L’ultimo doppio passo di Law Adam (con Carlo Perigli)

“Un altro, ne vogliamo vedere un altro!”. Il pubblico di Surabaja si agita e grida, invoca un altro colpo del suo idolo, vuole nuovamente strofinarsi gli occhi di fronte a quella maledetta diavoleria.

In campo, in quelle che di lì a poco smetteranno di chiamarsi Indie Orientali Olandesi, per prendere il nome di Indonesia, il 15 maggio del 1941 c’è solo un’amichevole tra Thor e Anasher, due squadre locali, ma il pubblico giunto per vedere la partita è quello delle grandi occasioni.

Ma non c’è da stupirsi, d’altronde il calcio rappresenta uno svago importante in tempi che iniziano a farsi complicati. Dicono che la guerra, che già da qualche anno sta devastando l’Europa, si stia per estendere anche nel Pacifico.

Quel che ancora non sanno però, è che la loro città diventerà il luogo chiave della lotta per l’indipendenza indonesiana. “Kota Pahlawan – la città degli eroi“ – questo il soprannome che potrà sfoggiare quando il colonialismo verrà sconfitto.

Ma quel che dovrà succedere succederà, ora l’attenzione del pubblico è tutta concentrata su quell’uomo, così uguale e così diverso da tutti gli altri, l’unico nato da quelle parti ad aver toccato con mano il paradiso del calcio professionistico.

Tornando a casa Lawrence “Law” Adam aveva completato il suo lungo cammino, iniziato tredici anni prima dalla vicina città di Probolinggo. Un viaggio iniziato appena diciannovenne, vittima del fascino di quello sport che proprio in quel periodo si apprestava a conquistare i cuori delle popolazioni europee.

Dall’Olanda alla Svizzera, dai successi con il Grasshopper di Zurigo all’esordio con la nazionale elvetica prima e con quella olandese poi, il ragazzo venuto da lontano aveva saputo ammaliare i popoli del Vecchio Continente con un autentico gioco di prestigio.

Il pubblico impazziva quando questo giovane fingeva di spostare il pallone, con la sfera che diventava il centro di un cerchio immaginario prima di essere toccata dall’altro piede.

Gli italiani lo chiameranno “doppio passo“, e proprio dal Bel Paese la finta verrà portata sul grande palcoscenico grazie ad Amedeo Biavati, ala destra del Bologna e della Nazionale italiana nel periodo immediatamente antecedente alla seconda guerra mondiale.

Lo spettacolo però, era durato troppo poco, poiché a soli 24 anni Law Adam era stato costretto a ritirarsi a causa di alcuni problemi cardiaci. Niente più sforzi, niente più calcio, niente più doppi passi e folle in visibilio.

Ma ora la gente ne ha bisogno. Di fronte a un futuro sempre più incerto e alle sofferenze che diventeranno sempre più gravose, cosa vuoi che costi un doppio passo? Il suo è malato, si, ma i loro cuori hanno bisogno di lui, di vedere ancora una volta quelle gambe che sferzano l’aria e disorientano l’avversario. Limiterà gli sforzi, starà attento a non correre pericoli.

È l’unico compromesso raggiungibile tra la salvaguardia della sua salute e la voglia di regalare un’altra giocata. In campo però, quel pomeriggio, i doppi passi vengono sparsi con la solita generosità, lo stesso altruismo con cui realizza due gol e consegna tre assist per i compagni.

Può bastare così, ci si può fermare e chiedere il cambio, tra l’ovazione del pubblico e gli applausi di compagni e avversari. Qualcosa però non va, quella mano posta sul cuore, quasi a volerne contenere l’impeto, non convince l’arbitro Lambeck. “Niente di serio – lo rassicura  Adam – ma il cuore mi sta facendo qualche scherzetto. Abbiamo un bel vantaggio, quindi andrò a cambiarmi”.

Un altro sorriso, l’ennesimo saluto al pubblico che calorosamente lo accompagna fino agli spogliatoi. La partita prosegue, pochi minuti prima che il triplice fischio dell’arbitro chiuda una bella giornata di sport.

Ma l’allegria e la spensieratezza lasciano presto spazio alla disperazione non appena le squadre rientrano negli spogliatoi.

Adam è steso sul lettino, immobile, con il viso avvolto da quel manto cianotico che sa di estrema sentenza. I dottori intervengono subito, i massaggi cardiaci si susseguono alternandosi con le iniezioni, nel disperato tentativo di strapparlo alla morte. Niente, non c’è niente da fare.

Non era uno “scherzetto”, erano le ultime avvisaglie di un cuore che non ce la faceva più, che non riusciva più a sostenere la gioia che quei rapidi movimenti delle gambe donavano al pubblico. È quello l’ultimo regalo, a tutti i giocatori ai quali il Dio del calcio ha donato tecnica e fantasia.

Ogni volta che il pallone viene solamente sfiorato da un piede, una volta sola o a ripetizione, in maniera lenta o a velocità innaturale, il pubblico gode e si esalta.

Le folle applaudono il gesto circense e le sue continue evoluzioni, figlie di un viaggio, di quando in Europa giunse un ragazzo poco più che ventenne, si innamorò di questo splendido gioco e decise di fargli un regalo che avrebbe portato con sé per tutta la vita.


Storia pubblicata anche su “Storie del Boskov”, collettivo di blogger con cui collaboro da qualche tempo, e scritta a quattro mani con il bravissimo Carlo Perigli.