Milutin Ivković, l’eroe serbo che diede un calcio al Nazismo

6 maggio del 1943. Quando scese in campo per l’ultima partita, per far contenti gli amici, non poteva sapere che la fine era dietro l’angolo: appena due settimane dopo quell’ultima gara, Milutin Ivković sarebbe morto fucilato dai nazisti che avevano invaso il suo Paese, lasciando dietro di se una leggenda.

Era stato tra quei calciatori che avevano partecipato alla prima edizione della Coppa del Mondo, era uno dei migliori difensori d’Europa dell’epoca ed era – prima di tutto – un vero serbo, un patriota.

Milutin Ivković era nato il 3 marzo del 1906 a Belgrado. Sua madre Milica era la nipote di Radomir Putnik, militare e ‘voivoda’ serbo che proprio pochi anni prima era diventato ministro della guerra in seguito all’ascesa di Pietro Karagjeorgjevic, re in esilio ritornato dopo la caduta degli Obrenovic.

Ma per quanto fosse patriottico, Milutinac aveva altro per la testa: il football, arrivato in Serbia un decennio prima della sua nascita per opera dell’ebreo Hugo Buli, che se ne era appassionato durante i suoi studi in Germania.

Valenti sportivi, allora come oggi i serbi – che nel 1918 erano entrati a far parte del Regno di Jugoslavia – erano soprattutto molto fantasiosi e portati nel ricercare la tecnica sopra ogni altra cosa: Ivković in questo senso non faceva eccezione, ma per il fisico possente (188 cm di altezza) e per l’acutezza tattica trovò quasi subito posto stabile in difesa.

Nel 1922, appena sedicenne, era già una colonna del SK Jugoslavija, il club che avrebbe posto le basi alla squadra che oggi conosciamo come Stella Rossa di Belgrado. Non solo forza e tecnica: Ivković si distingueva soprattutto per l’intelligenza che mostrava in ogni occasione, che oltre a dargli soddisfazione sul campo di gioco lo avrebbe portato a diventare uno stimato dottore.

Un altro punto di forza era il carattere, orgoglioso e autoritario, che gli permise ad appena 19 anni di esordire anche nella Nazionale, di cui diventò da subito uno dei punti fermi grazie ad uno stile di gioco rude ma corretto ed efficace che esaltava i tifosi.

L’avventura in Uruguay

Quando la prima Coppa del Mondo fu realtà, nel 1930, Ivković aveva da poco lasciato il club dello Jugoslavija (con cui aveva conquistato due titoli nazionali) per forti discordanze tattiche e politiche con l’allenatore, e si era accasato nel più modesto BASK.

Lui e il portiere Milovan Jakšić furono gli unici due selezionati nella squadra che sarebbe partita alla volta del Sudamerica per difendere l’orgoglio del calcio europeo. In effetti gli jugoslavi furono l’unica compagine proveniente dal Vecchio Continente a distinguersi: Francia, Romania e Belgio uscirono nei gironi eliminatori, dove invece Ivković guidò da capitano i balcanici al superamento di un girone che comprendeva anche l’impresentabile Bolivia e un Brasile falcidiato dalle faide interne.

Non va sottovalutata comunque l’impresa dei serbi, giunti in Uruguay dopo un lungo viaggio in nave che ne aveva in parte minato le forze ma non certo la classe: “El Gran Milovan” Jakšić tra i pali si distinse come uno dei migliori portieri del torneo, mentre in attacco Bek, Marjanović, Vujadinović e soprattutto Tirnanić strapparono applausi e consensi unanimi.

Che Milutinac fosse il capitano non era certo un caso: nella ridda di talenti tanto sfolgoranti quanto incostanti che il calcio slavo produceva allora, Ivković era senza dubbio dotato di minor classe ma sapeva essere disciplinato, costante, un faro nel caos creativo che quella squadra metteva in  mostra quando giocava.

Sempre a testa alta

La corsa si interruppe in semifinale, quando dopo essere addirittura passati in vantaggio, gli jugoslavi si sciolsero come neve al sole finendo per soccombere per ben 6 reti a 1 ai padroni di casa e futuri campioni del mondo dell’Uruguay.

Un risultato tennistico che Ivković e compagni contestarono in quanto frutto di un calo fisico e nervoso (l’Uruguay segnò tre reti nell’ultima mezz’ora di gioco) conseguente ad un gol annullato sul 2-1 che essi giuravano fosse regolare e alla rete del 3-1 dei padroni di casa, che Peregrino Anselmo segnò dopo aver raccolto un assist giunto da un poliziotto presente a bordo campo e che l’arbitro brasiliano Rego, incredibilmente, convalidò.

La sgradevole sensazione di essere stati derubati dai padroni di casa portò gli uomini allenati da Boško Simonović a fare immediato ritorno in patria, senza disputare la finale valida per il 3° posto che, oltretutto, consideravano moralmente loro in quanto sconfitti dalla Nazionale futura campione.

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Una vita al servizio del popolo

Tornato dal Mondiale, Milutin sposò Ella, la figlia di un noto avvocato cittadino, quindi l’anno dopo mise al mondo due figlie, Gordana e Mirijana, svolgendo nel frattempo il servizio di leva negli ospedali militari senza però rinunciare al calcio.

Nel 1934 però tutto cambiò: proprio poco dopo essere diventato a tutti gli effetti dottore, Ivković vide la moglie morire di tubercolosi e, prendendo seriamente le proprie responsabilità, decise nemmeno trentenne di abbandonare il calcio.

Diventò un medico rispettato, aprì una clinica che si occupava di malattie della pelle e non giocò più in Nazionale, ma continuò a lottare attivamente per il suo Paese. Soprattutto quando nel 1941 i Nazisti invasero la Jugoslavia, smembrandola nuovamente in tanti Paesi distinti: la Serbia finì nelle mani di Milan Nedić, un fantoccio al servizio del Führer.

Cinque anni prima, nel 1936, Ivković era stato tra i principali promotori del boicottaggio del Regno di Jugoslavia ai Giochi Olimpici di Berlino, e fu quindi del tutto logico che nel nuovo regime asservito alla Germania la sua fosse una figura scomoda, da eliminare.

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L’ultima partita

Ed eccoci al 6 maggio del 1943: con una partita si celebra il 40° anniversario del BSK Belgrado, la maggior squadra dell’epoca, e Ivković viene convinto dagli amici a partecipare alla gara. Due settimane dopo, quando mancano pochi minuti alla mezzanotte del 24 maggio, viene arrestato per collaborazionismo con il fronte di liberazione nazionale.

È già accaduto diverse volte, ma stavolta è diverso, i soldati hanno ricevuto ordini ben precisi: Ivković – fondatore tra l’altro del giornale Mladost (“Gioventù”) inviso al regime e presto bandito – deve essere eliminato.

Il tutto avviene il mattino successivo, e a dare ascolto a chi assiste alla scena, Ivković muore come aveva vissuto e giocato, con orgoglio e coraggio: riesce ad avvicinare il comandante del campo, Svetozar Vujković, e a sputargli in faccia.

Le guardie sono sorprese, e quando riescono a bloccarlo il grande calciatore ha fatto in tempo anche a prendere a calci il maledetto traditore. Un vero calcio al nazismo, l’ultimo orgoglioso gesto di un eroe: poco dopo una pallottola mette fine alla sua vita.

Forse, in quel momento, riecheggiano le parole che aveva rivolto ai compagni poco prima di scendere in campo contro l’Uruguay: “Lasciateci combattere fino all’ultimo respiro, ed essere da esempio per la nostra terra“.

Milutin Ivković non è il primo nome che viene in mente, né quando si parla di calcio né quando si parla di eroi di guerra, eppure fu entrambe le cose: un calciatore come pochi se ne sono visti e un uomo coraggioso e degno di ammirazione, la cui leggenda vivrà per sempre.


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