Jack Hunter, il primo rivoluzionario del football

Quando il boato degli 8.000 tifosi presenti accolse l’ingresso in campo della sua squadra, Jack Hunter fu probabilmente l’unico a non sentirsi mancare il fiato per l’emozione. Mai una folla così numerosa aveva riempito le tribune del Kennington Oval di Londra, la sede designata per le finali di FA Cup e per le partite casalinghe della Nazionale dell’Inghilterra.

Si trattava di una moltitudine di persone mai vista prima non soltanto per numero, ma anche quasi del tutto inedita per eterogeneità. Di fianco alle signore imbellettate e agli uomini dell’alta società londinese che solitamente assisteva alle gare giocate all’Oval, infatti, vi era una folta presenza di uomini giunti a Londra dal lontano nord del Paese, che si erano sobbarcati un viaggio in treno lungo un’intera nottata con la speranza di vedere finalmente realizzato il sogno di una città, che l’anno precedente era sfumato proprio sul più bello.

Erano gli abitanti dell’industriosa Blackburn, e la squadra in cui riponevano le proprie speranze era quella guidata da Jack Hunter, il Blackburn Olympic. L’anno precedente, la stessa folla variopinta, sopportata con malcelato disprezzo dai sofisticati londinesi, era arrivata nella capitale per tifare i più acerrimi rivali cittadini dell’Olympic, i Blakburn Rovers.

Si era trattato della prima finale di FA Cup che avesse coinvolto un club giunto fuori dai confini di Londra, una squadra che nonostante le migliori intenzioni era caduta sul più bello, vinta dall’emozione più che dalla classe degli avversari.

A respingere l’assalto degli “zotici operai di Blackburn” erano stati gli Old Etonians, il club che raccoglieva al suo interno i migliori ex-studenti (old boys) di Eton, la più prestigiosa scuola superiore del Paese. Sarebbero stati nuovamente loro gli avversari dell’Olympic, una squadra sorta da pochi anni e che nessuno aveva pensato potesse spingersi tanto in avanti nel torneo, una compagine formata da operai che mai avevano assaggiato il grande football prima d’ora, né visto una folla così numerosa.

Passato contro futuro

Nessuno tranne Jack Hunter. Ex-prodigio del calcio di Sheffield, aveva giocato in diverse delle innumerevoli squadre che avevano costituito il movimento calcistico della città capace di dare i natali al primo club di sempre, lo Sheffield FC, e vestendo la maglia dell’Heeley aveva messo insieme una serie di gare così convincenti da meritarsi la convocazione nell’Inghilterra.

A Blackburn era giunto quasi per caso, deciso a concludere la carriera alla grande dopo uno scandalo che lo aveva coinvolto e che intendeva cancellare, ma neanche lui avrebbe immaginato di riuscire addirittura a scrivere la storia.

Jack Hunter, 31 anni, motore dell’Olympic nel delicato ruolo di centromediano, osservava la sua controparte negli Old Etonians: si trattava del grande, immenso, Arthur Kinnaird, scozzese che a momenti avrebbe giocato la sua nona finale di coppa e che in precedenza aveva alzato il trofeo in ben cinque occasioni.

Kinnaird aveva 35 anni ma un fisico ancora invidiabile, e se in campo ricopriva grosso modo il ruolo di Hunter era in realtà un total footballer, capace di giocare bene in ogni zona del campo e di difendere, impostare e concludere a rete.

A differenza di Hunter, Arthur Kinnaird era un vero e proprio campione, rotto a mille battaglie e mai sazio di trionfi. Tuttavia, quando i due incrociarono lo sguardo, non potevano sapere che il misterioso dio del football aveva un piano che avrebbe sconvolto le certezze di tutti quelli che si vantavano di conoscere uno sport in verità ancora ai primordi, e dove non esistevano certezze.

Kinnaird, che aveva attraversato con successo la prima fase pionieristica del gioco da vero dominatore, era ormai il passato. Jack Hunter, che nella vita aveva conosciuto grandi ascese e discese vertiginose, il futuro.

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Jack Hunter, il rivoluzionario

Terzo di sei figli di Philip Hunter, un creatore di posate da tavola di Sheffield, fin da giovanissimo Jack aveva inizialmente seguito le orme professionali del padre per poi diventare con la maturità un macellaio, ma la sua vera passione era naturalmente il gioco del football, che come una febbre aveva contagiato la città, una delle più fervide di club e sfide nei primi anni dei pionieri e sede tra l’altro del primo torneo calcistico mai esistito, oltre che del primo club.

Completo tecnicamente e atleticamente, Hunter era particolarmente bravo nel prevedere le intenzioni degli avversari e aveva inoltre un dono non comune nell’epoca del football vittoriano: in un contesto calcistico che vedeva spesso il movimento inglese, guidato dai club formati dai nobili e aristocratici studenti londinesi, clamorosamente fermo nelle sue idee, Hunter aveva la capacità di imparare dalle sconfitte e anzi, da esse correggere il proprio stile e i propri difetti.

Così, pur ottenendo una sola vittoria e collezionando invece numerose sconfitte clamorose (7-2 e 6-1 dalla Scozia, la prima sconfitta di sempre contro il Galles) nelle sette gare che lo avevano visto in campo con l’Inghilterra, Jack Hunter aveva capito che certe pesanti débâcle non erano state affatto casuali, o dovute a giornate sfortunate o di scarsa forma come continuava a sostenere l’aristocrazia calcistica.

Mentre il comitato della Football Association continuava a sostenere un gioco fatto di sfrenate corse verso la porta avversaria, con nessuna attenzione alla copertura difensiva né al preservare il fiato nella ricerca spasmodica del gol, Hunter aveva intuito una rivoluzione tattica che avrebbe cambiato il football inglese per sempre.

L’incredibile avventura degli Zulus

Un’altra cosa fondamentale che il macellaio di Sheffield aveva capito era che, se uno era bravo nella nuovissima arte del football, e soprattutto non era ricco di famiglia come quei nobili che giocavano per pura soddisfazione personale, era giusto che fosse pagato. Così, verso la presunta fine della carriera, aveva allestito con altre stelle di Sheffield una squadra tanto pittoresca quanto forte: The Zulus.

Questi erano comparsi all’improvviso un giorno di novembre del 1879, presentandosi come la selezione nazionale del regno Zulu, ai tempi impegnato in una dura e sanguinosa guerra proprio contro l’Impero Britannico. I volti tinti di nero, le mani e le gambe nascoste da vesti piumate, avevano sfidato i club inglesi nel gioco che gli stessi sudditi di Sua Maestà la Regina Vittoria avevano inventato.

Pur essendo evidente che si trattasse di una squadra immaginaria, composta da inglesi purosangue, il pubblico aveva risposto divertito alla sfida, presentandosi in massa alle gare che di volta in volta vedevano coinvolti gli “Zulu” contro altre compagini del nord.

Vi era un altro motivo per cui il pubblico rispondeva così entusiasta: oltre che ad assistere ad un notevole spettacolo di football, chi pagava il biglietto sapeva di farlo per una giusta causa, dato che gli incassi delle gare sarebbero andati alle famiglie delle vittime sul fronte africano.

Nessuno era riuscito a fermare Hunter e compagni, ma dopo alcuni tour un ispettore della Football Association aveva scoperto che i soldi ricavati finivano per la maggior parte nelle tasche dei protagonisti, un’attività assolutamente illecita e che aveva portato alla minaccia di una squalifica a vita per i cosiddetti “Zulus”.

Minacciati dagli alti organi di Londra, che vedevano il professionismo come il fumo negli occhi, The Zulus si erano sciolti, e Hunter aveva riparato a Blackburn, desideroso di mettersi la vicenda alle spalle e convinto di aver chiuso con il football ad alto livello.

Si era dedicato alla gestione di un pub di sua proprietà, il Cotton Tree, e proprio qui era entrato in contatto con un noto imprenditore siderurgico del posto, Sidney Yates.

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Il sogno di Hunter e Yates

Questi aveva da poco fondato una società nuova, frutto della fusione di due minuscoli club locali, Black Star e James Street, e aveva denominato la squadra Blackburn Olympic in omaggio a Olimpia, sede degli antichi giochi olimpici e da poco scoperta dagli studiosi di storia. Il compito di Hunter sarebbe stato duplice: precedendo il ruolo di “manager” che sarebbe venuto solo molti anni dopo avrebbe dovuto sondare quello che aveva da offrire il calcio cittadino e reclutare quei giocatori che riteneva i migliori per esprimere il suo tipo di calcio.

A convincere i giocatori ci avrebbe pensato il patron Yates, che li avrebbe assunti nella propria acciaieria o trovato occupazioni in città tramite le proprie conoscenze e avrebbe pure fatto in modo di garantire loro alcune giornate libere, da dedicare all’allenamento. Quest’ultimo aspetto fu fondamentale: l’Olympic fu la prima squadra nella storia a istituire allenamenti specifici mirati al miglioramento dei propri giocatori.

Il gioco di squadra, ad esempio. A partire dal modulo: prendendo ispirazione dalla scuola di Cambridge, Hunter impostò il 2-3-5, “la Piramide”, in luogo del largamente utilizzato 2-2-6. Il perno dei tre centrocampisti sarebbe stato proprio lui, che insieme ai compagni di linea avrebbe prestato maggiore attenzione a non scoprire la difesa rendendola vulnerabile.

Oltre a questo Hunter cambiò l’approccio tattico, sostituendo le lunghe corse palla al piede con un gioco ragionato, fatto di brevi passaggi, che avrebbe permesso di mantenere il fiato per tutti i 90 minuti di gioco ai suoi uomini. L’Olympic non attaccava a spron battuto, ma gestiva il pallone con calma e attendeva il momento migliore per colpire, attento a non scoprirsi né a finire le energie.

La FA Cup che cambiò la storia

Seguendo questi dettami, e ad appena un anno di distanza dall’esordio ufficiale in FA Cup, il Blackburn Olympic sbaragliò la concorrenza, sorprendendo gli avversari con questo nuovo approccio e arrivando in finale nella sorpresa generale. Di più, Hunter e compagni si trovarono ad avere il seguito dell’intera città, vista la precoce eliminazione di Rovers e Darwen, le squadre che prima di loro avevano tentato di lasciare il segno nella prestigiosa manifestazione nazionale.

Quando si trovarono di fronte i robusti e muscolosi old boys di Eton, ai tifosi presenti sembrò di vedere dei nani di fianco a dei giganti, e così dovettero pensarla per lunghi minuti, una volta iniziata la gara, anche gli stessi giocatori dell’Olympic. Gli Old Etonians passarono presto in vantaggio con Goodhart, e fu soltanto grazie alla giornata di grazia del portiere Hacking, assistente alla poltrona di un dentista e che si distingueva per indossare un buffo cappello floscio, che il risultato al termine del primo tempo fu soltanto di 1-0 per i più rinomati avversari.

Ma presto fiato e rabbia vennero fuori nei ragazzi di Blackburn. Constatato che gli avversari non erano divinità, ma semplici uomini come loro, Hunter e compagni presero a giocare come sapevano e a rispondere colpo su colpo al gioco molto fisico praticato dagli avversari e che nel primo tempo li aveva intimiditi. Arrivò prima il pareggio di Matthews, un corniciaio, quindi il gol nei tempi supplementari del giovanissimo Jimmy Costley, un semplice tessitore.

Per la prima volta la coppa finiva lontano da Londra. Il pubblico applaudì convinto, mentre l’alta società si dimostrò indignata così come gli avversari ad eccezione di Arthur Kinnaird, che pur duramente colpito ammise che era stata una bella lotta e che il campo premiava sempre i migliori.

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Era il trionfo di Jack Hunter, che si era distinto per altre innovazioni in quella fantastica cavalcata fino alla coppa: prima di semifinali e finale, ad esempio, aveva curato personalmente i compagni portandoli in ritiro a Blackpool, dove possedeva un pub, e qui ne aveva regolamentato dieta e orari cementando anche lo spirito di un gruppo che si pensava sarebbe durato per sempre.

(Leggi anche “FA Cup 1883: la classe operaia va in Paradiso”)

La fine del sogno Olympic

Invece, nel breve volgere di qualche anno, tutto finì. Quando il football, sdoganato il professionismo, divenne un “sistema a perdere” dal punto di vista economico, l’Olympic si trovò prima superato da rivali più facoltosi e poi abbandonato dal suo mecenate Yates, stufo di spendere soldi.

Escluso anche dalla neonata Football League, che con le sue entrate avrebbe potuto aiutare la squadra a non andare in bancarotta, l’Olympic ebbe l’ultimo bagliore di speranza nel giovanissimo Jack Southworth, straordinario attaccante che infine cedette alle lusinghe degli ormai più ambiziosi e rinomati rivali dei Rovers.

Partito Southworth la squadra si perse. Molti passarono ai rivali dei Rovers, e tra questi lo stesso Hunter, che divenne assistente del manager scozzese Thomas Brown Mitchell, che un tempo era stato suo acerrimo avversario.

Mentre il calcio progrediva e creava nuovi miti – gli stessi Rovers capaci di vincere tre FA Cup di prima, il Preston North End degli “Invincibili”, l’Aston Villa – il mito dell’Olympic scomparve insieme alla squadra, scomparsa nel 1889 dopo appena dieci anni di vita, e anche Hunter divenne per molti quasi uno qualunque.

Si era trattato invece di un grandissimo innovatore, che tentò ancora una volta di dimostrarlo prendendo una squadra qualunque come il New Brighton Tower e portandola in massima serie, un’avventura che durò poco e che si concluse ancora una volta per motivi economici.

Pochi anni dopo, improvvisamente, il grande Jack Hunter si ammalò di tubercolosi, un male comune dell’epoca, e morì il 9 aprile del 1903, quando aveva da poco compiuto cinquant’anni.

L’eredità di Hunter

L’eredità che ci ha lasciato Jack Hunter è impressionante: tra i primi a intendere il calcio come un lavoro, tra i primi a studiare la tattica, fu anche osservatore e direttore sportivo in un’epoca in cui queste figure non erano ancora nemmeno state ipotizzate. Il suo Blackburn Olympic cambiò la storia del calcio, consegnandolo al nord operaio e sdoganando quel 2-3-5 che a livello tattico sarebbe durato quasi mezzo secolo. Inventò i ritiri collegiali, l’allenamento mirato, fu promotore convinto del gioco ragionato, di squadra.

Qualunque appassionato di calcio dovrebbe sapere chi fu Jack Hunter, il macellaio di Sheffield che improvvisamente, con grande intelligenza e capacità di vedere nel futuro, cambiò il football dei pionieri trasformandolo nello sport che oggi tutti amiamo e seguiamo.

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FONTI:

  • Simkin, John (1997) Jack Hunter, Spartacus Educational
  • Sanders, Richard (2009) Beastly Fury: the strange birth of british football, p. 85-105
  • Phythian, Graham (2007). Shooting Stars: The Brief and Glorious History of Blackburn Olympic 1878-1889
  • (13/02/2015) Jack Hunter Profile, England Football Online

Il ritratto che apre e chiude questo articolo è opera di Sara Provasi ed è soggetto a copyright, così come ogni contenuto di questo sito.

Jack Hunter è uno dei protagonisti principali del mio primo libro, “Pionieri del Football – Storie di calcio vittoriano”: potete leggerne un estratto QUI ed acquistarlo ai seguenti link.

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