Lungarni e vecchie viole

Devo riavvolgere il nastro, lo faccio ogni gennaio. Mio zio Egisto era un omone grande e grosso classe 1935 che abitava in Via Alessandro Manzoni in un appartamento di quei caseggiati austeri intonacati fra il grigio e il bianco che defluiscono nello slargo neoclassico di Piazza Beccaria.

Nel 1989 lavorava alla Sita (Società Italiana Trasporti Automobilistici) ma ormai cominciava a bramare alla meritata pensione dopo una vita passata sui mezzi pubblici. Ogni domenica, o quasi, che la Fiorentina giocava al Comunale mi veniva a prendere alla Stazione di Santa Maria Novella intorno alle 12 dopo essermi fatto un deprimente viaggio ferroviario Siena-Firenze la cui tratta era, e credo lo sia ancora, rimasta invariata, finanche nei vagoni, dai tempi del Granduca Leopoldo.

Questa città è scriteriata mi diceva (mentre con la sua Fiat Ritmo verde bottiglia ci infilavamo nel traffico dei lungarni) dovrebbe avere l’onore di essere ferma da secoli e invece ogni giorno un nuovo senso unico, una nuova direttiva, un nuovo divieto, bah, non ci si capisce più nulla.

In attesa della partita aveva l’abitudine di parcheggiare in Costa San Giorgio e da lì prendevamo la rampa che sta dietro Ponte Vecchio e salivamo su fino al giardino Bardini. Un trucco che sapevano solo gli autisti, i tassisti, o chi semplicemente abitava in zona, che in pratica ti permetteva di lasciare la macchina in pieno centro storico. Mangiavamo il solito panino con il lampredotto al solito chiosco e a me garantiva mezzo bicchiere di vino con la premura di non dir niente ai miei quando tornavo a casa altrimenti “la tu mamma (sua sorella) ci cigna a me e a te”.

E poi via verso Viale dei Mille, intasatissimo, perché a quei tempi lo spezzatino si poteva trovare solo in tavola e tutte le partite cominciavano di rito alle 14,30 cascasse il mondo. Facevamo (anzi faceva) i biglietti per il settore Maratona allo storico Bar Marisa e un giorno di primavera allo stadio c’era Beppe Virgili, una colonna della squadra che nel 1957 fu la prima italiana ad arrivare in finale della Coppa dei Campioni.

Per un ragazzino adolescente sentir parlare di trent’anni addietro è un era geologica, solo dopo, invecchiando, ti accorgi dell’inesorabile elasticità dello spazio temporale in cui i ricordi sembrano sempre ieri come le madeleine di Proust. Quando ci sedemmo sui gradoni, muniti dell’indispensabile impermeabile giallo da bancarella, mio zio svitò una mignon e buttò giù un sorso di liquore. Gli altoparlanti elargirono l’inno del periodo, “Alé Fiorentina”, voluto dalla gestione Pontello, che annunciava i giocatori al momento di entrare sul campo e tutto sommato a me piaceva di più di quello troppo marziale di Narciso Parigi, soprattutto quando passava la strofa “sotto i nostri giubbotti lo sai, batte un cuore viola!”.

“È stata importante quella finale, hai letto qualcosa?” Timidamente abbozzai a “qualcosa, si”, ma lui subito capì che pendevo dalle sue labbra similmente a una Pietraforte di Palazzo Pitti, e allora per un po’, le serpentine di Baggio, gli slanci di Borgonovo, i contrasti di Dunga e il cielo diafano della Firenze di maggio, si dispersero sfocati dal racconto.

Sai, Beppe Virgili lo chiamavano Pecos Bill, era il titolo di un fumetto, il soprannome glielo dette quel giornalista, quello con la barba che ogni tanto si vede in televisione, quello che fuma la pipa, Gianni Brera. Il padre di Virgili faceva il brigadiere dei carabinieri e morì quando lui aveva solo 14 anni, penso che quell’episodio abbia favorito la sua indole di lottatore, a noi ragazzi sulle tribune ci dava una carica incredibile.

Intanto Baggio mette a sedere mezza difesa del Como e porta in vantaggio la Fiorentina: “Dio questo è Giotto, la lanterna della Cupola, vedrai ce lo porteranno via”, pensai, mentre mio zio, dopo l’applauso convinto al codino di Caldogno, proseguiva.

Insomma, il Dottor Fulvio Bernardini era l’allenatore e dopo lo Scudetto andammo dritti in finale della Coppa e non meritavamo di perdere. Quella squadra a pronunciarla assomiglia a una preghiera: Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Segato… senti? fa anche rima. Ah, c’era la migliore ala destra mai vista qui, il brasiliano Julio Botelho detto Julinho e accanto un argentino dal tiro fulminante, Miguel Montuori. Erano una famiglia, si frequentavano, uscivano insieme, giocavano a carte, e una domenica proprio durante una coinvolgente “briscolata” di quelle dove in fondo conti e riconti il tuo mazzo, il massaggiatore Farabullini dovette andare di corsa a dirgli di spogliarsi che c’era l’arbitro per la “chiama”.

Peccato che toccò giocare a Madrid, da loro. Quel 30 maggio 1957 si consumò un ingiustizia dentro un Bernabeu stracolmo. Io ascoltai la partita alla radio in un bar vicino a Piazza della Repubblica, il cronista era Nicolò Carosio e elogiò tutta la squadra ma il trofeo lo alzarono gli altri perché la Fiorentina perse 2-0. A 20 minuti dalla fine l’arbitro, mi pare un olandese, concesse un rigore al Real nonostante il fallo di Magnini su Mateos, a detta di tutti i presenti, fosse stato commesso nettamente fuori area. Di Stefano non fallì e poco dopo arrivò il raddoppio di Munoz.

Baggio concesse la sua personale doppietta e la zona Uefa appariva davvero a portata di mano. Certo peccato per quella Fiorentina, per quella finale, ma per me era già tempo di tornare verso la stazione. “Oh, non gli dì nulla del vino alla tu mamma eh…” “No sto zitto zio, stai tranquillo.”

Una delle ultime volte che vedemmo una partita insieme fu nell’anno di Trapattoni allenatore dove se non fosse stato per un maldestro infortunio a Batistuta chissà come sarebbe andata a finire. Piovigginava, io avevo già la patente e lui si faceva trovare puntualissimo a Porta Romana. Scendendo i tornanti verso Piazzale Michelangelo guardò fuori dal finestrino.

Vedi, si potrà dire povera Fiorentina che ha perso lo Scudetto, ma mica si potrà dire povera Firenze. E poi dai non conviene arrabbiarsi per il pallone, nemmeno per la politica, io me la sono presa solo con quella maledetta alluvione, una settimana al freddo e una città intera in ginocchio nel fango. Guarda, guarda San Miniato, lassù, tra l’argento degli ulivi e l’oro della basilica, lassù dove ogni preoccupazione è sopita e ogni furia si placa in un pugno di balle messe sul marmo.

Tutte anime delicate, tutti compendi di bontà, tutte coscienze dritte, che dici fanno bene a scrivere epitaffi così, no? Chi osa contestare un defunto sotto la sua lapide? Ecco questo è uno Scudetto, anzi una Coppa dei Campioni alla mia portata. Fate così: spendete anche voi due bugie quando andrò là in cima per restare.

Riposa in pace zio Egisto.

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