Il tramonto di Gorostiza, “Bala Roja”, distrutto dalla sua stessa grandezza (di Edoardo Molinelli)

Quando morì nel Sanatorio de Tuberculosos de Santa Marina di Bilbao, provato da una vita di eccessi e povero in canna, Guillermo Gorostiza Paredes possedeva pochissimi beni personali. Tra questi, l’unico di valore era un portasigarette d’argento che il presidente del Valencia Luis Casanova gli aveva regalato dopo l’ultima partita con i ché; sul retro erano incise queste parole: “Al mejor extremo izquierdo del mundo de todos los tiempos”.

Perché quell’uomo che dimostrava ben più dei suoi 57 anni, ormai irriconoscibile a causa dell’alcolismo e della malattia, era stato davvero un’ala sinistra formidabile, così celebre da finire addirittura in un film. Come molti altri prima e dopo di lui, Guillermo Gorostiza non resse al peso della gloria e finì i suoi giorni in una stanza d’ospedale, solo e dimenticato da tutti. Proprio lui, che con i suoi dribbling e i suoi gol aveva fatto sognare tutta la Spagna.

“Bala Roja”

Gorostiza nacque nel 1909 a Santurtzi, cittadina nei dintorni di Bilbao, figlio del presidente del Colegio de Médicos de Vizcaya. Nonostante gli sforzi del padre, che sognava per lui un futuro da medico, fin da giovane Guille mostrò di preferire il pallone ai libri di scuola. Dopo aver abbandonato gli studi alle porte dell’università lavorò come tornitore in una fabbrica navale di Sestao, iniziando a giocare nel tempo libero con la maglia del club cittadino del Chávarri.

Lì lo noto uno dei principali club baschi dell’epoca, l’Arenas di Getxo, che dovette però interrompere le trattative per l’acquisto del ragazzo quando il padre, in un ultimo tentativo di raddrizzarlo, lo inviò da uno zio a Buenos Aires. L’esito fu scontato: Gorostiza passò qualche mese tra i campi di calcio e le sale da ballo notturne, finché lo zio, disperato, acconsentì a farlo tornare a casa.

Si pagò il viaggio pulendo il ponte della nave e verniciandone le fiancate; poco tempo dopo il suo ritorno quella stessa nave fece naufragio e Guille commentò divertito: “L’ho ridipinta così tante volte che sarà affondata per il peso della vernice!”. Durante il servizio militare fu arruolato in marina e inviato di stanza a Ferrol, ma il mare lo vide poco.

Quando si accorsero di cosa sapeva fare con la palla tra i piedi lo fecero tesserare dal Racing. Alla prima partita, un’amichevole contro l’Espanyol, scese sulla fascia sinistra, si buttò al centro, tirò e segnò al portiere più grande del mondo, il Divino Zamora: un biglietto da visita niente male. Nel corso della stagione condusse i diablos verdes alla vittoria del campionato regionale gallego e alla partecipazione alla Copa del Rey del 1929, dove furono eliminati negli ottavi di finale dall’Athletic Club.

I bilbaini, pur di assicurarsene le prestazioni, pagarono senza fiatare 20.000 pesetas (una cifra enorme per l’epoca) all’Arenas, che ancora deteneva i diritti legali sul calciatore. A Bilbao sbocciò definitivamente, rivelandosi giocatore moderno e in anticipo sui tempi: destro naturale, giocava a sinistra in modo da poter puntare verso il centro e andare al tiro col suo piede preferito, cosa che amava fare ben più di cercare il cross dal fondo.

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Guillermo Gorostiza, l’idolo di Bilbao

Rapidissimo e potente, risultava imprendibile per la maggior parte dei difensori. I tifosi dell’Athletic dicevano che, quando Gorostiza correva sulla fascia, l’erba del San Mamés non sapeva se fosse lui o il vento, tanto grande era la sua velocità; furono loro a coniare il suo soprannome, Bala Roja: il proiettile rosso. Con lui in campo l’Athletic vinse quattro campionati e quattro coppe nazionali.

Esordì in nazionale nel 1930 e fu tra i protagonisti del Mondiale del 1934. Scese in campo nella grande vittoria col Brasile e nel quarto di finale pareggiato con l’Italia, ma non disputò la ripetizione a causa di un infortunio: gli italiani, consapevoli della sua grandezza, lo avevano picchiato ripetutamente fino ad azzopparlo.

Al ritorno in patria era ormai un mito vivente. Le sue figurine erano le più popolari tra i ragazzi e ogni donna avrebbe fatto carte false per averlo. Gorostiza, che non era per nulla insensibile al fascino femminile (e a quello della bottiglia), col passare degli anni iniziò a manifestare i segni sempre più evidenti della vita dissoluta che conduceva fuori dal campo, che emersero fragorosamente alla ripresa dei campionati dopo la lunga pausa imposta dalla Guerra Civile.

Euzkadi e l’inizio della fine

Pausa che Bala Roja non passò a casa: nel 1937 rispose presente alla convocazione con la selezione di Euzkadi, istituita dal Governo Basco (fedele alla Repubblica) per raccogliere fondi in chiave antifranchista e far conoscere al mondo l’esistenza dei Paesi Baschi, e prese parte alla tournée europea della squadra. Anche questa parentesi, tuttavia, non fu tranquilla: Gorostiza abbandonò la spedizione prima della partenza per l’America, rientrò di nascosto in Spagna e fece atto di sottomissione al nascente regime franchista.

Fu una decisione che poco ebbe a che vedere con la politica e molto con le rinunce (vino e donne, soprattutto) alle quali erano sottoposti i giocatori di Euzkadi. Gorostiza a detta di tutti era un uomo buono, privo però di carattere e facilmente influenzabile, tanto grande in campo quanto fragile fuori.

Dopo la fine della Guerra Civile giocò un’altra stagione con l’Athletic Club, giungendo al terzo posto nella Liga, quindi fu ceduto al Valencia per 50.000 pesetas. Nonostante il fisico appesantito dagli eccessi, Gorostiza disputò altri sei campionati di Primera División, aggiudicandosi due Liga e una coppa.

Ultimi lampi di grandezza

Nel periodo valenciano girò il film ¡¡Campeones!! insieme ad altre stelle come Zamora e Quincoces, testimonianza tangibile del suo status di personaggio anche mediatico. Anno dopo anno, però, i suoi comportamenti fuori dal campo degenerarono sempre più.

Una volta, dopo essere sparito nel nulla per giorni interi, riapparve allo stadio di Vigo mentre i compagni erano negli spogliatoi: per superare lo sbarramento degli inservienti servì l’arrivo di un dirigente del Valencia, dopodiché Gorostiza chiese perdono, pianse, scese in campo e giocò una partita splendida.

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In un’altra occasione, a Siviglia, si presentò così ubriaco da doversi far allacciare le scarpe dai propri compagni. Dopo pochi minuti l’arbitro fischiò un rigore per il Valencia e lui, che solitamente non sbagliava mai dal dischetto, calciò malissimo e mandò il pallone quasi alla bandierina del calcio d’angolo, finendo poi disteso a terra. I tifosi del Sevilla cominciarono a irriderlo, a chiamarlo borracho (ubriacone), a fischiarlo quando toccava la palla: allora lui si ricordò di essere Gorostiza e segnò quattro gol, dominando il match da solo.

Quando uscì, tutto il pubblico si alzò in piedi e lo applaudì.

Continuò a giocare fino a 42 anni, dividendosi tra Segunda e Tercera: tentativo maldestro di rinviare fino all’ultimo il temuto momento del ritiro. Provò ad allenare, ma i risultati furono scarsissimi a causa dell’alcolismo e della mancanza di disciplina.

Nell’ultima parte della sua vita, Bala Roja fu niente più di un’ombra che vagava tra i bar e gli hotel di Bilbao dove alloggiavano le squadre di calcio in trasferta, alla ricerca di un conoscente che potesse offrirgli da bere o prestargli qualche spicciolo. Abbandonata la famiglia (dopo il rientro a Bilbao si era sposato e aveva avuto due figlie), sparì in modo definitivo dalla ribalta e si confinò nella città natale, dove finì a vivere all’ospizio dei poveri.

El ridiculo

Fu lì che lo scovò Manuel Summers per il suo documentario Juguetes rotos (1966), nel quale venivano narrate le storie di vari personaggi famosi sprofondati nel baratro e dimenticati dal pubblico. Anche Summers aveva avuto Gorostiza come idolo, da ragazzo.

Guillermo fu molto gentile e acconsentì a farsi riprendere per un giorno intero. Tirò anche un rigore, che segnò, e alla fine il regista gli chiese cosa facesse tutto il giorno. El ridiculo, rispose lui. Consapevole di essersi distrutto con le proprie mani.

Pochi mesi dopo Guillermo Gorostiza morì. Con lui se ne andava la più grande ala sinistra del calcio iberico del primo novecento, un giocatore delizioso che aveva incantato tutta Europa.

Troppo fragile per poter sostenere tutto il suo talento, troppo grande per riuscire a resistere quando i riflettori si spensero.


L’autore di questo articolo è Edoardo Molinelli, uno dei ragazzi dietro allo splendido progetto “Minuto Settantotto”, uno dei miei siti preferiti. Vi consiglio di seguirli anche sulla loro Pagina Facebook.

Edoardo ha scritto lo scorso anno, per HellNation Libri, “Euzkadi – La Nazionale della libertà”, la storia poco conosciuta della spedizione basca che negli anni della Guerra Civile Spagnola girò il mondo per combattere il franchismo imperante. Un libro assolutamente da non perdere e che ho recensito QUI.