Morte sul campo da gioco: l’ultima partita di Bob Benson

19 febbraio 1916: la Grande Guerra è scoppiata da pochi mesi ma è già in una fase estremamente cruenta. In Inghilterra il football è ormai diventato da tempo lo sport principale, ma ha dovuto piegarsi alla battaglia, spedendo i suoi migliori e giovani talenti al fronte. Inizialmente si era tentato di risparmiare ai calciatori l’orrore e la morte che li attendevano nel conflitto: meglio sarebbe stato che continuassero a fare quello che ormai era il loro lavoro, e cioè intrattenere le masse in un tentativo di rassicurare la popolazione che non solo niente sarebbe cambiato, ma che anzi i proiettili avrebbero smesso di fischiare nel giro di pochi mesi. Poi però l’opinione pubblica era insorta, trascinata da Sir Arthur Conan Doyle: l’autore di “Sherlock Holmes”, rispondendo alla lettera di un soldato al fronte che lamentava che mentre molti giovani morivano in battaglia molti altri giocavano a pallone, aveva chiesto ai calciatori di unirsi ai soldati come volontari: “Se un calciatore ha forza nelle gambe, lasciate che la usi per marciare nel campo di battaglia”.

Nasceva così il “Football Battalion”, composto da calciatori, dirigenti e tifosi che in gruppo sarebbero partiti per l’Europa per combattere e morire sul fronte occidentale. Il calcio veniva così sospeso nel giugno del 1915, lasciando spazio ad un insolito campionato di guerra composto da tornei locali noti come “Combination” e che in seguito sarebbero diventati i campionati delle Squadre Riserve che sono consuetudine ancora oggi nella patria dei maestri del football.

Il 19 febbraio del 1916, a Higbury, Londra, era in programma proprio una partita di questo campionato: i padroni di casa del Woolwich Arsenal ricevevano il Reading, ma a pochi minuti dall’inizio della gara non vi era ancora alcuna traccia del terzino destro Joe Shaw, impegnato come tutti quelli rimasti in patria a lavorare comunque (turni fino a 16 ore consecutive) per l’esercito e a considerare il football un passatempo e niente di più: proprio per questo motivo comunicò ai compagni che lui, alla gara, non avrebbe potuto prendere parte, dato che nella fabbrica di munizioni dove lavorava c’era bisogno di lui ed era logico che questo avesse la precedenza su un semplice incontro di calcio. Fu allora, cogliendo la preoccupazione che ormai serpeggiava tra i padroni di casa e che già immaginavano di dover giocare in dieci o addirittura di essere costretti a dare forfait, che dal pubblico fece la sua comparsa Bob Benson. Si era ritirato appena un anno prima, allo scoppio del conflitto, ed era quindi stato assegnato alla stessa fabbrica di munizioni dove lavorava Shaw, che si trovava proprio a pochi isolati dal campo: era il suo giorno libero, e come sempre si era recato a vedere la partita degli ex-compagni. Già, perché Benson aveva chiuso la propria eccellente carriera di calciatore proprio disimpegnandosi con la maglia del Woolwich Arsenal, giostrando da terzino destro e occasionalmente da centravanti per due stagioni e distinguendosi per la forza ed il coraggio che lo avevano accompagnato per tutta la carriera guadagnandosi il nomignolo di “Terrore dei centravanti”. Deciso a godersi ancora un ultimo match, Bob Benson si fece avanti proponendosi di sostituire sul campo il collega impegnato al lavoro: non sapeva che sarebbe stata una decisione fatale.

Nato a Whitehaven nel 1883, figlio di minatori, Benson si era avvicinato al calcio mostrandosi subito estremamente portato: abbastanza alto per gli standard dell’epoca, molto robusto, era un terzino di grande temperamento e dall’enorme personalità, un leader che si era imposto subito nel Southampton, sostituendo il leggendario Tom Robertson e dimostrandosi subito calciatore fatto e finito ad appena vent’anni: i “Saints” lo avevano prelevato dal Newcastle, dove aveva fatto in tempo a giocare appena una gara, e si erano ritrovati uno straordinario difensore, dotato di un tiro devastante e di un’incredibile capacità di lettura della gara, dote quest’ultima che gli permetteva di anticipare quasi automaticamente ogni lancio che arrivava in direzione dell’attaccante a lui assegnato. Non ci volle molto perché il ben più importante Sheffield United si accorgesse di questo talento e decidesse di acquistarlo, e questo nonostante i molti frequenti infortuni che gli capitavano per via del suo modo di giocare estremamente aggressivo e di una personalità talmente spiccata da portarlo a volte ad alcuni eccessi evitabili: desideroso di distinguersi da tutti gli altri e fiero di un tiro che era considerato da molti il più potente di tutto il Paese, Benson aveva deciso di calciare i rigori per la sua squadra in un’epoca in cui questi venivano solitamente assegnati agli attaccanti e di farlo in un modo mai visto prima e che ebbe del resto vita breve. Partendo dalla sua area di rigore, il terzino percorreva l’intera superficie di gioco di gran carriera per poi impattare con il pallone sul dischetto con tutta la sua potenza, scoccando una legnata tremenda che però spesso mancava di precisione e di freddezza: non riuscì mai a segnare un goal in questo modo bizzarro.

Woolwich-Arsenal-1913

I risultati furono ottimi: con la maglia dei Blades Benson giocò per ben otto stagioni, dal 1905 al 1913, distinguendosi per la sua ferocia difensiva e percorrendo con calma olimpica la distanza dalla propria area al dischetto del rigore – invece che di corsa com’era solito fare – e calciando poi con estrema freddezza e grande potenza il pallone in rete. Ben 20 reti (in 283 incontri) arrivarono grazie ai suoi proverbiali tiri dagli undici metri, divenuti infallibili, e le sue qualità gli valsero anche una presenza in Nazionale alla soglia dei trent’anni, quando decise di andare a chiudere la carriera nel Woolwich Arsenal. Anche qui si sarebbe distinto come un grande leader, entrando negli annali per aver “quasi ammazzato” l’arbitro durante una gara contro il West Ham, quando il direttore di gara venne colpito in pieno volto da un pallone calciato con violenza da Benson nel tentativo di rilanciare l’azione dalla difesa. Tanta era la sua esperienza, tanto il timore che incuteva, che sovente i “Gunners” finivano per spostarlo nel ruolo di centravanti, trovando gol e presenza fisica nell’area avversaria: Benson si guadagnò la stima di tutti, distinguendosi per due stagioni, fino appunto allo scoppio della guerra, quando si ritirò a 32 anni compiuti.

Il 19 febbraio del 1916, preso dalla passione per il gioco, ecco che Benson si offrì di sostituire l’ex-compagno Shaw nella gara di “Combination” contro il Reading: non si allenava da oltre un anno, è vero, ma era pur sempre un uomo di 33 anni (compiuti da una decina di giorni) che era stato una leggenda dei campi da gioco, sicuramente adeguato per giocare una partita di non grande importanza. Lo pensava lui, lo pensarono i compagni che lo riaccolsero e lo pensò sicuramente anche il pubblico, che però ben presto da piacevolmente sorpreso di rivederlo in campo cominciò a mostrarsi preoccupato: Benson infatti arrancava per il campo man mano che i minuti passavano, sempre più in difficoltà, e poco dopo il 60° minuto di gioco fu costretto ad uscire accusando un malore e alcuni problemi alla vista. Fu portato negli spogliatoi dal tecnico George Hardy, che lo conosceva bene e con cui aveva condiviso gli ultimi anni sul campo da gioco: mentre la gara continuava il pensiero di tutti andava proprio al povero Benson, cianotico e che non sembrava riuscire a riprendersi dall’improvviso affanno che lo aveva colto. Improvvisamente, dopo un sussulto, il grande terzino destro spirò tra le braccia di Hardy, che uscì dagli spogliatoi in lacrime annunciando a tutti la tremenda sciagura: in seguito si scoprì che un difetto congenito e lo sforzo avevano portato alla rottura di un vaso sanguigno, portando il campione a una morte prematura. Enorme fu la commozione tra i tifosi dell’Arsenal e i vari ex-compagni di squadra e avversari, che organizzarono in sua memoria una partita pochi mesi dopo e i cui proventi andarono alla vedova disperata. Come da lui richiesto nei momenti precedenti la morte fu sepolto con indosso la maglia dell’Arsenal, il club per il quale non si era mai tirato indietro e con cui aveva giocato la sua ultima partita, entrando definitivamente nella leggenda del calcio inglese.