Mágico González, il mago che fece sparire Maradona

Nella foto qui sopra potete vedere il più grande giocatore di sempre. Gli anni sono passati, il fisico si è ovviamente appesantito, ma i piedi – si dice – sono quelli di sempre, capaci di accarezzare il pallone come nessuno al mondo né prima né dopo ha saputo fare.

L’altro nella foto, quello che gli contende la sfera, è ovviamente Diego Armando Maradona.

Nessuna confusione, è proprio così. Lo ha detto, del resto, lo stesso Diego. Il più grande giocatore di sempre, da un punto di vista squisitamente tecnico, era salvadoregno. Il suo nome? Jorge Alberto González Barillas, per tutti, semplicemente, Mágico González.

Campione oltre le vittorie

A questo punto è necessario fermarsi un attimo. Fermarsi per spiegare perché il più grande calciatore di sempre non solo non abbia mai vinto niente di significativo ma abbia militato solo in squadre dimenticate dal calcio che conta.

Al tifoso moderno, infatti, imbastardito dalla società avida e competitiva nella quale viviamo, poco tornerà questa definizione: per questo tipo di persona, infatti, le vittorie e i trofei legittimano quello che altrimenti non è definibile secondo un parametro certo.

Chi vince, in fondo, ha sempre ragione? Un modo senz’altro riduttivo di vedere non solo il calcio, ma forse anche la vita nelle sue sfumature, un modo che comunque i grandi poeti, i grandi artisti, hanno sempre rifiutato.

Perché un talento può essere enorme anche se sprecato, o per meglio dire riservato a pochi eletti. Chi è stato più campione tra Guivarc’h e Gascoigne? E tra Karembeu e Riquelme?

Naturale che in Sud America, dove per fortuna alcune cose vanno ancora ad una velocità del tutto diversa dall’Europa, Mágico González sia un’istituzione.

Fenomeno nato in El Salvador

Jorge Alberto González Barillas nasce a San Salvador il 13 Marzo del 1958, ultimo di otto fratelli di una delle tante famiglie povere di quella parte del mondo.

Nel 1968 Jorge ha dieci anni, già una grande passione per il fútbol e segue le Olimpiadi di Città del Messico, dove si svolge il torneo di calcio più sorprendente che l’uomo ricordi.

Lo vince l’Ungheria, che crede di poter tornare grande e la cui vittoria sarà invece solo l’ultimo fuoco di paglia di una scuola in inesorabile declino. Seconda la Bulgaria, mai sentita prima.

Terzo addirittura il Giappone, nel cui campionato giocano gli impiegati delle aziende locali, e già chiamarlo campionato è un bell’esercizio di fantasia. Il Brasile va fuori subito.

È il torneo delle sorprese, ma El Salvador – che ha una tradizione calcistica misera – è coerente con la sua storia: un punto appena e fuori subito.

Nella casa del piccolo Jorge però sono un po’ orgogliosi lo stesso, visto che nella squadra olimpica gioca Mauricio Ernesto González Barillas, detto Pachín, centrocampista proprio da quando il piccolo Jorge è nato. Nessuno pensa che Pachín abbia un fratello che anni dopo diventerà tecnicamente il più forte giocatore di sempre.

Un profeta nel deserto

Facciamo un salto in avanti di 14 anni. Siamo in Spagna, i Mondiali di calcio del 1982, quelli dell’Italia di Bearzot e Paolo Rossi. El Salvador si è qualificato a sorpresa stendendo il Messico del giovane fenomeno Hugo Sanchez.

Il gol lo ha segnato Ever Hernández, ma in pratica lo ha fatto proprio Jorge Alberto González Barillas, scartando l’intera difesa messicana e mettendo il compagno in condizione di doverla appena spingere dentro.

Ai Mondiali va come deve andare, i salvadoregni mettono in mostra tanta buona volontà e poco altro, buscano tre sconfitte – tra cui un umiliante 10-1 dall’ancora decadente Ungheria – e tornano a casa.

Spazzati via. Dimenticati, forse. Tutti tranne uno, Mágico González, che nel disastro ha giocato comunque talmente bene da aver colpito tutti gli esperti di calcio europei.

Dove gioca questa punta rapida e dall’enorme tecnica a cui è praticamente impossibile togliere il pallone? Gioca nel FAS (Club Deportivo Fútbolistas Asociados Santanecos), il più importante club di El Salvador.

Possibile? A 24 anni e con due piedi così? Possibile, e presto gli uomini-mercato delle più grandi squadre europee capiranno anche perché.

Mágico González, artista vero

Già, perché ai dirigenti di Paris Saint-Germain e Fiorentina capita di fissare un appuntamento con il ragazzo e di finire per attenderlo ore invano. La stessa cosa capita anche a quelli dell’Atlético Madrid e della Sampdoria.

Mágico González infatti non vuole saperne del calcio europeo, se ne frega dei soldi. Un vero artista, che fa quel che ama e che meglio gli riesce solo alle sue condizioni, quando gli va e come gli va.

Ne approfittano i modestissimi spagnoli del Cádiz, club di una piccola città andalusa che si affaccia sull’Oceano e che mai, invece, si è affacciata al grande calcio.

Lo farà potendo contare sul più grande giocatore di sempre, perché Mágico González decide che quel piccolo club può meritare la sua arte e a sorpresa ne accetta la corte, scatenando l’ovvio delirio nella piccola comunità di tifosi.

Perché proprio il Cádiz? Se lo chiederanno in tanti, ma la risposta appare molto semplice. Qui il mago potrà avere il palcoscenico tutto per se, oltre al particolare non da poco che potrà fare, in virtù della sua classe, quello che vuole dentro e fuori dal campo. Perché solo così lui ama giocare, e vivere.

Si parla della seconda serie spagnola, ma è subito una favola: Mágico González si presenta a modo suo, gol all’esordio e 15 in 33 gare totali, quanto serve per portare la piccola città andalusa tra le grandi potenze calcistiche del Paese.

Trascinatore e leader

Scordatevi il classico campione dai piedi fatati ma indolente e svogliato. Mágico González in campo è una furia: corre su ogni pallone, lotta, pressa, chiama il pallone in continuazione.

Freme per ricongiungersi con la sfera, e quando ne entra in possesso sembra non volersene staccare più. Quello tra lui e il pallone è un amore ricambiato, reciproco.

Il suo è un gioco fatto di continue finte e controfinte, di “rabone”, veroniche, colpi di tacco e doppi passi.

Non esiste che non tenti il numero ogni volta che può, e non esiste che lo sbagli: segna e fa segnare, perché quando alla fine ti passa la palla puoi stare certo che te la metterà in un modo tale che tu non possa fare danni. Fenomenale.

I tifosi del Cádiz si stropicciano gli occhi, ma sanno bene perché un campione del genere gioca da loro: González infatti ama bere, ballare e fare tardi la sera, e ha il sonno così pesante che agli allenamenti è praticamente impossibile vederlo.

Tutto e il suo contrario

In città si dice che un incaricato del club abbia lo specifico compito di tirarlo giù dal letto ogni mattina. Si dice anche che il poveretto, disperato, una volta addirittura fermi la banda del paese che sta suonando per le strade e la porti in camera del Mágico, che a quel punto finalmente decide di destarsi. Ma solo perché è bella musica, puntualizza.

“La sensibilità che Dio ha dato all’uomo nelle mani, a Jorge l’ha data nei piedi. Era un genio del calcio.”

(David Vidal, uno dei suoi allenatori)

In massima serie il Cádiz, pur con il Mágico, è davvero troppo debole per salvarsi e retrocede. Eppure González riesce a segnare un gol straordinario contro il Barcelona.

Ricevuta palla poco fuori area, si guarda un attimo dietro e vede che i blaugrana sono sbilanciati. Tra lui e la porta una novantina di metri, appena cinque avversari: roba da ragazzi.

Li mette a sedere tutti, uno dopo l’altro, e quando il portiere Artola gli si fa incontro lo supera con un tiro secco e preciso.

Nel 2011 questa rete sarà votata come la più bella della storia della Liga con il 61% delle preferenze. Con buona pace dei vari Raùl, Butragueno, Maradona, Zidane, Ronaldo, Rivaldo, Cristiano Ronaldo e Messi.

In tournée con il Barcelona…e con Maradona.

Così, quando arriva l’estate, il Barcelona si ricorda di chi lo ha umiliato e decide di acquistarlo, nonostante le riserve sul carattere. Se lo porta in tournée in America, e gli yankee finiscono per ignorare persino Maradona, rapiti dalla classe, la genialità e la fantasia di quell’assoluto fenomeno.

Gioca talmente bene che…no, il trasferimento salta. Un giorno suona l’allarme anti-incendio dell’hotel dove alloggiano i giocatori, che escono tutti dall’edificio tranne che uno.

Proprio lui, il Mágico González , che viene beccato in camera con una bella bionda. Pensare che lo abbia fatto apposta per non lasciare l’Andalusia sarebbe assurdo, ma conoscendo il tipo non si può che giungere alla conclusione che è proprio così che è andata.

Allergico agli allenamenti e alle regole

González non vuol fare la vita del professionista, e sa che a Barcelona vi sarebbe costretto. Dunque ancora Cádiz, anzi no: il nuovo allenatore pretende che si alleni come tutti, così saluta e va al Valladolid, ma anche lì hanno questa assurda pretesa.

Tornerà al Cádiz, ma solo dopo aver firmato un contratto a gettone: 700 dollari se giochi, niente in caso contrario.

Dopo un anno a girovagare per il Sudamerica, si ricorda dell’accordo e si presenta al club, che non fa storie: come fai con un giocatore così?

Mágico González trova finalmente un allenatore che lo capisce – cioè gli fa fare quel che vuole – nell’uruguaiano Víctor Espárrago, vive a modo suo ancora quattro stagioni.

Sovrano di una città che lo ama, che si reca allo stadio “Ramón de Carranza” solo per vedere i suoi numeri, il più famoso dei quali rimane quello della culebra macheteada, in cui invita l’avversario a farsi sotto per poi schivarlo, come un matador fa con il toro, tra gli applausi di approvazione del pubblico.

Lascia l’Andalusia nel 1991, a 33 anni.

Quando se ne va il Cádiz retrocede e non tornerà mai più così in alto. Non è certo un caso.

Addio Europa

Mentre sta per tornare in patria viene fermato da un dirigente dell’Atalanta, che gli chiede se sia interessato a venire in Italia. “Ma ci si deve allenare?” “Si.”

E allora che lo chiedete a fare?

Mágico González torna in El Salvador, riprende la maglia del FAS e gioca ancora per nove stagioni, dettando legge in uno dei campionati più poveri e dimenticati del mondo.

Si ritira ultra-quarantenne, si mette, a fare il tassista, o almeno così dice la leggenda. Ché i soldi fanno comodo a chi non ha mai sfruttato il suo talento per farli quando poteva.

Se ne sta ancora lì, a San Salvador, lasciando la sua modesta casa solo quando c’è qualche celebrazione in suo onore.

Elogio all’indolenza

Il calciatore più forte del mondo, l’elogio all’indolenza. Al non desiderare altro che divertimento per se e per gli altri: compagni, avversari, amici, tifosi.

Il mago che a suon di finte fece sparire anche Maradona. Gli hanno dedicato lo stadio nazionale: ci mancherebbe altro.

“Riconosco che non sono un santo, che mi piace la notte e che la voglia di far baldoria non me la toglie neanche mia madre.

So che sono un irresponsabile e un cattivo professionista, e può essere che stia sprecando l’opportunità più grande della mia vita.

Lo so, ma ho una pazzia in testa: non mi piace approcciarmi al calcio come ad un lavoro.

Se lo facessi non sarei me stesso. Gioco solamente per divertirmi.”

Così parlò Jorge Alberto González Barillas, per la storia del calcio e per la sua leggenda, semplicemente, Mágico González.


SITOGRAFIA:

  • Casado, Edu (13/03/2009) Qué fue de… ‘Mágico’ González, 20 Minutos
  • Alcibar, Fernando (30/10/2009) Il mago pigro, Lacrime di Borghetti
  • Moccetti, Giacomo (09/11/2012) La storia del Magico Gonzalez, «tecnicamente meglio di Maradona», Contropiede/Il Giornale
  • Abate Faria (27/04/2013) Il più grande calciatore dopo Maradona: Magico Gonzales, Il Contagio

BIBLIOGRAFIA:

  • Marsullo, Marco (2016) Il tassista di Maradona, Rizzoli