Soldato, artista, calciatore, atleta olimpico: le mille vite di Harold Walden

Se i tifosi del Bradford Park Avenue possono citare orgogliosamente il nome di Len Shakleton, grandissimo campione dei primi anni ’40 soprannominato “The Clown Prince of soccer”, i rivali cittadini del Bradford City possono senz’altro fare il nome di Harold Walden.

Ma mentre del primo non sono note le capacità comiche e teatrali, per Walden parla la storia. Soldato, attore, musicista, comico e calciatore, in quest’ultima veste fu l’assoluto protagonista delle Olimpiadi del 1912 giocate a Stoccolma.Prima ancora dei primi Mondiali di calcio in Uruguay, prima persino della prima Copa América, a determinare quale fosse la nazione calcisticamente più forte al mondo erano i Giochi Olimpici, manifestazione alla quale potevano partecipare i paesi di tutto il mondo – purché provvisti di una squadra e della conoscenza del regolamento, fattori non sempre scontati nei primi anni del calcio continentale.

Quando l’Inghilterra regnava

Se nelle prime due edizioni in cui il football era stato inserito come sport olimpico (Parigi 1900 e St. Louis 1904) a partecipare erano state appena tre selezioni, già nella terza giocatasi a Londra, capitale del paese in cui il football era nato quasi mezzo secolo prima, era stato evidente che il calcio era in sempre più rapida espansione: otto erano state le compagini presenti, con la Francia capace di schierare ben due squadre distinte e la Boemia che poco prima del torneo era stata costretta al ritiro in quanto espulsa dalla FIFA.

Era, inutile dirlo, un calcio che mostrava due stili ben distinti quello a cui si poteva assistere in questi primi tornei: da una parte vi erano infatti i comuni mortali, ancora poco avvezzi alla tattica, alla corsa, al trattamento della sfera, mentre dall’altra scintillavano i maestri britannici, da tempo dotati di un proprio campionato professionistico e di una cultura, un’identità calcistica, ben marcata.

Quando i maestri erano presenti era chiaro a tutti che il massimo obbiettivo a cui una squadra continentale poteva aspirare era la medaglia d’argento, un secondo posto che in realtà contava quasi come un trionfo, considerando l’imbattibilità di chi il calcio lo aveva ideato e quindi delineato attraverso le lunghe stagioni che gli altri paesi non avevano certo vissuto.

La Gran Bretagna aveva infatti trionfato sia nella prima edizione, schierando l’intera squadra dilettantistica dell’Upton Park, sia nella terza trascinata dalle reti del grandissimo Vivian Woodward, mentre a St. Louis aveva deciso di non partecipare lasciando che il torneo si rivelasse una questione tra nord-americani in cui l’avevano spuntata i misconosciuti canadesi del Galt.

Le Olimpiadi del 1912

Il torneo del 1912, che si sarebbe svolto a Stoccolma, era l’ennesima testimonianza di come il calcio stesse espandendosi nel mondo, portato dai marinai e dagli imprenditori britannici che lontano da casa si ritrovavano a praticare il proprio sport preferito e quindi a insegnarlo ai nuovi compatrioti.

In quell’estate si presentavano al via numerose squadre dove il calcio stava diventando una realtà, e ben undici furono le partecipanti. Tra queste l’Italia, sorta appena due anni prima e guidata dal ventiseienne Vittorio Pozzo, l’Ungheria che poteva vantare Jenő Károly (futuro mister scudettato della Juventus) a centrocampo e il formidabile Imre Schlosser, oltre 400 reti in poco più di 300 partite in carriera, in attacco.

Anche Germania e Danimarca si presentavano godendo di buone credenziali, con i teutonici che in attacco potevano contare sul grande Gottfried Fuchs e sull’estro di Adolf Jäger e gli scandinavi che invece avevano le proprie stelle nel difensore Niels Middelboe e nella punta Sophus Krølben Nielsen.

Se da una parte tutta questa “parata di stelle” nobilitava un torneo ancora in fase embrionale era però chiaro che niente avrebbero potuto fare i primitivi pedatori continentali contro i raffinati maestri britannici, che benché presentassero una squadra quasi totalmente formata da calciatori di seconda divisione – chi giocava nella prima era nella maggior parte dei casi un professionista e quindi impossibilitato a partecipare alle Olimpiadi – erano anni luce avanti rispetto ai volenterosi quanto acerbi giocatori europei.

Protagonista inatteso

Restava solo da vedere chi tra questi sarebbe stato il protagonista, con il grande Woodward (29 reti in 23 gare con l’Inghilterra e ben 40 in 24 con la Nazionale Dilettanti) che da protagonista quasi assoluto del torneo precedente passò in questo al ruolo di comparsa, oscurato dall’incredibile estate di Harold Walden.

Il padre, soldato dell’esercito britannico, si era recato a prestare servizio in India, allora colonia inglese. E qui era nato, il 10 ottobre del 1887, quello che sarebbe passato alla storia come il re dell’estate di Stoccolma 1912 e uno dei calciatori più variopinti nella storia di questa disciplina.

Non dotato da madre natura di un fisico scultoreo, Harold Walden si era distinto da subito per il grande coraggio, dote pari soltanto alla sua voglia di vivere, di esplorare il mondo e di viverlo pienamente in ogni sua sfaccettatura.

Centravanti di buon livello, tornato in patria con la famiglia si era distinto nell’Halifax Town e successivamente con la maglia del Bradford City, che per averlo aveva dovuto convincere il giocatore e l’esercito nel quale era cresciuto emulo del padre: proprio sotto le armi aveva appreso l’arte del football, risultando uno dei migliori giocatori del proprio reggimento nelle abituali sfide che lo vedevano contrapposto alla squadra della marina.

Proprio con la maglia ambrata del Bradford, che aveva appena vinto la sua prima e unica FA Cup della storia, Walden aveva colpito il comitato adibito a selezionare la squadra per le Olimpiadi, e così il giovane si era ritrovato a Stoccolma, pronto a recitare il ruolo di spalla del grande Woodward.

Re per un’estate

Fu invece chiaro da subito che il ragazzo non intendeva essere semplicemente una comparsa, e anzi proprio sfruttando le sponde del grande campione mise in mostra fin dalla prima partita tutte le sue qualità: nel 7 a 0 con cui i britannici annichilirono la pur buona selezione ungherese Walden lasciò al compagno d’attacco la gioia di una sola segnatura, realizzando personalmente le altre sei, quindi si ripeté in semifinale con una doppietta alla Finlandia (4 a 0 il risultato finale) per poi lasciare il segno anche nell’ultima gara, la finale che metteva di fronte ancora una volta, come nel 1908, Danimarca e Gran Bretagna.

Come nell’edizione precedente furono i maestri a prevalere, un 4 a 2 a cui proprio Walden diede inizio con un goal dopo appena dieci minuti. Il torneo si concluse con l’ovvio oro britannico e con questo fino ad allora sconosciuto centravanti protagonista assoluto, nove gol in quelle che sarebbero state le sue sole tre partite con la Nazionale e che non gli portarono il titolo di capocannoniere solo per l’incredibile exploit del tedesco Fuchs, capace di segnare dieci reti in una sola partita contro l’Impero Russo travolto dalla Germania addirittura 16-0.

La carriera di soldato e calciatore dilettante proseguì relativamente tranquilla per Walden, tornato nel semi-anonimato fino allo scoppio della Grande Guerra, durante la quale si procurò un bruttissimo infortunio al ginocchio saltando da una trincea in Francia, incidente che lo costrinse a seguire il resto del conflitto da un letto di ospedale e abbandonare i terreni di gioco.

Un uomo dalle molte personalità

Fu in questo periodo che Harold Walden scoprì di essere molto più di un calciatore, registrando il gradimento dei commilitoni che spesso si sentivano sollevati dopo una sua visita, una sua esibizione canora o comica eseguita per tirare su il morale di giovani feriti dalle pallottole e dalle bombe a volte anche molto gravemente.

Deciso a lasciare comunque un segno nello sport dov’era stato re per un’estate, nel 1920 tornò clamorosamente in campo con la maglia dell’Arsenal, che vestì in due occasioni contro l’Oldham andando persino a segno prima di tornare all’amato Bradford City e a stretto giro di posta chiudere con il football.

Si dedicò quindi alla musica e al cinema, arti in cui aveva già cominciato a farsi conoscere da calciatore e che divennero poi la sua occupazione a tempo pieno: nel 1920 aveva recitato il ruolo del protagonista Jack Metherill nel film muto a tema calcistico “The Winning Goal”, la storia di un footballer che nonostante un grave infortunio riusciva a tornare in campo e ad essere decisivo per la sua squadra nella partita finale.

L’esperienza sarebbe stata ripetuta molti anni dopo, nel 1948, quando in “Cup-tie Honeymoon” (la storia di un calciatore indeciso tra il giocare per la squadra del padre e i più forti rivali) recitò come comparsa interpretando se stesso. Ai tempi di quest’ultimo film Harold Walden aveva ormai più di sessant’anni, e guardandosi indietro poteva dire di aver vissuto la vita che aveva sempre desiderato da quando poco più che bambino si era arruolato nell’esercito come drummer boy.

Il successo nella musica

Stella della musica, aveva coltivato un talento scoperto nell’immediato dopoguerra durante un esibizione al piano svolta al Bradford Alhambra Theatre e che poi lo avrebbe portato a comporre canzoni molto conosciute come “Mother I’m a soldier” e “And only me knows why”, successi tali da portarlo in tournée in Asia, Africa e Oceania, territorio quest’ultimo in cui rientrò in contatto con il football quando la FA si trovò anch’essa lì per un tour calcistico.

Sempre in Australia Walden fu protagonista di un’avventura incredibile: partito per un viaggio nell’entroterra la sua auto prese fuoco per un incidente con una lampada e tutte le provviste andarono perdute. Senza cibo né acqua, nel duro deserto australiano, l’artista riuscì a salvarsi tornando alla civiltà a bordo di un vagone ferroviario adibito al trasporto merci.

Non solo musica e cinema, ma anche molte esibizioni come comico: dotato di grande carisma e molta auto-ironia, le cronache dell’epoca parlano di un umorismo unico nel suo genere e con frequenti riferimenti alla precedente carriera calcistica, che però non rimpiangeva in quanto “gli spettatori possono offenderti e chiamarti come vogliono quando sei su un campo di calcio, ma se lo fanno in teatro vengono buttati fuori”.

Larger than life

Harold Walden, personaggio che gli inglesi descriverebbero come “larger than life”, fu un uomo di successo, stella delle prime trasmissioni radiofoniche e anche calciatore di successo: non fu invece buon imprenditore di se stesso, arrivando ad avere verso la fine degli anni ’40 notevoli problemi finanziari.

Dopo aver dichiarato fallimento, sparì dalla ribalta che lo aveva visto a lungo protagonista prima di morire nel novembre del novembre del 1958, alle soglie dei settant’anni, colpito da infarto mentre attendeva un treno alla stazione di Leeds dove si era recato per un evento benefico.

Poliedrico, innovativo, carico di talento in quasi ogni campo della vita, Harold Walden è stato l’unico artista di varietà capace di vincere una medaglia d’oro olimpica.

Soldato, attore, musicista, comico, centravanti, il suo nome non è sicuramente tra quelli più noti agli appassionati di calcio ma la sua storia umana e professionale merita di essere ricordata come quella di un uomo unico, capace di eccellere in quasi ogni campo in cui si cimentò, e di un calciatore come mai prima ce ne erano stati e mai più ce ne saranno.

“Nel calcio ci sono 45 minuti per tempo, con la pioggia o con la neve, con dieci minuti d’intervallo e pernacchie dalla folla se non segni. In sala sono dieci minuti a spettacolo, con due ore di pausa, e c’è un altro vantaggio: in fondo alla settimana c’è un premio, che tu sia capace di segnare oppure no.”


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