Duncan Edwards, per sempre giovane

La secolare storia del football inglese è colma di leggende, personaggi unici ed irripetibili che dai tempi dei pionieri sono pervenuti fino ai giorni nostri, conservando immutato il loro fascino: il gigantesco portiere William Foulke, il talento sprecato di Paul Gascoigne e poi George Best, Stanley Matthews, Bobby Charlton, Robin Friday e molti altri ancora, cui non basterebbero centinaia di pagine per raccontarne la storia.

Per molti tifosi inglesi, però, sopra tutti i grandi c’è stato un solo giocatore.

“Il più grande”.

Duncan Edwards. Un calciatore divenuto leggenda pur avendo giocato appena cinque stagioni da professionista: tanto bastò a “Big Dunc” per entrare nel cuore dei fans inglesi e non uscirne mai più.

Nato a Dudley nel 1936 e cresciuto sotto i numerosi bombardamenti ai quali la città venne sottoposta durante la Seconda Guerra Mondiale, Duncan crebbe imponendosi da subito nel football; a livello scolastico fu presto riconosciuto come una stella assoluta, e finì sempre per essere il capitano delle selezioni a cui prendeva parte.

Merito di un fisico imponente, 180 centimetri di altezza, spalle e gambe robuste come quelle di un uomo adulto.

Il primo “calciatore totale”

In campo non aveva un vero e proprio ruolo, come la rigida scuola inglese imponeva ai tempi, ma era piuttosto un precursore di quelli che alla fine degli anni ’70 sarebbero stati chiamati “calciatori totali”.

Edwards agiva spesso nel centro del campo, diventando un durissimo difensore quando gli avversari avanzavano, impostando il gioco da centrocampista quando recuperava il pallone e risultando efficace anche in fase offensiva grazie ad un tiro potente e preciso con entrambi i piedi.

Abile nel gioco aereo, coraggioso nei contrasti, “Big Dunc” era anche dotato di tecnica e agilità inusuali per un giocatore della sua stazza, frutto degli anni di danza praticati da giovane, sua vera passione insieme al calcio, fino a quando il destino non lo pose davanti ad una scelta.

Da una parte la chiamata per le finali nazioni di “Ballo del Morris”, una tipica danza britannica, dall’altra i provini nazionali per il football under-14.

Le prove si svolgevano lo stesso giorno, e fu così che a 14 anni Edwards operò la sua scelta, dando l’ addio definitivo al ballo e ripromettendosi di diventare un calciatore professionista.

Da bambino, nello svolgimento di un tema in classe sui sogni, del resto era stato chiaro: “Sogno di giocare a Wembley con la maglia dell’Inghilterra”.

Se il destino lo avesse instradato nella direzione opposta, probabilmente si sarebbe parlato di un grandissimo ballerino, o forse no.

Ciò che appare certo è che, privilegiando il calcio, Edwards diede inizio ad un percorso che, nel giro di pochissimi anni, lo avrebbe portato al mito prima e alla leggenda poi. 

Duncan Edwards e lo United, un grande amore

Delle numerose squadre che lo seguono, strabiliate dalle sue prove nelle rappresentative scolastiche, Duncan sceglie il Manchester United, la squadra del cuore e la sola per cui giocherà in carriera.

Entrato nel settore giovanile poco più che quindicenne, fa subito mostra di tutto il suo repertorio, attirando su di sé l’attenzione dell’allenatore del club Matt Busby, straordinario scopritore di talenti.

In quegli anni i Red Devils stanno mostrando, ad ogni stagione che passa, una squadra sempre più logora, e Busby si vede costretto a rimpolpare continuamente il team con quelli che passeranno alla storia come “i ragazzini di Busby”.

Giovani e talentuosi calciatori che, dalle giovanili, entrano in prima squadra da principio come riserve e poi, pian piano, imponendosi come titolari.

L’esordio di Duncan Edwards da Dudley avviene il primo sabato del mese di Aprile del 1953, dopo aver strabiliato l’allenatore con una prestazione splendida in un amichevole con il Kilmarnock qualche giorno prima: con i suoi 16 anni e 185 giorni diviene il più giovane esordiente di sempre nella massima divisione inglese, destando buona impressione in tutti gli addetti ai lavori.

Un predestinato

“Un ragazzino che gioca come un uomo”, diranno di lui, che effettivamente mostra una completezza tecnica incredibile e un carattere degno dei più navigati eroi del calcio. Duncan Edwards diventa la riserva del logoro eroe locale Cockburn (che per adesso mantiene il posto) e nel frattempo continua a giocare per la formazione giovanile, che guida alla vittoria del campionato.

Per uno come lui, dotato dagli dei del calcio di un enorme talento e di un fisico completissimo, destinato a bruciare le tappe, non può che essere questione di tempo. La stagione successiva (1953-54) Cockburn appare più in difficoltà e sono numerose le volte che Edwards lo sostituisce: alla fine “Big Dunc” collezionerà 24 presenze in prima squadra, continuando in parallelo a trascinare la formazione giovanile all’ennesimo successo.

L’Inghilterra si accorge di lui, e si parla addirittura di una convocazione in Nazionale che però non arriva subito: allo scetticismo sorto a causa della sua giovane età, si aggiunge una delle rare prove incolori proprio davanti al CT Winterbottom.

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Ma è solo questione di tempo. La forza straripante di Edwards convince Busby a dargli una maglia da titolare per la stagione 1954-55, che diventa quella della consacrazione per quel ragazzone tutto casa e pallone.

Arrivano 36 presenze ed i primi gol da professionista, arriva l’attenzione dell’intero Paese su quel ragazzino che rientra in difesa a sradicare i palloni, capace di lanci lunghi, passaggi brevi, grandi accelerazioni, tiri potenti e precisi con entrambi i piedi.

Un carrarmato (“The Tank” sarà uno dei suoi soprannomi) che segna il solco in mezzo al campo, impressionando chiunque: compagni, tifosi e avversari.

The Tank

Il 2 Aprile 1955 si schiudono finalmente per “Big Dunc” le porte della Nazionale, dove diventa anche in questo caso il più giovane esordiente di sempre – un record che verrà battuto soltanto 43 anni dopo da un futuro Pallone d’Oro, Michael Owen.

La prestazione con la maglia dei “Tre Leoni” è mostruosa, un 7 a 2 rifilato alla Scozia in cui Edwards mostra tutto quello che sa fare e che ha come naturale conseguenza la sua presenza, sempre da titolare, nelle gare che quell’estate la Nazionale Inglese gioca nel suo tour europeo.

Poco prima di partire per l’Europa Duncan ha concluso la sua esperienza con le giovanili del Manchester United, che ha trascinato (giocando anche per la prima squadra) alla terza Coppa Giovanile consecutiva, ed ha finalmente mollato il lavoro da carpentiere, che svolgeva settimanalmente da qualche anno per cautelarsi se le cose nel football non fossero andate bene.

“Come i padri della prima bomba atomica, il Manchester United sta aspettando che qualcosa di tremendo esploda”, titolano i giornali dell’epoca.

I "Busby Babes"

L’esplosione

La stagione 1955-56 vede un Manchester United rinnovato e ringiovanito. Non solo Duncan Edwards, finalmente libero dagli impegni lavorativi e da quelli con le giovanili, ma anche altri talenti giovani fioriscono in prima squadra.

Nomi come Dennis Viollet e Jackie Blanchflower: il primo segna 20 reti agendo da spalla al fenomenale ariete Tommy Taylor (25 gol per lui), mentre il secondo guida la difesa con sicurezza.

E nel mezzo lui, “Big Dunc“, vero e proprio calciatore totale decenni prima che questo termine venga utilizzato. I Busby Babes (età media 22 anni) partono maluccio, ma a febbraio cambiano marcia e cominciano a vincere una gara dopo l’altra.

Arriva così il titolo, conquistato con 11 punti di vantaggio sul Blackpool di Stanley Matthews che, seppur ultra-quarantenne, ha appena conquistato il Pallone d’Oro, primo della storia.

Per Duncan Edwards, ripresosi da un violento attacco di influenza che lo ha tenuto lontano dai campi per quasi due mesi, ci sono appena 3 reti in 33 gare ma una presenza costante in ogni parte del campo: è un leader, anche se ha appena vent’anni.

Duncan Edwards, “The Greatest

Nel 1956/1957 Edwards e i suoi si confermano dei giovani fenomeni, bissando il successo in campionato dell’anno precedente con 8 punti di vantaggio sul Tottenham Hotspurs.

Big Dunc” è ancora una pedina imprescindibile nello scacchiere tattico di Busby, mentre in prima squadra si affaccia un giovane di belle speranze, Bobby Charlton, che proprio ad Edwards si ispirerà e che anni dopo ne parlerà così.

“È stato l’unico giocatore che in vita mia mi ha fatto sentire inferiore: fisicamente era imponente, era potente ed aveva una fantastica intelligenza calcistica.

Ed era un calciatore completo, sapeva usare entrambi i piedi ed effettuare lanci lunghi come passaggi corti. Faceva tutto istintivamente ed era fantastico.”

I terribili ragazzini di Busby sono la prima squadra inglese a partecipare alla Coppa dei Campioni nata appena l’anno prima.

Dopo aver superato brillantemente i belgi dell’Anderlecht e con fatica Borussia Dortmund ed Atlhetic Bilbao, devono arrendersi solamente in semifinale con il grande Real Madrid di Gento e Di Stefano, campione in carica e destinato a vincere il trofeo per cinque edizioni consecutive.

“Anche se stai avendo una giornata da incubo, in cui niente va per il verso giusto, non smettere mai di cercare la palla.

Alla fine tutto andrà per il verso giusto, perché il calcio è un gioco che ricompensa quelli che mostrano coraggio”.

Tackle soccer this way“, Duncan Edwards

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Leader e trascinatore

Per una squadra così giovane, comunque, il meglio sembra dover ancora cominciare: la stagione 1957/1958 vede il Manchester United impegnato su due fronti, nazionale e continentale.

La squadra, che ha molti suoi rappresentanti impegnati anche con la Nazionale che insegue la qualificazione agli imminenti Mondiali in Svezia, stenta in campionato ottenendo risultati altalenanti.

È comunque opinione diffusa che Busby e i suoi ragazzini siano concentrati principalmente sul fronte europeo, dove Edwards, di cui in estate si è vociferato su un possibile trasferimento in Italia, a dimostrazione della sempre crescente fama del calciatore, trascina i suoi.

Dopo aver superato senza patemi gli irlandesi dello Shamrock Rovers e, con qualche brivido, i cecoslovacchi del Dukla Praga, il sorteggio accoppia nei quarti di finale lo United con i fantasiosi e combattivi jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado.

L’andata in terra britannica vede il team di Busby imporsi a fatica per 2-1 in rimonta, con reti di Charlton, il ragazzino sempre più destinato ad essere uno dei nuovi Busby Babes, e dell’ala Colman a pochi minuti dallo scadere del tempo.

Il ritorno si svolge a Belgrado il 5 Febbraio del 1958 ed è una partita tesa e vibrante, che vede i Red Devils portarsi in vantaggio di tre reti, per poi subire il rabbioso ritorno dei padroni di casa. Finisce 3-3, con ancora due reti di Charlton, e lo United è quindi qualificato per la semifinale.

Prima di partire per Belgrado il Manchester ha sconfitto l’Arsenal in casa per 5-4, e Duncan Edwards ha segnato una rete. Sarà l’ultima partita in suolo inglese per “Big Dunc”.

Tragedia a Monaco di Baviera

Al termine del match in Jugoslavia, Busby ed i suoi “ragazzini”, insieme a numerosi giornalisti britannici, ripartono per l’Inghilterra. L’aereo effettua uno scalo programmato a Monaco di Baviera per rifornirsi di carburante, ma quando cerca di ripartire, insorgono problemi legati al surriscaldamento di un motore.

Per due volte l’aereo tenta di decollare senza riuscirvi, poi viene deciso di tentare il decollo in una pista più lunga per ovviare al problema, ma ecco che insorge un altro guaio, che purtroppo risulterà fatale.

L’apparecchio è un “Airspeed Ambassador”, un modello che trova molta difficoltà in presenza di maltempo, e la pista scelta è coperta da uno strato di neve che impedisce al velivolo di raggiungere la velocità necessaria per il decollo.

In pratica l’aereo va troppo piano per librarsi in volo, ma allo stesso tempo troppo veloce per potersi fermare.

Lo schianto è inevitabile, il velivolo prima colpisce la rete che circonda l’aeroporto e poi si infrange su una casa poco distante dalla pista: la fusoliera urta una capanna di legno che contiene carburante, causando un esplosione che sventra l’aereo.

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L’ultima partita di Big Dunc

Muoiono 22 persone delle 44 a bordo, 7 sono giocatori del Manchester United: Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, il bomber Tommy Taylor e l’irlandese Liam Whelan.

A questi si aggiungono il segretario del club e due preparatori, otto giornalisti tra cui il leggendario ex-portiere Frank Swift e altri quattro tra membri dell’equipaggio e passeggeri comuni.

In molti riportano gravissime ferite, e tra questi, quello nelle peggiori condizioni è proprio “Big Dunc” Duncan Edwards, che presenta numerose fratture alle gambe e alle costole ed ha i reni severamente danneggiati.

Nonostante i medici dell’ospedale in cui viene trasportato d’urgenza siano categorici nell’affermare che non potrà più tornare a giocare a calcio, sono allo stesso tempo fiduciosi sulle possibilità di salvargli la vita.

Si tenta di applicargli un rene artificiale; tuttavia questa operazione riduce la capacità del sangue di coagularsi e provoca numerose emorragie interne che fanno precipitare la situazione.

Duncan Edwards è uno che non molla mai, e resiste ben due settimane in queste condizioni critiche, prima di doversi arrendere: muore per insufficienza renale acuta il 21 febbraio del 1958, all’età di 21 anni e mezzo.

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La rinascita nel nome dei Busby Babes

Il giorno successivo, quel che resta della squadra torna a giocare in campionato, pareggiando in casa con il Nottingham Forest: troverà la vittoria, l’unica fino al termine del torneo, soltanto un mese e mezzo dopo e concluderà al nono posto.

Ci vorranno anni perché Busby, ripresosi dalle gravi ferite patite nell’incidente, riesca a rifondare la squadra: un nuovo ciclo di “ragazzini” crescerà intorno a Bobby Charlton, il più giovane ai tempi dello schianto di Monaco e che, sopravvissuto, diventerà per il club quel che era Edwards, e cioè l’uomo di maggior classe, il leader, il trascinatore.

Il 29 Maggio del 1968, dieci anni dopo lo schianto che è costato la vita a “Big Dunc” e ai suoi compagni, il Manchester United conquista finalmente la Coppa dei Campioni, trascinato dai gol di Charlton e Dennis Law e dalle invenzioni geniali di George Best, la “Holy Trinity“.

Appena due anni prima sempre Bobby, l’ultimo dei Busby Babes, ha trascinato l’Inghilterra al trionfo nei Mondiali casalinghi del 1966, una competizione che Edwards avrebbe voluto giocare e che sicuramente lo avrebbe visto protagonista, se il fato non si fosse messo nel mezzo.

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Vetrata della chiesa che Dudley ha dedicato a Edwards

“A che ora abbiamo la partita con i Wolves, Jimmy?”

Si dice che, mentre lottava tra la vita e la morte, Duncan ebbe un raro momento di lucidità e, ripresosi, abbia chiesto a Jimmy Murphy, suo mentore e vice di Busby accorso al suo capezzale: “A che ora abbiamo la partita con i Wolves, Jimmy? Non posso assolutamente mancarla…” suscitando ammirazione e commozione nei presenti.

Di Duncan Edwards rimane il ricordo di un grande campione, che seppur morto giovane già molto aveva dato al calcio inglese e moltissimo avrebbe potuto dare. Un calciatore completo ed una persona formidabile, timida e semplice, che viveva per il calcio e poco altro: la pesca, il cinema, qualche partita a carte con gli amici.

Forever Young

Un fenomeno senza ruolo e senza tempo, un’icona che fece innamorare prima e piangere poi tutta l’Inghilterra. Un eroe morto giovane e bello, con il mondo ai propri piedi.

Significative le parole che disse su di lui sempre Jimmy Murphy diversi anni dopo.

“Se adesso chiudo gli occhi posso ancora vederlo: i pantaloni arrotolati, i salti tipici dell’entusiasmo giovanile mentre percorreva il tunnel che portava al campo.

La tremenda forza dei suoi contrasti, sempre corretti ma spaventosi, il suo immenso potere sul pallone. Le volte in cui questo gli veniva sottratto potevano essere contate sulle dita di una mano.

Quando sentivo Mohammed Alì dire al mondo che lui era il più grande di tutti mi veniva da sorridere.

Vedete, il più grande di tutti fu un calciatore inglese, e il suo nome era Duncan Edwards.”

Il campione per sempre giovane.

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“Sono assolutamente sicuro che, se la sua carriera fosse durata abbastanza, si sarebbe dimostrato il più grande calciatore mai visto.

Si, conosco i grandi giocatori – Pelé, Maradona, Best, Law, Greaves e il mio grande idolo Alfredo Di Stefano – ma quello che voglio dire è che lui era migliore in ogni fase di gioco.

Se chiedete di Duncan a campioni come Stanley Matthews e Tom Finney le loro risposte saranno sempre le stesse: non hanno mai visto nessuno come lui.”

(Bobby Charlton)


SITOGRAFIA:

  • Lawton, James (06/02/2008) Duncan Edwards: The greatest footballer who ever lived?, The Independent
  • Flint, Andrew (13/08/2015) Duncan Edwards: the original, greatest boy wonder, These Football Times

BIBLIOGRAFIA: