José Leandro Andrade, “la Meraviglia Nera”

In principio fu Montevideo, in principio fu l’Uruguay. Il luogo dove si svolsero i primi Mondiali di sempre, datati 1930; la squadra che per prima alzò al cielo la Coppa Rimet.

Una compagine che univa classe e forza. La prima rappresentata da un attacco di artisti quali El Vasquito Pedro Cea, el Divino Manco Castro e Héctor Scarone, soprannominato el Gardel del fútbol per la sua eleganza infinita; la seconda sintetizzata nella durezza e nella tenacia di capitan Nasazzi, el Gran Mariscal, leader di una difesa a tratti insuperabile.

Tra difesa e attacco lui, José Leandro Andrade, mirabile sintesi di tutte le qualità che possono servire per creare il calciatore perfetto: fisico, eleganza, capacità di trattare la sfera e abilità nell’essere ugualmente efficace in entrambe le fasi di gioco.

Primo terzino a tutto campo in un’epoca in cui i ruoli erano ancora ben definiti (chi attaccava, chi difendeva) quello che Andrade mostrò al mondo nella prima kermesse mondiale del calcio non fu che una parte di quello di cui era capace, giunto ormai all’inevitabile declino di una carriera che aveva avuto il suo apice negli anni precedenti.

Giocò bene, José, in quel luglio del 1930, ma il meglio lo aveva dato prima, soprattutto nelle Olimpiadi del 1924 e del 1928, quando l’Uruguay, un piccolo Paese del Sudamerica, aveva mostrato agli Europei che dall’altra parte dell’Atlantico si giocava il miglior calcio del mondo.

L’epopea della Celeste

Se ne erano accorti gli jugoslavi, a Parigi, nel ’24: erano andati a spiare gli allenamenti dei loro avversari ed erano tornati rinfrancati dopo aver visto una squadra che a tratti incespicava sul pallone, che sembrava persino ignorare le regole più basilari del gioco. “Poveri ragazzi, venuti da tanto lontano…” avevano detto.

Non lo sapevano, i balcanici, che gli uruguagi avevano riconosciuto le spie europee e per questo avevano inscenato una farsa, con l’obbiettivo di confonderli. Ignoravano, i supponenti europei, che quella squadra era già da tempo leader del proprio continente. Che quei “poveri ragazzi” erano artisti del fútbol, ed erano capaci di giocarlo a un livello mai visto in Europa. E che per pagarsi il viaggio fino a Parigi avevano dovuto giocare ben nove amichevoli lungo il tragitto, tutte vinte.

“Ho seguito il calcio per vent’anni, e non ho mai visto una squadra giocare con la maestria di questo Uruguay. Non avevo idea del fatto che il calcio potesse essere portato a un tale livello di virtuosismo, a questo livello artistico. Giocavano a scacchi con i piedi!”

(Enrique Carcellach, cronista spagnolo)

Fu a Parigi, lungo il trionfale cammino che portò la Celeste a conquistare il suo primo oro nel calcio, che nacque la leggenda di José Leandro Andrade.

Il campione che stupì l’Europa

Mai prima di allora si era visto un nero giocare così bene a football, uno sport che ancora veniva visto come riservato a un’élite di cui chi era di colore non poteva far parte.

Il mito nacque quell’estate parigina. L’uomo, invece, era nato a Salto, città al confine con l’Argentina, il 22 novembre del 1901. Leggenda vuole che il padre avesse ben più di novant’anni, uno stregone fuggito in quella che allora era la terra della libertà dal vicino Brasile.

Si dice che il piccolo José fosse nato con un problema ai piedi, risolto dal genitore con una pozione che aveva mandato via il dolore e che gli avrebbe permesso di cimentarsi nel fùtbol come pochi prima di lui. Forse nessuno.

Un calciatore totale

Crescendo, Andrade si era fatto un uomo ed era diventato un atleta magnifico: alto, elegante, agiva da mezz’ala destra ma era virtualmente capace di giostrare in ogni posizione. Poteva sottrarre il pallone ad un avversario, scambiarlo con un compagno e concludere a rete con una naturalezza mai vista prima. Era capace di colpire il pallone ad ogni altezza, in ogni posizione, e spesso lo faceva poggiandosi a terra con le mani ed esibendosi in un’elegante sforbiciata, un gesto mai più visto su un campo di calcio.

Fu quindi una logica conseguenza che, con l’introduzione del professionismo e il suo trasferimento dal modesto Bella Vista al mitico Nacional, un campione di questo calibro diventasse una delle stelle del calcio nel Paese.

Abbandonò così i lavori precedenti: lustrascarpe, strillone di quotidiani. Non lasciò invece l’altra occupazione che lo aveva reso celebre, quella di vedette del Carnevale, dove si esibiva suonando il tamburo e il violino e dov’era ammirato per la sua naturale predisposizione alla danza.

Le notti di Parigi

A Parigi, nel 1924, fu la stella più luminosa della sua rappresentativa. Conquistò l’oro da protagonista, ma protagonista lo fu anche fuori dal campo, vivendo la città e le sue bellezze con la gioia di un bambino, gettandosi a capofitto in serate alcoliche e in avventure amorose che gli permisero persino di conoscere Josephine Baker, la scandalosa “Venere Nera”.

“…divenne un errante bohémien, re dei cabaret. Le scarpe di vernice presero il posto delle calzature sbrindellate che si era portato da Montevideo, e un cappello a cilindro sostituì il suo berrettino consunto. Le cronache dell’epoca salutano l’immagine di quel sovrano delle notti di Pigalle: il passo elastico da ballerino, l’espressione sfacciata, gli occhi socchiusi che osservavano sempre da lontano e uno sguardo assassino; fazzoletti di seta, giacca a righe, guanti bianchi e bastone con impugnatura d’argento.”

(“Splendori e miserie del gioco del calcio”, Eduardo Galeano)

La meraviglia nera

Il mondo intero scopre il grande Andrade, e i giornali coniano per lui il soprannome che lo accompagnerà per tutta la vita: la “Merveille noire, la “Maravilla negra”. La meraviglia nera.

Le Olimpiadi di Amsterdam del 1928 sono un altro trionfo: la Celeste regola l’Olanda 2-0, la Germania 4-1, l’Italia per 3-2 e quindi, in finale, i rivali dell’Argentina per 2-1 al replay, dopo che la prima gara si è conclusa in parità.

Nessuno lo può sospettare, ma il meglio di Andrade è già passato. In una delle sue frequenti avventure parigine ha contratto la sifilide, tornando in patria soltanto dopo un paio di mesi e notevolmente dimagrito. In Olanda maschererà tutto grazie a qualità tecniche che lo mantengono altamente sopra la media, e gli permettono di essere ancora determinante nel vittorioso cammino che porta fino all’oro.

Nella sfida contro gli azzurri, in una concitata azione di gioco, finisce per sbattere la testa contro un palo della porta. Nessuno da peso a quell’incidente, che del resto non gli impedirà di disputare la doppia finale contro l’Argentina. Ma sarà l’inizio della fine.

Un uomo cambiato, un carattere difficile

Il successo ha cambiato quello che un tempo era un umile lustrascarpe con il sogno di fare il calciatore. Le notti di Parigi, soprattutto, lo hanno trasformato in un dandy arrogante, a tratti irritante, che fa poco o niente per farsi amare da compagni e tifosi. Compiaciuto del suo talento, dote che la natura gli ha regalato insieme a un fisico che sembra inarrestabile, salta gli allenamenti con frequenza, non festeggia mai un goal, non fa gruppo.

I viaggi in Europa diventano una costante, così come le avventure amorose, i periodi in cui sembra scomparire dai radar, alle prese con chissà quali tentazioni. Sul campo, però, finché il tempo glielo concede rimane uno dei migliori, incantando gli occhi di chi lo osserva giocare con movimenti dall’eleganza innata, una forza fisica straripante che gli permette di percorrere tutto il campo senza mai fermarsi.

Ai Mondiali del 1930, i primi nella storia, José è come detto ancora tra i protagonisti. Eppure, adesso, un occhio attento potrebbe accorgersi che, per quanto ancora ben sopra la media, non è più il campione degli anni precedenti. Il colpo rimediato ad Amsterdam lo ha portato ad avere problemi di vista da un occhio, e l’alcol, le notti sfrenate a cui si è abituato e di cui non può più fare a meno, non aiutano.

Dopo il trionfo Mundial gioca ancora qualche anno, trasferendosi ormai a fine carriera prima ai rivali del Nacional, il Peñarol, e poi a una serie di squadre minori, dove giochicchia inseguendo momenti di gloria che non possono tornare. Non è ancora il calcio dei milionari, e appesi gli scarpini al chiodo bisogna sapersi reinventare: mentre i compagni di una volta, che hanno investito saggiamente il loro tempo e il denaro accumulato, riescono a crearsi una vita dopo il calcio, a José questo non riesce.

Lavorare, per uno che è stato un tempo un idolo delle folle, non è semplice. Andrade non ne ha più voglia, si deprime rimpiangendo il tempo che fugge e che non da scampo neanche a una divinità come lui, il fisico lo abbandona progressivamente. Improvvisamente, quasi magicamente così come era apparso, “la Meraviglia Nera” scompare.

Un mito scomparso

Per rivederlo bisognerà attendere il Mondiale del 1950 in Brasile. Quel giorno al Maracanà, quando l’Uruguay sconfigge i padroni di casa in una partita che passerà alla storia, in campo c’è un Andrade, il nipote Víctor Pablo Rodríguez. In tribuna, in uno stadio dove quasi duecentomila spettatori sono ammutoliti, c’è lui, José Leandro Andrade, un tempo noto al mondo come “la meraviglia nera”.

Felice per la vittoria del suo Paese, orgoglioso per il nipote divenuto calciatore seguendo il suo mito, ma ormai irriconoscibile. Invecchiato, quasi cieco da un occhio, schiavo dell’alcol e prossimo alla povertà, i guadagni di una vita spesi inseguendo le notti di un tempo a Parigi, il sogno di renderle eterne.

Ormai nessuno si ricorda chi fu José Andrade: passano gli anni, e soltanto nel 1956 un giornalista sportivo tedesco, Fritz Hack, decide di scoprire dove viva, e in che condizioni, l’atleta che un tempo stupì il mondo, quei supponenti europei che non comprendevano come un nero potesse essere così bravo nel football.

Un triste finale

Lo trova nello scantinato di una baracca appena fuori Montevideo, incredibilmente deperito, troppo malato e alcolizzato per rispondere anche a una sola domanda. Lo accudisce la sorella, che racconta della sifilide contratta nelle mitiche notti di Parigi e mai curata, dell’occhio ferito ad Amsterdam, della tubercolosi che lo consuma.

Lo sguardo perso di José, forse, è ancora rivolto a quelle magnifiche notti europee di trent’anni prima, quando aveva la vita davanti e il mondo era ai suoi piedi. Ormai invece nessuno si ricorda più di lui, e la sua stessa esistenza sta per concludersi.

Se ne va un anno dopo, il 5 ottobre del 1957, un mese prima di compiere 56 anni, pallido ricordo del magnifico atleta d’ebano di un tempo. Lo fa nel silenzio di un mondo che un tempo si prostrava ai suoi piedi e che adesso sembra essersi dimenticato di lui. Un mondo a cui lui non ha mai concesso che la sua classe, troppo pieno di se e affamato di vita per compiacere qualcuno che non fosse se stesso.

Nella stanza dell’ospizio dove vive gli ultimi giorni di vita, chiuse dentro una modesta scatola di scarpe, le medaglie conquistate da calciatore e nient’altro.

L’ultimo ricordo dell’uomo che fu, un tempo, “la Meraviglia Nera”.


Immagine di copertina realizzata da Sara Provasi

SITOGRAFIA:

  • D’Urso Graziana (02/01/2013) José Leandro Andrade, la Maravilla Negra, Storie di Sport
  • Casado, Eduardo (19/04/2013) Quién fue… José Leandro Andrade, el futbolista que bailó con Joséphine Baker, 20minutos
  • Oliver, Brian (24/05/2014) Before Pelé there was Andrade, The Guardian
  • Cerasuolo, Gianni (05/2014) La mezzala cieca, SuccedeOggi
  • Dalmasso, Andrea (21/11/2017) Josè Andrade, dalla gloria all’oblìo, Libero Pallone

BIBLIOGRAFIA: