e un gran spaccone.

Una settimana dopo la fine del precedente torneo, Mussolini ha dichiarato guerra a Francia e Gran Bretagna, convinto di cavarsela in pochi mesi. Si sbaglia di grosso e tutto il torneo 1940/41 si giocherà in un clima surreale. Così come quello successivo, che vede il Bologna arrivare settimo nonostante alcune vittorie clamorose (5-2 a Firenze con la Fiorentina, 7-1 in casa con il Livorno) che però non bastano a insidiare alla Roma uno Scudetto che i più maligni definiranno “voluto dal Regime Fascista”.

Il campionato 1942-43 è l’ultimo che la guerra permette all’Italia di giocare continuativamente. Non bastano i gol di Puricelli e la buona prova di Montesanto, fino all’anno prima giocatore rossoblu, come allenatore: il Bologna si piazza sesto, in un torneo che vede l’ascesa del Torino, che di lì a pochi anni diventerà “il Grande Torino” e conquista lo Scudetto. Fiorini sta ancora faticando a tornare sé stesso, Pagotto invece è ormai una sicurezza, ma la guerra ferma tutto.

Dino e Mario sono comunque abili e arruolabili, e così vanno in guerra. Il primo, fascista convinto, è milite scelto nella Guardia Nazionale Repubblicana; il secondo finisce nella brigata alpina: nel 1944 viene catturato dai tedeschi, fino al giorno prima alleati e adesso furiosi per l’armistizio firmato dall’Italia.

Per i “traditori” c’è l’inferno dei campi di prigionia e Pagotto finisce sballottato prima in un campo poi in un altro. Deve inventarsi qualcosa per sopravvivere quindi fa la sola cosa che sa fare bene: giocare a calcio. Tutti i detenuti vengono a vedere le partite che nei campi gli italiani giocano e vincono contro le rappresentative degli altri detenuti, guadagnandosi il rispetto delle guardie tedesche che allungano loro qualche razione extra di cibo.

Nel frattempo, ad armistizio avvenuto, l’Italia è in guerra: chi è rimasto fedele a Mussolini, chi lo combatte. A Bologna l’aria è elettrica, Fiorini lo sa. Si dice che venga catturato in un’imboscata, provi la fuga e venga raggiunto da due colpi alla schiena. Chi invece sostiene, come la moglie, che tenti di passare dalla parte dei partigiani e che questi per errore lo uccidano, non essendo stati informati del suo cambiamento. O che addirittura lo sappiano e lo ingannino, volendolo far fuori dal primo momento per la sua fama, la sua spavalderia, il suo non abbassare mai la testa.

Nessuno probabilmente lo saprà mai, e in fondo non è così importante. Anche un enorme sbaglio come credere nel Fascismo può essere perdonato adesso; in guerra, invece, nessuno è un eroe oppure lo sono tutti quelli che combattono per qualcosa in cui credono. La vita di Dino Fiorini, il terzino più forte d’Italia, il più amato dalle donne, lo sbruffone attaccabrighe che sudava però sette camicie per la maglia, finisce lì.

La vita continua, seppur da prigioniero, per Pagotto: la squadra del suo campo, “quelli di Cernauti”, è considerata invincibile. Gli italiani battono tutti, finendo per trionfare in un incredibile “Torneo dei Lager” e sconfiggendo anche, in un derby ai confini della realtà, “quelli di Lembertow”.

La guerra sta terminando, i campi chiudono uno dopo l’altro e Pagotto e i suoi possono tornare a casa dopo aver sconfitto una rappresentativa di prigionieri russi, come promesso e poi mantenuto dai carcerieri tedeschi. Torna a Bologna, “Rino”, e riprende a giocare: farà in tempo a giocare ancora due stagioni, seppur da riserva, togliendosi il gusto di vincere anche una Coppa Alta Italia nel 1946.

La coppia di difensori che il calcio e il Bologna aveva unito, venne divisa dalla guerra. Dino Fiorini e Mario Pagotto, così vicini eppure così lontani, furono tra i protagonisti della grande epopea del Bologna “che tremare il mondo fa”.

Il primo ha vinto quattro campionati e una Coppa Mitropa. Il secondo tre campionati e la Coppa Alta Italia. Hanno giocato insieme per poco e hanno avuto destini diversi. Entrambi erano però presenti al famoso “Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi” del 1937, giovani e vincenti come il loro allenatore, Árpád Weisz.

Ignari, quanto lui, di come la guerra avrebbe, nel giro di pochissimi anni, cambiato il loro destino per sempre.


Storia già apparsa in precedenza su www.1000cuorirossoblu.it