Obdulio Varela, “El Negro Jefe”

Di una scuola calcistica che univa classe sopraffina e grinta feroce, Obdulio Varela fu perfetto rappresentante di quest’ultima qualità. Centromediano metodista, era tanto ruvido e aggressivo quando la palla era agli avversari quanto elementare e grezzo quando la sfera se la ritrovava tra i piedi. Quello che lo rendeva un campione era però il carisma, un carattere da leader di poche parole e molti fatti che ne fece il naturale capitano del Peñarol e dell’Uruguay che si apprestava a tornare – da imbattuto – sulle scene dei Mondiali dopo ben vent’anni. Una naturale tendenza al comando che gli fece guadagnare il soprannome di “El Negro Jefe” (“Il Capo Nero”) a causa del colore della sua pelle e la somiglianza nel modo di giocare con il mitico “Jefe” Nasazzi, capitano dell’Uruguay Campione del Mondo nel 1930. Aveva trentatré anni quando si svolsero i Mondiali in Brasile; aveva vinto tre campionati uruguaiani e una Copa America nel 1942 con la Nazionale e con il passare degli anni aveva preso a interpretare il suo ruolo in modo più difensivo, un libero ante litteram, un difensore capace di impostare più che un vero e proprio centromediano metodista.

La “Celeste” non era certo la squadretta poco considerata che la leggenda poi ha voluto raccontare, bensì una squadra forte in ogni reparto e molto unita: tuttavia, in pochi avrebbero pronosticato una vittoria finale, specialmente considerando che si giocava al “Maracanà” davanti a ben duecentomila tifosi brasiliani entusiasti e che al Brasile bastava un pareggio. Oltretutto, mentre i rivali avevano stravinto tutte le gare fino a quel momento, l’Uruguay era riuscito a pareggiare con la Spagna (con gol proprio di Varela per il definitivo 2 a 2) e a sconfiggere di misura per 3 a 2 la Svezia. Ma nel calcio tutto è possibile, e lo sapeva bene Varela, che attaccò al muro un dirigente uruguaiano che prima della gara, negli spogliatoi, aveva detto a lui e ai compagni che in pratica era già un bel risultato essere arrivati fino a lì e che sarebbe bastato perdere con onore. No, Obdulio non ci stava a recitare il ruolo di vittima sacrificale, e fu quello che ribadì anche ai compagni quando il CT Juan Lopez raccomandò alla squadra di giocare sulla difensiva. Appena questi lasciò lo spogliatoio, Varela prese la parola e disse: “Juan è un brav’uomo, ma tutti sappiamo che se ci difenderemo faremo la fine di Spagna e Svezia. La partita si gioca sul campo, undici contro undici. Quando saremo sul campo non guardate la folla. Quelli nella folla sono fatti di legno”. Fatti di legno, già: “Los afueras son de palo”. Varela intendeva dire che i tifosi non giocavano, erano solo spettatori, e non andava fatto caso a loro, alle urla, ai canti forsennati. In campo si gioca uomo contro uomo, e conta la tecnica, si, ma ha una maledetta importanza anche il carattere, e quella squadra caratterialmente non era inferiore a nessuno. Anzi.

Così l’Uruguay attaccò, mettendo in difficoltà i brasiliani in alcune occasioni e zittendo più volte la sterminata “torcida” sugli spalti. Quando alla fine Friaça segnò il gol del vantaggio brasiliano, ecco che Obdulio fece il suo capolavoro: in pochi secondi intuì che i compagni erano moralmente a terra, mentre gli avversari erano gasati, e il rischio di una disfatta era altissimo. Il pubblico rumoreggiava festoso, quando Varela raccolse il pallone in fondo alla rete. Non si diresse a centrocampo, il capitano dell’Uruguay, ma andò invece dal guardalinee a protestare per un fuorigioco che solo lui aveva visto: e lo sapeva. Era solo una tattica per far sbollire l’entusiasmo di pubblico e avversari, e nei lunghi minuti in cui il gioco non riprese fu proprio ciò che accadde. Così l’Uruguay poté sfruttare la sua grinta e il suo ordine tattico, e prima pareggiò e poi vinse. Set, game, match. Partita, vittoria, Coppa.

“Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay. Al termine della partita, avrei dovuto consegnare la coppa al capitano della squadra campione. Un’imponente guardia d’onore si sarebbe dovuta formare dal tunnel fino al centro del campo di gioco, dove mi avrebbe atteso il capitano della squadra vincitrice – naturalmente il Brasile. Preparai il mio discorso e mi recai presso gli spogliatoi pochi minuti prima della fine della partita (stavano pareggiando 1 a 1 e il pareggio assegnava il titolo alla squadra locale).

Ma mentre attraversavo i corridoi il tifo infernale si interruppe. All’uscita del tunnel, un silenzio desolante dominava lo stadio. Né guardia d’onore, né inno nazionale, né discorso, né premiazione solenne. Mi ritrovai solo, con la coppa in mano e senza sapere cosa fare. Nel tumulto finii per scoprire il capitano uruguaiano, Obdulio Varela, e quasi di nascosto gli consegnai la statuetta d’oro, stringendogli la mano, e me ne andai, senza riuscire a dirgli una sola parola di congratulazioni per la sua squadra.”

(Jules Rimet – Presidente FIFA)

Uno come Varela non poteva concepire di arricchirsi con il calcio, per cui negli anni a venire rifiutò sempre il professionismo: con il premio per la vittoria al “Maracanà”, comprò un auto usata di dieci anni, che gli fu rubata una settimana dopo da pagani irrispettosi di una tale divinità. Partecipò anche ai Mondiali del 1954, e fu assente per squalifica nella gara che sancì l’eliminazione dei suoi, restando quindi virtualmente imbattuto ai Mondiali. Vinse altri tre campionati con il Penarol, giocò fino a quarant’anni e fu leggenda vivente. Quindi il ritiro, la miseria, l’alcolismo che lo portò alla morte alla soglia degli ottant’anni.

Di lui rimangono immortali quei lunghi minuti successivi al vantaggio brasiliano, l’antefatto di quel che sarà il “Maracanazo”. Lo sguardo duro, deciso, autoritario, con cui predispone l’uccisione del sogno di un popolo e il riscatto del proprio, più povero tecnicamente ma con un cuore enorme e grinta da vendere. Qualità che si incarnavano in lui più che in chiunque dei suoi compagni di spedizione, dal leggiadro Ghiggia all’elegantissimo Schiaffino.

L’eroe del Maracanà, che anni dopo raccontò di essersi immediatamente pentito di quella vittoria, festeggiata tristemente e quasi di nascosto nei bar brasiliani colmi di gente disperata, in lacrime: “Per noi fu solo una vittoria, ma per quei poveri brasiliani fu una vera tragedia. Tornassi indietro perderei quella gara.”

Grande campione, grandissimo uomo. Ecco chi fu Obdulio Varela, “El Negro Jefe”.