L’ultimo tè di Jimmy Main

Era stata una partita davvero sfortunata, quella che l’Hibernian aveva giocato il giorno di Natale del 1909 al nuovissimo Firhill Park di Glasgow: ospiti del Partick Thistle, gli Hibs, nonostante il gol del vantaggio firmato da John Sharp, si erano dovuti piegare di fronte al veemente ritorno dei padroni di casa, capaci di imporsi per 3-1 in rimonta.

Non era stata una semplice partita, ma quasi una tortura. Novanta minuti spesi a correre su un campo sabbioso e ghiacciato, che rendeva ogni movimento faticoso e incerto, ogni slancio atletico non esente da rischi.

Eppure l’atmosfera non era del tutto negativa negli spogliatoi ospiti immediatamente dopo la gara. I giocatori si erano come sempre presi un bel tè ristoratore, e tra essi figurava anche il neo-capitano Jimmy Main: uscito dal terreno di gioco anzitempo per una brutta botta rimediata in un contrasto, aveva fatto preoccupare un po’ tutti, ma adesso sembrava completamente ristabilito, e come sempre salutò i compagni con la mente già proiettata al successivo impegno di campionato.

Ad appena 23 anni, Main era uno dei terzini migliori del Paese e un punto fermo del club. Qui si era scoperto calciatore, rinascendo dopo una fallimentare esperienza al Motherwell che aveva fatto pensare ad un futuro lontano dal football. Qui era diventato un idolo dei tifosi, per la sua classe innegabile e per il suo carattere umile.

Estremamente energico nei contrasti, era amato persino dagli avversari perché, nonostante il ruolo e la stazza quasi lo imponessero, non era mai scomposto né falloso nei suoi interventi. Per tenerlo con se, l’Hibernian aveva resistito alle ricche sirene inglesi, che avevano visto il Newcastle mostrare più che un interesse per Main.

Non si sarebbe mosso, perché era opinione comune che Jimmy sarebbe diventato il perno del club e il futuro capitano, indossando la fascia che adesso, per ragioni di anzianità, veniva portata da Willie Duguid. Solo che quest’ultimo si era sentito male durante il viaggio in treno, chiamandosi fuori dalla gara, e nel classico riscaldamento precedente la partita anche il suo vice, Sam Allan, aveva avvertito dolori ad un ginocchio.

Il manager Dan McMichael, a quel punto, non aveva avuto dubbi. Perché rimandare l’inevitabile? Così quella contro il Partick Thistle sarebbe stata una partita speciale per Main, la prima da capitano dell’Hibernian.

Si trattava dell’ennesimo riconoscimento al suo talento, dopo che nel marzo dello stesso anno era stato tra gli undici protagonisti di una rotonda vittoria per 5-0 ai danni dell’Irlanda, in quella che sarebbe stata la prima di una lunga serie di apparizioni con la maglia della Scozia.

Se solo il destino non si fosse messo in mezzo.

Una partita da non giocare

Una volta constatato il ghiaccio che permeava ormai quasi tutto il terreno del Firhill Park, le due squadre avevano discusso a lungo sull’eventualità di rimandare la partita. Non erano pochi i giocatori che consideravano le condizioni proibitive, ma l’ultima decisione non spettava né a loro né all’arbitro.

Decidere toccava ai manager, che si erano infine accordati: la partita si sarebbe disputata, un omaggio rispettoso ai tanti tifosi che avevano affollato le tribune, sfidando un tempo che raramente era apparso così inclemente.

Fu così che il direttore di gara diede inizio alla sfida, e nonostante l’inferiorità numerica – gli Hibs erano in dieci, viste le assenze di Duguid e Allan – gli ospiti riuscirono addirittura a passare in vantaggio, prima di subire la prevedibile rimonta dei padroni di casa.

Man mano che il gioco si faceva serrato riecheggiava sempre di più nelle orecchie di chi lo aveva sentito il discorso che Main aveva rivolto all’allenatore Dan McMichael prima della gara: “Stai rischiando la vita chiedendo a qualcuno di giocare lì fuori”.

Mentre gli attacchi del Partick si facevano più insistenti non erano pochi infatti i giocatori dell’Hibernian ad essere furiosi con il proprio tecnico: per un’amara ironia della sorte, le parole di Main si sarebbero rivelate un terribile déjà-vu.

Verso la fine del primo tempo, con le squadre nuovamente in parità numerica e ferme sul punteggio di 1-1, ecco lo scontro fatale: inseguendo un pallone, Main finì per scontrarsi violentemente con il suo avversario diretto, l’ala sinistra del Partick Frank Branscombe.

Contrasto fatale

Sarebbe stato un contrasto come tanti altri, ma visto lo slancio dei due atleti e le condizioni del terreno di gioco, fu chiaro che qualcuno avrebbe potuto farsi male. Toccò purtroppo a Jimmy Main, che da terra fu letteralmente calpestato nello stomaco da un Branscombe che aveva perso l’equilibrio.

Il gioco si interruppe, e i medici si avvicendarono intorno al difensore e capitano dell’Hibernian, portandolo poi a braccia negli spogliatoi e proibendogli categoricamente di tornare in campo. Nuovamente in inferiorità numerica, privi del loro difensore e capitano, gli Hibs erano infine stati sconfitti, trovando però il modo di sorridere quando, al rientro negli spogliatoi, avevano trovato il compagno in condizioni di salute decisamente migliori di come lo avevano visto mentre lasciava il terreno di gioco.

Conclusa la gara, come detto, aveva persino preso il tè con i compagni, ormai sollevati dalla preoccupazione che al giovane neo-capitano fosse capitato qualcosa di brutto.

“Jimmy” non solo stava bene, ma tornò persino a casa da solo, in treno, percorrendo poi a piedi il chilometro o poco più che separava la stazione dalla propria abitazione.

L’amara verità

Purtroppo, però, non era soltanto il football ad essere agli albori, nel lontano 1909, ma anche la medicina: nessuno aveva capito che i tacchetti di Branscombe avevano causato una perforazione intestinale, che ebbe i suoi primi spaventosi effetti nel corso della notte di Natale, quando il giocatore si sentì male e fu ricoverato d’urgenza nell’ospedale di Edimburgo.

Nonostante una prima operazione avesse fatto sperare per il meglio, le condizioni del giovane terzino peggiorarono rapidamente nei giorni seguenti, fino a quando il 29 dicembre del 1909 James “Jimmy” Main spirò nel cordoglio di rivali, avversari, tifosi e organi specializzati.

Al suo funerale, la natia West Calder vide una folla mai vista prima: amici, compagni, dirigenti, avversari e uomini di sport – Main era un vero talento anche nel cricket e nel golf – affollarono il paese dove Jimmy era nato per tributargli un ultimo, doveroso, saluto.

Forse percependo quello che accadeva sulla terra, il tempo si adeguò divenendo cupo e nuvoloso, mentre non pochi erano quelli che piangevano, apertamente, la tragica morte di un giovane tanto forte, tanto pieno di vita. Un’impressionante pietra in granito, alta oltre due metri, fu eretta in sua memoria ed è visibile ancora oggi.

Compagno mai dimenticato

Pochi giorni dopo, nel classico Derby di Edimburgo che si svolge a capodanno, Hibernian e Hearts scendevano in campo con il lutto al braccio, e la vittoria andava a questi ultimi: un risultato, però, a cui nessuno tra i presenti aveva dato importanza, il pensiero ancora fisso al giovane campione scomparso prematuramente.

Quando aveva capito che il suo destino era segnato, Jimmy aveva cominciato a cantare, in ospedale e in una notte più buia del solito, il canto sacro “The Broken Heart”, commuovendo i presenti fino alle lacrime.

Così se ne andava James Main, il cui futuro già scritto di autentico campione fu spazzato via da un incidente fatale.

“The Broken Heart”

Hai sentito la storia della Croce,
dove Gesù sanguinò e morì;
quando i vostri debiti furono pagati dal prezioso sangue
che scorreva dal suo fianco ferito?

Morì di un cuore spezzato per voi,
morì di un cuore spezzato
su di un albero, per voi, morì di crepacuore

Hai letto di come misero la corona di spine
sulla sua fronte per voi
Quando egli pregò ‘perdonali, oh, perdona
perché non sanno quello che fanno’?

Hai letto che guardò al cielo
e disse ‘è finita’?
Questo è per te!
Hai mai detto ‘ti ringrazio, mio Signore,
per aver dato la tua vita per me’?


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