TOP 11: i migliori calciatori brasiliani di sempre

Il Brasile ha sfornato nella sua storia campioni a ripetizione: chiaro dunque che questa classifica è contestabile, contanto tanti esclusi eccellenti, da Bellini, capitano del primo Brazil Campeão do Mundo: a Vavà e Tostao, Romario e Bebeto, Roberto Carlos e Cafu, Ronaldinho.

Ho cercato tuttavia di non dimenticare nessuno dei grandissimi, spero che apprezzerete ed eventualmente mi direte la vostra.

TOP 11: i migliori calciatori brasiliani di sempre
#11 – Sócrates

Personaggio da film, probabilmente la figura più romantica nella storia del calcio. Di povere origini, chiamato come il grande filosofo greco, Sócrates fu un centrocampista dall’intelligenza straordinaria, capace sempre di trovarsi al posto giusto nel momento giusto e dotato di una visione di gioco incredibile che a volte lasciava spiazzati persino i compagni, i quali finivano per vedersi recapitare assist impossibili.

Non solo tecnica e passaggi, però: Sócrates fu un gran realizzatore, grazie ad un tiro potente e preciso, e anche tra i leader di quella che divenne nota in Brasile come democracia corinthiana. Durante una pesante dittatura, infatti, Sócrates e i compagni Wladimir e Casagrande – dichiaratamente di sinistra – presero le redini della squadra con il benestare dell’allenatore, che da quel giorno prese ogni decisione interrogando giocatori e staff. Il Corinthians vinse in questo modo due campionati consecutivi.

Giunse in Italia tra squilli di tromba per vestire la maglia della Fiorentina, ma quello che ai più romantici sembrava un matrimonio perfetto naufragò dopo appena una stagione: Sócrates, già trentenne, non accettò mai i pesanti carichi di lavoro del calcio italiano, né mai riuscì ad integrarsi con i compagni, “colpevoli” di avere una visione del fùtbol “troppo utilitarista”.

Morì a neanche 60 anni, una cirrosi epatica conseguenza dell’alcol di cui sempre aveva abusato. Morì di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vinse il titolo, nel modo in cui aveva dichiarato avrebbe voluto andarsene. L’ultima magia di un campione – e uomo – straordinario.


#10 – Paulo Roberto Falcão

Cresciuto nell’Internacional, che prima del suo esordio nel calcio non ha mai vinto niente, negli otto anni in cui Paulo Roberto Falcão giostra da regista nel “Colorado” questo vince per cinque volte il campionato Gaùcho e per tre volte quello Nazionale.

Ai risultati straordinari di una squadra venuta fuori dal nulla – ma che può contare su altri enormi talenti, uno tra tutti il cileno Elias Figueroa- contribuisce in modo determinante questo grandissimo giocatore, regista basso davanti alla difesa e dotato di classe e di visione di gioco come raramente si sono viste su un campo di calcio.

Non solo, Falcão possiede anche il dono della sobrietà, quello che spesso manca ai grandi verde-oro: mai una giocata rischiosa, mai fuori posizione: quando accade è sempre per un motivo buono, e infatti non sono rari i suoi inserimenti che finiscono con il concretizzarsi con il gol. Insieme a Sócrates, Cerezo, Éder e Zico forma il centrocampo più bello nella storia del Brasile dopo quello del 1970, squadrone che viene fermato ai Mondiali del 1982 solo dalla giornata di grazia di Paolo Rossi.

Nel frattempo è passato alla Roma, conquistando in breve tempo i suoi tifosi, che con lui in campo si sentono nuovamente grandi: i giallo-rossi vincono due Coppe Italia e lo Scudetto del 1983, il secondo nella storia del club. Vero e proprio allenatore in campo, giocatore più pagato dell’intera Serie A, Falcão è leader e idolo indiscusso, ma purtroppo il rifiuto di calciare dal dischetto nella finale di Coppa Campioni che la Roma perde ai rigori contro il Liverpool segna il primo dissidio con la società.

Così la storia finisce dopo cinque stagioni comunque indimenticabili e che gli valgono il soprannome di “Ottavo Re di Roma”. Chiude nel San Paolo, prima di dedicarsi ad una mediocre carriera di allenatore.


#09 – Roberto Rivelino

Ala sinistra fenomenale, tecnico, veloce e dotato di un tiro che era una sentenza: questo e molto altro fu Roberto Rivelino, uno dei più grandi calciatori della storia e tra i principali protagonisti di quella che è considerata la miglior squadra di sempre, il Brasile campione del mondo nel 1970. Inventore del dribbling “a elastico” (o flip flap) Rivelino crebbe nel Corinthians, dove giocò ben 9 stagioni non riuscendo a vincere niente anche per via di una squadra debole e che basava tutto su di lui.

Troppe responsabilità, eppure i tifosi non capivano e finirono spesso per contestarlo, al punto che dopo 9 stagioni e quasi 500 gare il campione capì che la storia era finita e andò al Fluminense, dove chiuse formalmente la carriera giocando quattro stagioni e conquistando due volte il Campionato Carioca.

Fu però con la Nazionale che diede il meglio di se ed entrò nell’immaginario collettivo: nello squadrone del 1970 fu uno dei principali marcatori, segnando 3 reti grazie a ottimi inserimenti e ad un tiro potentissimo e molto preciso che gli valse anche il soprannome da parte dei media messicani di Patada Atomica.

Partecipò anche alle sfortunate edizioni mondiali del 1974 e del 1978, chiudendo con oltre 100 presenze in maglia verde-oro. La sua velocità, il suo fantastico dribbling, il suo tiro e la sua fantasia sono entrate nella storia del calcio.


#08 – Arthur Friedenreich

Primo idolo del calcio brasiliano, El Tigre Friedenreich era figlio di un commerciante tedesco e di una donna brasiliana. Mulatto, crebbe nel periodo in cui il calcio in Brasile era egemonizzato dai bianchi ed il razzismo era diffuso, ma ciò non gli impedì di affermarsi comunque.

In campo per la prima partita di sempre del Brasile, vi giunse dopo aver segnato valanghe di reti con le maglie di Ypiranga, Germânia (squadra di immigrati europei dove scelse di giocare per sottolineare le sue origini tedesche) e Mackenzie. In tutto si dice che abbia segnato 1239 reti in 1329 partite, ma appartenendo la sua epopea ad un calcio dove non sempre venivano stilati documenti ufficiali non ci si può dire sicuri di questi numeri.

I resoconti ufficiali comunque raccontano di 572 gare condite dalla bellezza di 547 reti, numeri che confermano le sue mortifere doti di goleador. Mulatto, Friedenreich usava la brillantina per lisciare i capelli, crespi per natura, e si disse anche che capitò che usasse del fondotinta per sembrare “bianco” e poter giocare senza problemi. Comunque quando la sua classe fu certa fu idolo delle folle e delle notti brasiliane, dove non di rado accadeva di vederlo ad un cabaret, bevendo cognac e fumando sigari costosi.

Saltò il Mondiale del 1930 per i dissidi tra le federazioni paulista e carioca, che portò questi ultimi – cui Friedenreich apparteneva – a rifiutare la convocazione. El Tigre fu la prima stella di colore nella storia del calcio, bomber implacabile e figura quasi mitologica per tutti i giovani campioni brasiliani che crebbero nel suo mito.


#07 – Leônidas da Silva

Se Friedenreich aprì la strada del calcio brasiliano ai giocatori di colore e ne fu il primo campione, il suo degno successore fu senz’altro Leônidas da Silva, il “Diamante Nero”. Bomber implacabile, capace di qualsiasi cosa con il pallone tra i piedi, Leônidas fu un centravanti dalla media realizzativa spaventosa: un gol di media a partita per una carriera che durò vent’anni e che lo dive esaltare le folle di Penarol, Vasco da Gama, Botafogo, Flamengo e San Paolo.

Primo esportatore della “rovesciata”, di cui è considerato uno dei padri, si vide annullare una rete eseguita con questo gesto tecnico ai Mondiali di Francia nel 1938, con l’arbitro stupito da questa giocata mai vista prima. I Mondiali del 1938 furono la sua vetrina di maggior prestigio, in un’epoca in cui mancavano i filmati e bisognava affidarsi a racconti e leggende metropolitane.

Leônidas segnò in quell’edizione del torneo ben 7 reti, laureandosi capocannoniere e portando il Brasile fino in semifinale, dove fu eliminato dall’Italia senza che lui – e molti altri titolari – potessero giocare: si disse che fu supponenza del CT, la verità è che molti giocatori erano stanchissimi dopo aver superato i turni precedenti solo dopo i 90 minuti.

Con la Polonia del bomber Wilimowski Leônidas segnò 3 reti nella vittoria per 6 a 5, contro la Cecoslovacchia invece servirono due gare, in cui “il Diamante Nero” segnò in entrambe. La sua classe gli avrebbe permesso di continuare a giocare e incantare anche in altre edizioni della Coppa, ma la guerra glielo impedì. Continuò a dare spettacolo fino all’età di 37 anni, segnando di rovesciata poco prima di ritirarsi.

Per molti fu il più grande di tutti i tempi, e solo la mancanza di filmati d’epoca non gli ha permesso di affermarsi definitivamente nella memoria dei tifosi. Tuttavia, ogni volta che ammiriamo una rovesciata, istintivamente ricordiamo lui, Leônidas, “il Diamante Nero”.


#06 – Zizinho

Per Pelé fu il più grande giocatore di sempre. Centrocampista completo, capace di attaccare, costruire e difendere con eguale – immenso – rendimento, era cresciuto nel calcio brasiliano ancora in possesso dei ricchi bianchi, che sul terreno di gioco potevano picchiare un nero senza correre più di tanto il rischio di ricevere sanzioni.

Come e più dei grandissimi Friedenreich e Leônidas, Zizinho imparò a schivare completamente gli avversari grazie ad un fenomenale movimento di bacino, che lo rese tra i migliori dribblatori al mondo se non il migliore. Fu soprannominato “il Maestro” per la sua completezza tecnica, che gli permise di essere ammirato e rispettato da tutti. Il giornalista italiano Giordano Fattori paragonò il suo modo di giocare al modo che aveva Leonardo da Vinci di dipingere.

Insieme ad Ademir fu la stella del Brasile nei Mondiali del 1950, dove diede spettacolo insieme ai compagni: in una gara contro la Jugoslavia, vistosi annullare una rete chiaramente regolare, ripeté cinque minuti dopo la stessa azione, segnando ancora, come dimostrazione del suo strapotere calcistico. La Seleção cadde sul più bello, nella partita finale contro l’Uruguay, e sebbene Zizinho venne eletto il miglior giocatore del torneo fu visto anche come il simbolo della disfatta: fu un incubo, e lo stesso “Maestro” racconterà in seguito di aver sognato per anni di aver vinto quella gara.

Anche a livello di club non fu fortunato: dopo le vittorie giovanili con il Flamengo, dopo la disfatta ai Mondiali fu ceduto al mediocre Bangu, e tornò a vincere solo nel finale di carriera, passato al San Paolo. La mancanza di trofei però non può cancellare la maestosa classe con cui giocò per oltre vent’anni, facendo definitivamente innamorare del calcio tutti i brasiliani, compreso quel Pelé bambino a cui, nei Mondiali del 1958, lasciò il posto in squadra. Il resto è storia.


#05 – Didi

Ogni appassionato di calcio sa che il Brasile, sebbene sia sempre stato terra di campioni, è diventato una superpotenza mondiale del football a partire dal 1958, l’anno in cui finalmente la Seleção conquistò quella Coppa del Mondo sfuggitale diverse volte in passato per un nonnulla. E se si è soliti – giustamente – collegare l’esplosione del Brasile a quel Mondiale, spesso si sbaglia nel dare al giovanissimo Pelé più meriti di quelli che ebbe.

Certo, lui e Garrincha ebbero un impatto importante, e i loro nomi passarono alla storia, ma il miglior giocatore di quel Brasile, di quel Mondiale, fu Valdir Pereira, interno offensivo dalla classe inimitabile. Per tutti, semplicemente, Didi. Nel 1958 aveva trent’anni, era al suo apice, e mandò più volte in rete i compagni grazie ai suoi eccezionali lanci lunghi.

Amava più far correre il pallone che correre di persona, Didi. La fase difensiva non lo interessava più di tanto, amava avere il pallone tra i piedi e decidere cosa farne. Amava attaccare, e segnare. In carriera realizzò oltre 200 reti, e fu tra i primi brasiliani a sbarcare in Europa, giocando – pur se brevemente – nel Real Madrid. Era il 1960, aveva 32 anni e si diceva fosse finito.

Errore madornale: nel 1962, ai Mondiali in Cile che il Brasile vince ancora, viene eletto miglior centrocampista del torneo. Sei anni prima, nel 1956, aveva inventato la famosa “punizione con le tre dita” o “foglia secca”: contuso durante una gara, aveva escogitato questo strano modo di battere i piazzati senza farsi male.

Divenne uno dei suoi marchi di fabbrica. Campione giramondo, aveva superato una brutta infezione al ginocchio che aveva fatto temere l’amputazione della gamba ed era diventato uno dei più grandi idoli del Paese. Giocò – tra le tante – per Fluminense, San Paolo e Botafogo, squadra nella quale ebbe quattro esperienze distinte. Se il calcio brasiliano è oggi quello che conosciamo, gran parte del merito va a questo straordinario campione.


#04 – Zico

750 partite giocate in carriera. 516 reti. Una media impressionante, a dirla così. Ma poi pensate che questo non è avvenuto agli albori del calcio, quando era senz’altro più semplice segnare. E chi detiene questo impressionante score, poi, non era neanche un attaccante puro.
Arthur Antunes Coimbra, per tutti Zico, è stato uno dei più grandi giocatori di sempre non solo del Brasile, ma dell’intera storia del calcio.

Trequartista stupendo a vedersi, fu chiamato “il Pelé bianco” e fu effettivamente il giocatore brasiliano non di colore più forte di sempre. Cresciuto nel Flamengo, ne fu un idolo e bandiera indiscussa per oltre un decennio, conquistando in maglia rubro-negra 3 campionati nazionali e ben 7 statali e soprattutto infiammando il pubblico del “Maracanà”, che si diceva andasse allo stadio solo per vederlo giocare.

Quando si ritirò, infatti, il telecronista si chiese come il calcio sarebbe potuto andare avanti. Zico fu un autentico campione: pur non dotato da madre natura di un fisico esplosivo, era rapido e accarezzava il pallone come pochi al mondo hanno saputo fare. Era dotato inoltre di una grandissima visione di gioco, che gli permetteva di prevedere lo sviluppo del gioco e quindi di saper prendere sempre la decisione migliore, fosse un passaggio smarcante o un letale inserimento che si concludeva immancabilmente con un gol.

Fu capace di indossare la maglia numero 10, lasciata libera da Pelé, in Nazionale e di non farlo rimpiangere, pur mancando con i compagni il Mondiale del 1982, perso contro l’Italia in quella partita che lo stesso campione definì “la morte del calcio”. Nel 1983 fu ingaggiato a sorpresa dall’Udinese, e nel campionato italiano durò poco ma dando grande spettacolo, mantenendo la sua media-reti ben al di sopra di un gol ogni due partite pur in un calcio più fisico di quello brasiliano.

Fu anche ambasciatore, a fine carriera, del calcio in Giappone, del quale fu la prima – e tuttora più grande – stella e allenando in seguito la Nazionale, che portò alla vittoria della Coppa d’Asia nel 2004, uno dei pochi successi da allenatore.


#03 – Ronaldo

Scoperto giovanissimo dal grande Jairzinho mentre scorazza nel São Cristóvão, esplode prima in patria nel Cruzeiro e poi in Europa, dove seguendo le orme dell’idolo e connazionale Romario ha fatto la fortuna del PSV Eindhoven, che nel 1996 lo vende, ventenne, a peso d’oro al Barcelona. Pur in un campionato più competitivo, Ronaldo s’impone all’attenzione di tutto il calcio mondiale segnando una rete dietro l’altra.

Merito di un fisico imponente e di una velocità impressionante: tocca i 36 km/h in corsa, ed è allo stesso tempo capace di tenere il pallone incollato ai piedi. Non di rado capita di vedere i difensori, senza il pallone, arrancare inutilmente dietro di lui mentre s’invola verso la porta, dove implacabilmente scarta anche il portiere e segna.

L’Inter per averlo lo copre d’oro, lui risponde alla grande perdendo lo Scudetto solo in modo molto dubbio contro la Juventus, ma l’occasione del riscatto personale sono i Mondiali di Francia del 1998. Sebbene abbia appena 22 anni, è già l’idolo indiscusso della Seleção, che trascina in finale. Prima della gara decisiva, però, è colto da convulsioni che lo portano addirittura a rischiare la vita, e la decisione di scendere comunque in campo non è fortunata: il campione è assente, la Francia di Zidane domina e vince.

È solo l’inizio di un lungo calvario: verso la fine del 1999 si lesiona il tendine rotuleo del ginocchio destro, sta sei mesi fuori ma quando torna si rifà male dopo sei minuti. Stavolta la prognosi è di oltre un anno, così che in pratica sono due e mezzo le stagioni saltate in maglia nerazzurra.

Torna in tempo per inseguire finalmente lo Scudetto, che sfuma nel 2002 all’ultima giornata contro la Lazio. Sono celebri le sue lacrime, ma c’è un Mondiale alle porte che sa di ultima chiamata per questo straordinario giocatore: non fallirà. In Giappone & Corea Ronaldo è il miglior giocatore del torneo, conquista finalmente la Coppa del Mondo e lo fa da capocannoniere, tornando grande dopo quattro anni da incubo.

Il resto della carriera lo spende giocando nel Real Madrid delle stelle, dove pur non avendo la prodigiosa velocità di prima dell’infortunio mostra di avere ancora classe da vendere. Due volte Pallone d’Oro, capace di segnare 352 reti in 518 gare in carriera, Ronaldo non solo è stato uno dei più grandi calciatori di sempre, ma forse il più grande del calcio moderno: dominante come pochi, era capace di vincere una partita da solo e possedeva una completezza impressionante, che lo rese il prototipo del centravanti totale.


#02 – Garrincha

Garrincha è stato il più grande interprete, nella storia del calcio, del ruolo di ala. Il fisico sbilenco e improbabile, minato dalla poliomelite avuta da bambino, invece che rivelarsi uno svantaggio lo rendeva semplicemente inarrestabile quando fuggiva sulla fascia.

Inutilmente gli avversari raddoppiavano, triplicavano, la marcatura su di lui: non c’era niente da fare, lui puntava ogni rivale e lo saltava con una finta che solo le sue gambe storte e diseguali potevano disegnare, una finta che nessuno poteva neutralizzare e che lo portava inesorabile ad arrivare nei pressi della porta. Da lì era un gioco da ragazzi segnare oppure servire ad un compagno un pallone che andava solo accompagnato in rete.

Per il suo carattere ingenuo e giocoso fu soprannominato “L’allegria del popolo”, per molti fu inferiore solo a Pelé, per qualcuno lo sopravanzò anche. Fu grande protagonista anche ai Mondiali del ’58, ma fu in quelli di Cile nel ’62 che raggiunse la sua massima vetta di splendore: con Pelé fuori dalla seconda gara, prese il Brasile sulle sue fragili spalle e lo portò fino alla vittoria finale, segnando 4 reti e servendo assist come se piovesse.

I gol furono equamente divisi (2 a gara) tra quarti di finale e semifinale, vittime i maestri dell’Inghilterra e i padroni di casa del Cile. Quel Mondiale fu, senza dubbio, vinto principalmente da lui, “Mané”, che aveva trovato nel calcio un riscatto che il suo fisico improbabile ed il suo basso quoziente intellettivo non avrebbe potuto trovare altrove e che lo avrebbe condannato ad una vita povera ed anonima.

Se ne andò nella miseria e nell’alcolismo, malato e pieno di debiti che di volta in volta venivano pagati da amici e fans. Morì la notte del 19 gennaio del 1983, in seguito ad un acuto attacco di cirrosi conseguenza di tre giorni passati a bere, ormai solo e disperato. Aveva 49 anni. Le sue ossa riposano in un cimitero dimenticato da molti.

Sull’epitaffio la scritta “Qui riposa in pace colui che fu La Gioia del Popolo, Mané Garrincha”, a ricordare quello che fu uno dei più fenomenali giocatori della storia del calcio, che nonostante la vita non gli avesse dato i mezzi per emergere riuscì a scrivere a caratteri cubitali il suo nome nella leggenda di questo sport.


#01 – Pelé

Gli inglesi, che di football ne hanno sempre capito, il giorno successivo alla vittoria del Brasile nel Mondiale del 1970 titolarono: “Come si scrive Pelé? D-I-O” Del resto quel torneo fu l’apice della consacrazione di quello che da tutti è considerato il più grande calciatore di sempre: Edson Arantes do Nascimento, per il mondo Pelé.

Costretto dalla povertà a giocare in infanzia con un pompelmo al posto di un pallone, Pelé crebbe si affermò in pochissimo tempo, tanto che a 15 anni fu introdotto nelle giovanili del Santos e appena un anno dopo già era titolare e capocannoniere del campionato.

Nemmeno maggiorenne fu il centravanti del Brasile che, nel 1958, conquistò finalmente il suo primo Mondiale di calcio dopo averlo a lungo inseguito. Pelé ha giocato per quasi l’intera carriera nel Santos ed ha realizzato 1281 reti in 1363 partite. Ha vinto tre Mondiali ed è stato dichiarato nel 1962 “patrimonio nazionale” dal Governo brasiliano per evitare ogni rischio di possibile cessione all’estero.

Ha segnato sei “cinquine”, una trentina di “quaterne” e novantadue “triplette”, inoltre in un incontro (avversario il Botafogo) segnò ben otto reti nell’11 a 0 con cui si concluse l’incontro.

Pelé, “O Rei”, è stato un personaggio che è andato ben al di là del calcio: durante una tournée amichevole in Colombia, ad esempio, l’arbitro lo espulse ed il pubblico andò così fuori di testa che lo costrinse a rientrare in campo. Fazioni in guerra per il dominio della Nigeria stabilirono una tregua per andare a vederlo giocare.

Volò in America, dove fu l’icona del primo tentativo di calcio made in USA, che con il suo ritiro naufragò ovviamente in brevissimo tempo. Insomma, Pelé non è stato un calciatore, bensì il calcio, l’essenza stessa di questo sport: corretto, leale, forte in campo nazionale ed internazionale, carismatico, un leader, un finalizzatore senza eguali ed un eccezionale assist-man.

Potente, velocissimo, acrobatico, abile in ogni fondamentale al punto da rendere apparentemente facile quello che per molti era impossibile. La perla nera, il Re del calcio.