I Leoni di Highbury (di Lorenzo Fabiano Della Valdonega)

I Leoni di Highbury

Passa un anno, l’Italia di Vittorio Pozzo si è appena laureata Campione del Mondo battendo 2-1 la Cecoslovacchia nella finale di Roma con un gol di Angelino Schiavio al quinto minuto del primo tempo supplementare. Grazie a questo successo, ci meritiamo l’onore di andare a giocare a Londra nella tana dei Maestri; tuttavia non è ancora abbastanza per calcare l’erba imperiale di Wembley.

Si gioca infatti ad Highbury, la casa dell’Arsenal costruita nel 1913. A torto o a ragione, si ritengono i migliori, gli inglesi. Non partecipano ai mondiali e scendono in campo solo in occasioni di partite amichevoli dal grande prestigio, che essi stessi organizzano estendendo gli inviti a quelle squadre che ritengono degne del confronto.

Per gli azzurri è l’occasione di mostrare tutto il proprio valore onorando il titolo appena conquistato. Londra è avvolta in una fredda umidità quando le squadre scendono in campo. La scelta della data non è casuale: la bruma rende il terreno pesante e scivoloso, quindi nettamente favorevole al gioco maschio dei prestanti padroni di casa.

La squadra italiana è alla prima uscita dopo il mondiale e schiera nove undicesimi degli uomini scesi in campo nella finale di sei mesi prima. Il portiere Ceresoli (che ha saltato il mondiale per un infortunio subito alla vigilia del torneo) e Serantoni sostituiscono rispettivamente Combi e Schiavio, che nel frattempo hanno abbandonato il calcio giocato.

Si parte e non potrebbe esserci peggior inizio per gli italiani: dopo solo un minuto viene concesso un penalty ai Leoni, che tuttavia Ceresoli riesce a parare all’attaccante dell’Arsenal Ted Drake. Passano due minuti e Luisito Monti, in un tremendo scontro con lo stesso Drake, si procura la frattura del piede sinistro.

A quei tempi non esistevano le sostituzioni: giochiamo in dieci con Monti che rimane stoicamente in campo per onor di firma. I primi dodici minuti sono da incubo: all’ottavo Brook porta in vantaggio gli inglesi con un colpo di testa, e due minuti dopo firma la sua personale doppietta realizzando un calcio di punizione dai venti metri.

Al dodicesimo minuto di gioco c’è gloria anche per Ted Drake, che si fa perdonare il rigore sbagliato e porta il punteggio sul 3-0 per gli Albions. Il match è a senso unico, e appare ormai segnato. L’Italia è sotto shock e con un uomo in meno stenta a reagire. Andiamo al riposo con la testa bassa e tre pacche sul groppone.

Negli spogliatoi, gli azzurri riordinano le idee e il capitano Ferraris li sprona ad una reazione d’orgoglio ammonendoli che è giunto il momento di tirare fuori gli attributi: “Chi desiste dalla lotta – urla – è ‘n gran fijo de ‘na mignotta!!”.

Nella ripresa la squadra italiana appare trasformata: decisa a ribaltare il pesante passivo, lotta strenuamente su ogni pallone per conquistare campo e va all’attacco. Gli inglesi abbassano il proprio baricentro e sono costretti sulla difensiva. Gli azzurri si riorganizzano e rialzano la testa: Ferraris si sposta al centro, Serantoni retrocede a mediano destro a marcare l’ala sinistra avversaria.

L’Italia ha un fuoriclasse: Peppino Meazza. Ad Highbury si fa carico con grande personalità del ruolo di leader e trascina la squadra: al minuto 58’ segna su invito di Orsi e quattro minuti dopo schiaccia di testa in rete una punizione di Ferraris. Nessuno avrebbe potuto nemmeno ipotizzarlo, ma la partita è riaperta. Nonostante siano in inferiorità numerica, gli uomini di Pozzo fanno ora paura. Il gioco si fa duro, anche troppo, volano colpi proibiti.

Ormai è una corrida dove i nostri non si tirano certo indietro, anzi. Potrebbe scapparci addirittura il miracoloso pareggio all’ultimo minuto, quando Meazza sfiora la tripletta centrando in pieno la traversa a portiere ormai battuto. Finisce 3-2 per gli inglesi, ma la squadra italiana è la vincitrice morale: ha offerto una prestazione di grande carattere ed esce dalla battaglia meritandosi gli onori delle armi e il rispetto dell’esigente pubblico londinese.

Lo Sport Fascista scrive: “Li abbiamo battuti moralmente a casa loro, nel cuore, e siamo stati più che alla pari per tecnica di gioco”. I bianchi hanno l’effige dei Tre Leoni sulla maglia. Ma quel giorno i veri leoni sono gli azzurri, che entreranno, seppur con una sconfitta, nella leggenda del calcio passando alla storia come I Leoni di Highbury.

14-11-1934, Londra, Arsenal Stadium, Highbury

INGHILTERRA-ITALIA 3-2

Reti: 3’ e 10’ Brook, 12’ Drake, 58’ e 62’ Meazza.

Inghilterra: Moss, Male, Hapgood, Britton, Barker, Copping, Matthews, Bowden, Drake, Bastia Brook. Ct: Cooch.

Italia: Ceresoli, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini, Guaita, Serantoni, Meazza, Ferrari, Orsi. Ct: Pozzo.

Arbitro: Olsson (Svezia)

MVP: Giuseppe Meazza

Nato a Milano il 23 Agosto del 1910, è ritenuto il miglior giocatore italiano di tutti i tempi, e uno dei più grandi a livello mondiale. Il suo calcio è fatto di accelerazioni, dribbling, giocate illuminanti. Celebre è la punizione a “foglia morta” con cui scavalca le barriere e beffa i portieri avversari. Scoperto giovanissimo da Fulvio Bernardini, a diciassette anni debutta con la prima squadra dell’Inter allenata da Arpad Weizs.

Proprio in quell’occasione gli viene dato il soprannome di “Balilla”: quando l’allenatore ungherese legge nello spogliatoio la formazione, annunciando la presenza in squadra di Meazza fin dal primo minuto, un anziano giocatore dell’Inter, Leopoldo Conti, alza la voce con tono sarcastico: “Adesso andiamo a prendere i giocatori perfino all’asilo! Facciamo giocare anche i balilla!”.

Si dovrà ricredere presto il buon Leopoldo: a nemmeno vent’anni Meazza vince il suo primo scudetto aggiudicandosi la classifica cannonieri. Ne vince altri due con la casacca dell’Ambrosiana.

Nel 1940 passa al Milan, dopo aver recuperato da un infortunio che lo ha tenuto lontano dai terreni di gioco per oltre un anno: il famigerato “piede gelato”, un’occlusione dei vasi sanguigni al piede sinistro. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus.

Concluderà la sua carriera nel 1948, a 38 anni, indossando la maglia della sua amata Inter. Esordisce in maglia azzurra il 9 febbraio 1930 in Italia-Svizzera 4-2 dove segna subito due reti. Tre mesi più tardi, l’11 maggio dello stesso anno, alla sua quarta presenza in maglia azzurra, Meazza pone la sua firma in campo internazionale, in una delle giornate più gloriose del calcio italiano.

Tre prodezze del Balilla spianano la strada alla nazionale guidata da Vittorio Pozzo, verso il primo grande trionfo della sua giovane storia. L’Italia supera l’Ungheria a Budapest con un incredibile 5-0, in quella che, di fatto, sarebbe la finale della prima Coppa Internazionale. Il nome del diciannovenne fuoriclasse di Porta Vittoria irrompe nel novero delle grandi stelle del calcio continentale.

Grazie a quella partita, Meazza diventa l’eroe di tutti gli sportivi italiani. La sua carriera in azzurro è folgorante: guida l’Italia alla conquista del suo primo campionato del mondo, nell’edizione casalinga del 1934 realizzando quattro reti, di cui due nel preliminare contro la Grecia, una agli Stati Uniti negli ottavi di finale, e quella fondamentale nella ripetizione dei quarti di finale contro la Spagna.

Quattro anni dopo è il capitano della nazionale alla coppa del mondo in Francia: la conduce al secondo titolo mondiale consecutivo. Il 16 giugno a Marsiglia nella semifinale contro il Brasile mette a segno il gol numero 33, un gol decisivo, l’ultimo della sua carriera in nazionale (passato alla storia poiché a causa della rottura dell’elastico dei pantaloncini tira un calcio di rigore tenendoli con una mano). In seguito giocherà altre 7 partite in maglia azzurra senza però andare in gol.

Partito come punta, si trasforma in interno. La sua classe è così cristallina che può ricoprire qualsiasi ruolo. In azzurro totalizza 53 presenze marcando 33 reti (record battuto solo da Gigi Riva il 29 settembre del 1973 in un incontro contro la Svezia)

“Vivere” cantava Tito Schipa, la voce degli anni trenta: sembra scritta per Peppino Meazza, che fuori dal campo è un vero viveur e un gran tombeur de femmes, con quell’acconciatura imbrillantinata da Rodolfo Valentino che infiamma i cuori del gentil sesso. Ogni tanto succede che fa rientro a casa all’alba della domenica, dorme un paio d’ore, per poi presentarsi regolarmente in campo e segnare due o tre reti.

Ad uno così, anche un moralista di ferro come Vittorio Pozzo non può che perdonare tutto. Così lo dipinge Gianni Brera: “Grandi giocatori esistevano al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario”.

Messe le scarpe al chiodo, si è dedicato senza grandi fortune alla carriera di allenatore. Va meglio come allenatore dei giovani, visto che è proprio lui a scoprire il talento di Sandro Mazzola. La storia di Peppino Meazza si chiude a Rapallo il 21 agosto del 1979. Lo stadio di San Siro è a lui intitolato.


Il brano è tratto dal libro “Il Cameriere di Wembley” di Lorenzo Fabiano Della Valdonega, pubblicato nel 2015 da “Edizioni InContropiede”. L’opera racconta le numerose sfide che, nel corso della storia, hanno visto protagoniste le rappresentative nazionali di Italia e Inghilterra. Potete seguire Lorenzo anche nel suo blog, “Lorenzo Fabiano – Appunti di viaggio”.

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