Harry Welfare, da spirito libero a idolo Fluzão

Nonostante il calcio moderno, soprattutto dopo la sentenza Bosman del 1995, sia ormai in gran parte un incredibile mix di culture diverse da loro, tanto che non ha quasi più senso parlare di identità calcistiche nazionali o di “stranieri”, il calcio brasiliano appare ancora oggi un mondo a se, dove i “non brasiliani”, calciatori o manager, appaiono autentiche mosche bianche.

Merito di un Paese, il Brasile, che ha milioni di cittadini e che sforna talenti a getto continuo anche per via di una passione per il futebol che spesso si trasforma in vera e propria religione, coincidenze che portano i tanti club che fanno parte della CBF (la Confederação Brasileira de Futebol) a preferire, anche per motivi economici, la coltivazione delle promesse indigene all’acquisto di calciatori stranieri che magari, poi, poco sanno del calcio brasiliano e che faticherebbero ad ambientarcisi.

Lo zampino britannico

Non è sempre stato così. Un tempo, come in molti paesi del resto, prendere a calci un pallone era una pratica sconosciuta anche in Brasile. Ci pensarono i primi padri fondatori a spargere il verbo: dopo i primi abbozzi tentati da Thomas Donohoe, fu Charles Miller a dare il via al movimento calcistico nazionale operando a São Paulo, imitato pochi anni dopo a Rio da Belfort Duarte e Oscar Cox.

Quest’ultimo era figlio di un inglese emigrato in Ecuador. Dopo aver completato gli studi a Losanna, in Svizzera, e dopo aver appreso in terra elvetica i segreti e le regole del football, tornò in terra carioca deciso a fondare una propria squadra: nasceva così, il 21 luglio del 1902, il Fluminense, club che, seppure allora nessuno potesse immaginarlo, sarebbe diventato uno dei più importanti di tutto il Brasile.

Nei giorni in cui il Fluminense prendeva vita, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, Harry Welfare era un ragazzino di appena 14 anni che stava, forse, cercando di capire cosa avrebbe fatto nella vita. Il calciatore professionista? Era una possibilità più che concreta, dato che proprio giocando nella selezione scolastica il giovane aveva mostrato doti tecniche ed atletiche più che notevoli.

Archiviato il regno della Regina Vittoria, il football britannico avrebbe nel giro di pochi anni archiviato anche lo stile calcistico tipico dell’epoca vittoriana: i centre-forward del XIX secolo, abili nel trattare il pallone e propensi ad agire più come registi offensivi che come finalizzatori, avrebbero lasciato posto ad attaccanti potenti, poderosi, con l’unico compito di scardinare le difese avversarie e segnare reti su reti.

Il centravanti nomade

Un compito che a Harry Welfare riusciva benissimo. Alto, robusto, dotato di grande velocità e capace di calciare quasi indifferentemente con un piede o con l’altro, avrebbe avuto tutte le caratteristiche necessarie per scrivere la storia di questo sport. Ma c’era qualcosa, in lui, che non desiderava questo tipo di vita. Qualcosa che esigeva libertà, più importante della fama, della gloria, dei soldi.

Non furono pochi quelli che gli offrì il Liverpool, che nel 1912 lottava per affermarsi tra le grandi d’Inghilterra e aveva individuato proprio in Welfare il giocatore capace di fare la differenza. I Reds lo avevano scoperto mentre faceva sfracelli nei Northern Nomads, club amatoriale che nel nord del Paese, industrializzato e votato al football professionistico, tentava di ripetere la favola dei londinesi del Corinthian, baluardi di un calcio amateur che in Gran Bretagna ormai andava scomparendo.

Si parla di qualcosa come 119 reti in 114 partite amichevoli, numeri impreziositi dalle numerose e fruttuose apparizioni con altri club quali St. Helen’s Recreation, Tranmere Rovers, Southport Central e Wrexham. Partite non segnate negli annali che ci raccontano di questo campione meno di quanto non faccia l’interessamento dei professionisti del Liverpool, club professionistico che disputava il massimo campionato nazionale.

La libertà prima di ogni cosa

Dopo averlo testato in alcune partite con il reserve team, soddisfattissimi, i dirigenti offrirono dunque a Harry Welfare un ricco contratto: in cambio di soldi e fama, il giovane – nato proprio in città – avrebbe dovuto dedicare il proprio, enorme, talento soltanto al Liverpool.

Era una condizione che Welfare non poteva proprio accettare. Per lui, vero e proprio spirito libero, la bellezza del calcio era poterlo praticare sempre, ovunque, e la bellezza della vita era il non avere vincoli, poter vivere appieno il mondo con tutto quello che ha da offrire. Declinò, anche perché nel frattempo alcuni amici di famiglia, emigrati in Brasile, lo avevano proposto a una scuola di Rio de Janeiro come insegnante d’inglese, e l’istituto aveva risposto positivamente, invitandolo a fare le valigie e attraversare il Pacifico.

Dopo appena quattro gare – e un gran bel goal, segnato contro lo Sheffield Wednesday – Harry Welfare si metteva dunque alle spalle il Liverpool, l’Inghilterra e anche l’amato football, senza sapere forse che quest’ultimo lo avrebbe visto protagonista ancora per molti anni, eroe in un Paese tanto diverso da quello in cui era cresciuto.

Harry Welfare, O Tanque Tricolor

Non passarono che poche settimane dal suo arrivo a Rio, infatti, che Welfare fu contattato da Oscar Cox, ansioso di dotare il suo Fluminense di un centravanti di livello. Non è dato sapere chi favorì l’incontro tra i due, ma certo è che chi ne fu l’artefice contribuì a scrivere una delle prime, magnifiche, pagine nella storia del calcio brasiliano.

Harry Welfare fu infatti, per oltre un decennio, il dominatore incontrastato dei campi carioca: con la maglia del Fluzão segnò infatti la bellezza di 163 reti in 166 partite, laureandosi per cinque volte capocannoniere del campionato statale e contribuendo in modo determinante alla conquista di cinque titoli e alla conseguente affermazione del Fluminense come uno dei club più importanti del Brasile.

Sfruttando la sua enorme potenza atletica dominava letteralmente il campo, dove nessun difensore riusciva ad arginare i suoi 190 centimetri di altezza. A discapito della stazza, tuttavia, fu anche tra i principali ideatori dello stile calcistico brasiliano, dialogando con i compagni della linea offensiva e insegnando loro i benefici che portava, in termini di risultati, un fitto e rapido scambio di passaggi che apriva le difese meglio dei solitari assoli in dribbling utilizzati fino a quel momento.

Restando fedele al suo spirito libero, Harry Welfare non si fece mai pagare dal club, che, in cambiò di questa inaspettata fedeltà, fu ben lieto di concedergli la libertà di vestire occasionalmente le maglie di altre squadre: fu persino tra i protagonisti della Seleção Carioca, antesignana della Nazionale brasiliana, che sfidò i club inglesi che cominciavano regolarmente a visitare il Sudamerica.

Leggenda immortale

Dopo aver conquistato il Campeonato Carioca de Futebol in quattro occasioni, di cui tre consecutive, chiuse nel 1924 con il quinto e ultimo alloro, arrivato naturalmente grazie a una sua segnatura contro gli eterni rivali del Botafogo. Fu allora che, a 36 anni, O Tanque Tricolor (“il carrarmato tricolore”, soprannome derivato dalla sua stazza e dalla maglia della Fluminense) appese gli scarpini al chiodo per dedicarsi a una proficua carriera di allenatore che mai influì con la sua scelta di continuare a insegnare.

Ancora adesso Harry Welfare è il miglior marcatore straniero nella storia del calcio brasiliano, record importante tanto quello che lo vede miglior goleador di sempre nel Clássico Vovô, il sentitissimo derby tra Fluminense e Botafogo: i suoi 17 gol gli permettono di sopravanzare leggende come Waldo e Heleno de Freitas.

Il grande giornalista sportivo brasiliano Mário Filho, a cui fu intitolato il Maracanã, disse di questo straordinario campione: “Con Welfare era come se il Fluminense usasse una mitragliatrice, mentre gli avversari utilizzavano la spada”.


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