Grigio, granata e azzurro: omaggio a Baloncieri, il primo mito

23 aprile 1944: è uno strano campionato quello che si gioca in un’Italia che va via via liberandosi del regime fascista. Due giorni prima è nato ufficialmente il Governo Badoglio, ma mentre l’attenzione degli italiani è interessata a tutt’altre questioni il calcio deve andare avanti: così ha voluto la FIGC e così i giocatori si sono adeguati, anche se ovviamente gli inconvenienti non mancano. Ad esempio, quel 23 aprile, l’Alessandria si trova sul campo del Torino ma l’arbitro non può fischiare il calcio d’inizio tra i “grigi” ospiti e lo squadrone che sta cominciando un ciclo di vittorie che terminerà soltanto con lo schianto di Superga: manca un giocatore ospite, ed è così che per evitare che i suoi perdano la partita a tavolino l’allenatore alessandrino decide di scendere in campo. Sebbene si sia ritirato molti anni prima i tifosi di entrambe le squadre sanno bene chi sia, visto che è stato idolo di entrambe le squadre e uno dei migliori calciatori italiani di sempre: il suo nome è Adolfo Baloncieri, il primo mito del nostro calcio.

La partita finirà 7 a 0 per l’inarrestabile Torino, campione d’Italia in carica e che quel campionato lo perderà clamorosamente solo all’ultimo per troppa supponenza in favore dei Vigili del Fuoco di La Spezia. Ai “grigi” alessandrini non bastano il tocco di palla ancora valido di Baloncieri e la grinta del terzino Maroso, che proprio in granata dalla stagione successiva si imporrà come uno dei migliori nel ruolo in Italia. L’Alessandria termina quel girone Piemonte/Liguria piazzandosi al nono posto sui dieci disponibili, precedendo solo il povero Cuneo: sono gli ultimi acuti di una società che nei primi anni del calcio italiano è stata addirittura gloriosa e che ha lanciato nel grande calcio tanti campioni. Il più grande è proprio Baloncieri, nato in provincia nell’estate del 1897 ma cresciuto nelle strade di Rosario, in Argentina: tornato in Italia giusto in tempo per entrare nelle giovanili dell’Alessandria, sorto appena un anno prima, si era distinto da subito per la completezza del repertorio, dote inusuale ai tempi. Le battaglie nelle polverose strade argentine lo avevano forgiato, costringendolo a pensare in pochi attimi e ad affinare visione d’insieme e tocco di palla, tutte qualità che nella sua figura di interno di centrocampo trovarono esaltazione una volta arrivato nel calcio che conta. Elegante, votato all’attacco ma capace di prodigiosi recuperi difensivi, tanto abile nel servire i compagni quanto nel concludere personalmente, Baloncieri era l’anima di una squadra che sorprese il calcio italiano grazie ai metodi d’insegnamento decisamente all’avanguardia del tecnico inglese George Arthur Smith: grazie alla copertura del potente ed elegante mediano Carcano – uno che avrebbe vinto quattro Scudetti di seguito allenando giovanissimo la Juventus negli anni successivi – “Balòn” poteva liberare tutto il suo estro e segnò una valanga di reti, considerata la posizione non da attaccante vero e proprio: nonostante l’interruzione bellica, sopraggiunta proprio pochi mesi dopo il suo esordio, seppe lasciare il segno come nessuno, siglando 75 reti in 122 partite, portando la squadra piemontese a sfiorare il titolo in almeno un paio di occasioni. È talmente bravo che il Genoa lo porta con se in Sudamerica, durante una tournée che lo vede tornare nei luoghi dove è cresciuto ed affrontare Uruguay e Argentina, allora in procinto di diventare protagoniste del calcio mondiale.

A un campione come lui, tuttavia, l’ambizione di una squadra di provincia che ha entusiasmo ma pochissimi liquidi – in un’epoca in cui il calcio sta diventando una professione per molti altri meno dotati di talento – non può bastare: nel 1925 viene ceduto al Torino, uno dei primi trasferimenti che fa epoca nella storia del calcio italiano, il secondo forse dopo quello di Renzo De Vecchi al Genoa. Ai tifosi alessandrini che rinfacciano al presidente di essersi piegato davanti alle 70.000 lire (una somma considerevole per l’epoca) offerte dai granata questo risponde che, in pratica, si è trattato di una “sola”: “Non è il caso di disperare – sentenzia – abbiamo ceduto un vecchio ronzino”. Si sbaglia di grosso: la stagione successiva Baloncieri è decisamente uno dei migliori calciatori del campionato, e quando il Conte Marone Cinzano acquista anche lo spezzino Rossetti e il poderoso ed elegante centravanti Libonatti (argentino di Rosario, dove “Balòn” è cresciuto e con cui spesso si ritroverà a parlare di Martin Fierro, immaginario eroe gaucho) ecco che si costituisce quello che passerà alla storia come “il Trio delle meraviglie”, capace di colpire in ogni modo e in ogni momento e che porta i granata alla conquista di un primo Scudetto poi revocato e poi di un secondo, stavolta inattaccabile. Siamo nel 1929, l’anno prima Baloncieri si è distinto nell’Italia bronzo olimpico ad Amsterdam come miglior giocatore europeo, e in campionato ha segnato addirittura sette reti in una vittoria arrivata contro la Reggiana per 14 a 0. Grandissimo da anni, resta sulla breccia fino al 1932, anno del suo ritiro ufficiale a 35 anni, mostrando sempre continuità di rendimento e classe sopraffina, che faranno dire a due storici del calcio italiano quali Gianni Brera e Carlo Felice Chiesa che forse qualcuno è stato grande come Baloncieri, nella storia del calcio italiano, ma nessuno di più: un’idea confortata anche dai numeri espressi in Nazionale, all’epoca vera cartina tornasole per misurare la grandezza di un calciatore e che lo vede scendere in campo in 47 occasioni (28 da capitano) segnando 25 reti in un’epoca dove gli impegni delle rappresentative sono rarefatti e i Mondiali sono appena un’idea. Con l’Italia – giostrando insieme al compagno e amico Libonatti – conquista appunto il bronzo alle Olimpiadi e la Coppa Internazionale, una sorta di Europeo ante-litteram, quindi comincia una brillante carriera di allenatore dove i pochi bassi, in un mondo frenetico e sempre alla ricerca di nuovi eroi, cancelleranno comunque i notevoli alti. Si fa notare per essere un innovatore, ha un carattere comprensivo che lo fa sembrare debole, ma è un grande, seppur non grandissimo come quando era in campo. La storia del nostro calcio non gli rende forse la dovuta giustizia, visto che non entra nell’immaginario collettivo come altri, come Meazza o Valentino Mazzola, Rivera: è roba da intenditori “Balòn”, che al Torino da giocatore contribuisce anche a fondare la squadra giovanile granata che sarà chiamata in suo onore “Balòn Boys”, campione non per tutti che la storia farà finire sotto alcuni strati di polvere come la sua Alessandria, che invece fu all’epoca squadra presa ad esempio da mezza Italia. Giusto ricordarlo,  invece, visto che fu come mai nessuno prima di lui: fenomenale leader, abilissimo tessitore di gioco, tremendo realizzatore, eroe del primo Scudetto del Torino e primo grande campione universalmente riconosciuto della Nazionale.