Uruguay, 1933, Nacional contro Peñarol: la partita più lunga di sempre

Uno dei pezzi di storia più importanti del calcio sudamericano fu scritto in Uruguay nel 1934. Proprio mentre dall’altra parte dell’oceano l’Italia si apprestava – su ordine di Mussolini – a ospitare e vincere la seconda edizione della Coppa Rimet, a Montevideo andava concludendosi l’incredibile campionato uruguaiano del 1933.

Questo accadeva dopo quasi un anno, un ritardo dovuto ad un’incredibile serie di eventi che avrebbe portato le due squadre più importanti del Paese – il Nacional e il Peñarol, entrambe di Montevideo – a scontrarsi in una serie di gare che sarebbe passata alla storia, nella sua totalità, come “la partita più lunga di sempre”.

Ma andiamo con ordine: il torneo allora prevedeva la partecipazione di 10 squadre, che si scontravano tra loro per tre volte per un totale di 27 partite. Al termine di quello che poteva sembrare un campionato come tanti, la classifica vide due squadre appaiate al comando: erano appunto il Nacional ed il Peñarol di Montevideo.

Entrambe avevano totalizzato 46 punti: i “Tricolores” del Nacional puntavano su una fortissima difesa (appena 10 gol subiti) e una grande compattezza, valori che gli erano valsi il soprannome di “La Máquina”.

Gli Aurinegros del Peñarol, dal canto loro, vantavano il miglior attacco del campionato, capace di segnare 78 reti, di cui 33 portavano la firma di El Cañonero Juan Pedro Young, capocannoniere del torneo.

Una rivalità eterna

Differenti nelle rispettive filosofie di gioco (il Nacional puntava più su compattezza e gioco di squadra, mentre il Peñarol dava maggiormente libertà sul campo ai suoi campioni e basava le sue fortune sul loro incredibile estro) i due club erano acerrimi rivali dalla nascita, e lo sarebbero stati per sempre, per questioni di campanile e anche ideologiche.

Il Peñarol era infatti in origine noto come ‘Central Uruguay Railway Cricket Club’, ed era sorto per volere degli operai delle ferrovie inglesi che vivevano nel quartiere ‘Peñarol’, a sua volta storpiatura di Pinerolo, il paese da cui venivano gli italiani che avevano popolato quella zona di Montevideo.

Il Nacional era nato invece proprio come contrapposizione ai tanti stranieri protagonisti dei primi campionati pionieristici in Uruguay, e puntava su un forte spirito nazionalista e di appartenenza.

Valore quest’ultimo che era sfociato anche nel fanatismo come nel caso di Abdòn Porte – morto suicida una volta resosi conto che doveva ritirarsi – e ancora prima dei fratelli Cespedes, che erano delle specie di supereroi popolari dei primi del ‘900 e la cui morte prematura sconvolse i tifosi Tricolores.

Perfetta parità

Non solo le due acerrime rivali erano finite appaiate in cima alla classifica, ma anche le tre partite che le avevano viste affrontarsi non avevano espresso un vincitore sotto alcun punto di vista: il Nacional aveva infatti sconfitto il Peñarol per 2-0 nella prima gara, il secondo scontro era terminato 2-2 e nella terza sfida era toccato al Peñarol sorridere grazie ad una vittoria per 2-0.

Una vittoria per uno, un pareggio, lo stesso numero di gol segnati, un equilibrio perfetto: impossibile determinare chi fosse il campione, e fu per questo che si decise che a stabilire chi fosse campione d’Uruguay nel 1933 sarebbe stato uno spareggio.

Nel Paese vi era un gran fermento: a Montevideo e dintorni non si pensava ad altro che alla sfida tra le due squadre più forti del Paese calcisticamente più forte al mondo, una superiorità chiara a tutti. Dopo aver vinto l’oro alle Olimpiadi del 1924 e del 1928, l’Uruguay aveva conquistato anche il primo Mondiale casalingo, nel 1930.

Questa vittoria era arrivata in un torneo che era stato quasi completamente snobbato dal calcio europeo, e dunque non sorprende che, con i Mondiali italiani prossimi ad iniziare, la federcalcio uruguaiana avesse deciso di snobbare l’appuntamento restandosene in Sud America.

Né sorprenderà, ovviamente, che l’esigente pubblico di Montevideo, abituato a guardare il miglior calcio al mondo, pensasse solo ed esclusivamente allo spareggio ormai prossimo tra Tricolores e Aurinegros.

Spareggio al Centenario

Alla fine fu stabilito, dopo molti rinvii e riunioni in merito, che la gara si sarebbe svolta il 27 maggio del 1934. Il teatro dello scontro non sarebbe stato né il “Gran Parque Central” del Nacional né il “Contador Damiani”, casa del Peñarol, bensì il magnifico (e neutrale) “Estadio Centenario”, un capolavoro di architettura capace di contenere quasi 100.000 spettatori e costruito proprio in occasione della prima Coppa del Mondo.

Ma chi credeva che al termine della gara si sarebbe finalmente saputo chi era il club campione d’Uruguay si sarebbe dovuto ricredere, visto che fu in questa gara che accadde l’evento che sarebbe passato alla storia come el gol de la valija: “il gol della valigia”.

El gol de la valijia

L’episodio che avrebbe per sempre dato il nome alla gara avvenne al 25° minuto del secondo tempo: le due squadre si erano date battaglia senza risparmiare le forze, ma nessuna delle due riusciva a prevalere.

Il punteggio era ancora fissato sullo 0-0 quando l’attaccante e bandiera del Peñarol, il grande Juan Peregrino Anselmo, scoccò un tiro che superò il portiere rivale Garcia ma che terminò la sua traiettoria fuori dai pali.

Curiosamente, però, il pallone colpì la valigia del medico del Nacional – che questi aveva dimenticato a bordo campo – e tornò in gioco, venendo raccolta da un altro giocatore del Peñarol, Braulio Castro, che istintivamente la ribadì in rete.

Quelli che seguirono furono attimi di delirio: anche se non è chiaro se l’arbitro Telèsforo Rodrìguez convalidò o meno il gol, i giocatori del Nacional protestarono così rabbiosamente, vedendo i rivali festeggiare la marcatura, che in pochi attimi si scatenò una rissa di enormi dimensioni.

Primo rinvio

In un vano tentativo di riportare la calma, direttore di gara finì per espellere i giocatori Tricolores José Nasazzi e Juan Labraga, prima di fuggire dalla paura nello spogliatoio mentre gli animi si surriscaldavano anche sugli spalti.

Quando alla fine un assistente decise di prenderne il posto, non poté fare altro che constatare che il sole era calato ed era quindi impossibile continuare a giocare.

Come conseguenza di quell’episodio, la federazione decise di squalificare per un anno sia Nasazzi che Labraga. La decisione fece scalpore, visto che el Gran Mariscal Nasazzi era anche l’uomo che appena quattro anni prima aveva alzato, da capitano dell’Uruguay, la prima Coppa Rimet della storia.

Fu inoltre deciso (uno dei primi casi della storia) che la gara sarebbe stata ripresa dal momento in cui era stata sospesa sul punteggio di 0-0, ed eventualmente protratta per altri due tempi supplementari di 30 minuti ciascuno. El gol de la valija, insomma, non era mai stato convalidato.

Il derby dei 9 contro 11

Tre mesi dopo, dunque, andò in scena la continuazione della gara del “gol con la valigia”. Questa sarebbe invece passata alla storia come “il derby dei 9 contro 11” (‘Clásico de los Nueve contra Once’) in cui uno stoico Nacional, privo degli espulsi Nasazzi e Labraga, tenne testa colpo su colpo al più forte attacco del torneo, quello del Peñarol, che le tentò tutte per segnare il gol che sarebbe valso il titolo senza però riuscirvi.

Anzi, fu proprio il Nacional a sfiorare la vittoria, cogliendo la traversa con un gran tiro da fuori area di Miguel Andreolo, futuro perno del Bologna e, come oriundo, della Nazionale Italiana Campione del Mondo nel 1938.

Questa incredibile gara (che durò 80 minuti, i 20 da recuperare più i 60 dei supplementari) si svolse in un “Centenario” deserto per ragioni di ordine pubblico, e si concluse anch’essa per 0-0, rendendo necessaria quindi una ripetizione, non essendo previsti ai tempi i calci di rigore.

Le squadre tornarono quindi in campo ancora, il 2 settembre, stavolta in pari numero di uomini e davanti a 35.000 spettatori: anche stavolta non bastarono né i 90 minuti regolamentari né l’ora supplementare per schiodare il punteggio dallo 0-0.

Ancora una volta la federazione uruguaiana non ebbe altra scelta che constatare che sarebbe stata necessaria una nuova sfida, per determinare chi avrebbe vinto quella che era ora a tutti gli effetti ‘la partita più lunga di sempre’.

La partita più lunga di sempre

Finalmente, il 18 novembre del 1934, il ‘Centenario’ vide la sfida risolutiva tra queste due formazioni, e a differenza dei precedenti 300 (!) minuti disputati stavolta i gol arrivarono come se piovesse.

Il Peñarol chiuse il primo tempo in vantaggio di due reti, ma nella seconda frazione si scatenò il centravanti del Nacional e della Nazionale Hèctor Castro, chiamato el Manco (“il Monco”) per via di un incidente in segheria che da ragazzo lo aveva privato per sempre della mano destra.

Era diventato el Divino Manco nel 1930, quando con i suoi gol aveva propiziato la vittoria del Mondiale, e nella finale contro il Peñarol si confermò bomber implacabile segnando una tripletta nella remontada che porto al 3-2 finale e che diede, finalmente, il titolo del 1933 al Nacional dopo ben sei ore e mezzo totali di gioco.

Un successo sofferto e meritato, bissato pochi mesi dopo dal titolo valido per il 1934, vinto con tre punti di vantaggio ancora sugli eterni rivali del Peñarol.

Superclásico eterno

Da allora, nelle numerose stracittadine che hanno luogo a Montevideo, il Clásico tra Nacional e Peñarol è diventato il Superclásico, con i giallo-neri discendenti dei maestri inglesi che hanno avuto un parziale riscatto nel 1987.

Durante la Copa Andalucia, un torneo estivo al quale partecipavano con il Nacional, si sono ritrovati a giocare addirittura in 8 contro 11, riuscendo a segnare e vincere una partita che ai nostri occhi pagani poteva sembrare una semplice amichevole estiva, ma che a Montevideo era l’ennesima battaglia di una guerra eterna.

Quel giorno, si disse, l’impossibile aveva trovato un posto sulla terra: Montevideo, il luogo dove ogni cosa può accadere e dove mezzo secolo prima era stata disputata ‘la partita più lunga di sempre’.


SITOGRAFIA:

Scrivere questa storia mi sarebbe stato impossibile senza il prezioso aiuto di traduzione di Martina Taioli e Davide Di Lorenzo, che ringrazio di cuore.