Paulino Alcántara, la prima stella del Barcelona

Quando lasciò questo mondo, il 13 febbraio del 1964 all’età di 67 anni, Barcelona lo pianse come un figlio e come un eroe nonostante la sua fosse stata una vita con moltissimi lati oscuri.

Abissi in cui era sprofondato una volta appesi gli scarpini al chiodo, quando quello che una volta era l’eroe del “Camp de Les Corts” – “casa” del Barcelona prima del Camp Nou – si era ritrovato ad essere un fedele servitore di Francisco Franco, il “Generalissimo” che dominò la Spagna dal 1939 fino al 1975, anno della sua morte.

Prima di arruolarsi al servizio di Franco, prima di partecipare attivamente alla Guerra Civile Spagnola insieme al battaglione fascista Flechas NegrasPaulino Alcántara era stato un calciatore, il migliore mai visto in un campo spagnolo.

Un attaccante straordinario che univa tecnica e potenza a una ferocia caratteriale senza pari, quella che gli permetteva di scontrarsi con difensori molto più grandi di lui senza alcuna paura e di calciare con violenza inaudita – e con immancabile, chirurgica, precisione – il pallone in fondo alla rete.

Paulino Alcántara, El Rompe Redes

Quando si guadagnò il soprannome con cui sempre la storia del calcio si sarebbe ricordata di lui, El Rompe Redes (“lo Sfonda Reti”, Trencaxarxes in catalano), Paulino Alcántara era già un idolo assoluto.

Aveva 26 anni, guidava l’attacco della Spagna e, con una terrificante cannonata, aveva letteralmente sfondato la rete della porta difesa da Émile Friess durante un’agevole vittoria in trasferta per 4-0 contro la Francia.

Sarebbe stato questo il picco più alto raggiunto a livello internazionale da questo centravanti straordinario, che in un’epoca in cui i confronti di prestigio tra rappresentative nazionali erano rarissimi – e la Coppa del Mondo appena un’idea abbozzata – ebbe una carriera eccezionale in Spagna, la terra del padre dov’era ritornato con la famiglia quando era un adolescente.

Già, perché il primo idolo del calcio spagnolo è anche considerato, da molti, il più grande calciatore asiatico mai esistito. Nato a Iloílo, nelle Filippine, il padre era un soldato dell’allora dominante impero di Spagna che si era sposato con una donna del posto e che poi, una volta conclusasi la rivoluzione che aveva portato all’indipendenza dell’isola, aveva preferito fare ritorno nella terra natia.

Qui Paulino Alcántara, messosi in luce con il Galeno, fu notato un giorno nientemeno che da Joan Gamper, imprenditore svizzero che da pochi anni aveva fondato il Barcelona.

Prima stella del Barça

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Gamper era diventato presidente del sodalizio blaugrana e si era subito trovato ad affrontare enormi problemi: messi da parte gli iniziali sogni di grandezza, quello che sarebbe divenuto més que un club, molto più di un club, stava attraversando un periodo disastroso dal punto di vista economico.

Mancavano i soldi, molti dei calciatori si erano ritirati e non erano stati sostituiti, e Gamper intravide in questo ragazzo di appena 15 anni una speranza. Poche settimane dopo Paulino Alcántara faceva il suo esordio nel Barcelona, segnando una tripletta in un vittorioso 9-0 contro il Català. Un risultato che segnava la rinascita dell’intera squadra.

Trascinato dalle puntualissime marcature del suo asso filippino, il Barcelona ritrovò coraggio, fiducia nei propri mezzi e l’apporto del pubblico: già dall’anno successivo all’esordio di Alcántara – il più giovane esordiente con gol nella storia del club ancora oggi – il Barça conquistava la Copa del Rey e il Campionat de Catalunya, per poi ripetersi con la vittoria di un altro campionato regionale, in un’epoca in cui non esisteva un vero campionato spagnolo, nel 1916.

Un breve addio

Quella che già aveva le sembianze di una straordinaria epopea si interruppe improvvisamente proprio nell’estate del 1916, quando papà Eduardo comunicò all’ancora giovane Paulino che la famiglia sarebbe tornata nelle Filippine, dove il clima era tornato ad essere respirabile anche per chi una volta aveva fatto parte dei dominatori spagnoli.

Ancora nient’altro che uno studente, incapace di provvedere a se stesso, Paulino non poté che seguire la famiglia, gettando il Barcelona e i suoi tifosi nella disperazione. Mentre infatti i blaugrana, privi del loro formidabile centravanti, tornavano ad essere incapaci di centrare vittorie prestigiose, nelle Filippine Alcántara continuava gli studi e continuava al contempo a spedire il pallone in fondo alla rete.

Nel periodo filippino Paulino Alcántara si accasò infatti al Bohemian Sporting Club, una delle prime squadre sorte sull’isola, e lo aiutò a conquistare per due volte consecutive il campionato nazionale, ispirando nello stesso momento quello che sarebbe diventato il più grande calciatore filippino della storia dopo di lui, Virgilio Lobregat.

Non ci è dato sapere quanto davvero Paulino Alcántara sentisse le Filippine come la sua vera patria, certo è che il contributo dato all’isola in ambito sportivo fu breve ma intenso.

Convocato per i Far Eastern Games del 1917 nella duplice veste di giocatore di tennis da tavolo e calciatore, si distinse nell’epico 15-2 che le Filippine inflissero al Giappone in questi giochi, e che ancora oggi è il miglior risultato nella storia di questa modesta realtà calcistica.

O Barcelona o muerte!

Le sue eccezionali prestazioni con la maglia del Bohemian, con cui segnò 24 gol in 23 partite distribuite nell’arco di due anni, non gli permisero di scordare la Spagna, Barcelona, l’amata maglietta azulgrana.

La realtà del calcio filippino gli stava decisamente stretta, e fu così che quando scoprì di essersi ammalato di malaria, Paulino Alcántara annunciò alla famiglia, che fino ad allora gli aveva sempre negato il permesso di tornare in Catalogna, che non si sarebbe curato senza prima essere tornato in quella che ormai sentiva come casa sua.

Un sogno ripreso da dove si era interrotto

Ed ecco che, tornato il bomber, il Barça ritornò a vincere: circondato da compagni altrettanto eccezionali come El Divino Ricardo Zamora, el Hombre Langosta Josep Samitier e Félix Sesúmaga, Paulino Alcántara riuscì a far compiere al Barcelona il tanto sospirato salto di qualità, centrando al rientro nuovamente l’accoppiata Copa del Rey-Campionat de Catalunya.

L’anno successivo, benché convocato, non prese parte alle Olimpiadi di Anversa del 1920, dove la Spagna conquistò una contestatissima medaglia d’argento: gli studi erano ormai prossimi alla fine, e il grande campione aveva deciso di pensare al suo futuro anche lontano dal campo.

Nei nove anni che trascorsero dal suo ritorno al ritiro, il 1923 è l’unico dove Paulino Alcántara e il suo Barcelona restano a bocca asciutta.

Quando appende gli scarpini al chiodo, nel 1927, è ormai leggenda: El Rompe Redes, il Trencaxarxes, lo sfonda reti che una volta, addirittura, ha calciato un pallone con tanta violenza da spedire in porta, oltre al cuoio, anche uno sprovveduto poliziotto che si era trovato ad essere sulla traiettoria.

Furioso eppure dotato di una classe superba, carismatico come pochi, Paulino Alcántara giocò per tutta la carriera nel Barcelona anche quando squadre più ricche cominciarono a prendere alcuni suoi compagni, evidentemente più affascinati di lui dal dio denaro.

Lui restò al suo posto, continuando a segnare e a raccogliere le ovazioni dei tifosi dopo ogni gol, che festeggiava sventolando il caratteristico fazzoletto bianco che teneva in vita in ogni gara.

Di lui si innamorò anche il grande tecnico inglese Herbert Chapman.

“È un attaccante spietato, con la polvere da sparo negli scarpini. Fa cose con la palla che noi non abbiamo mai visto, qui in Inghilterra.”

Fenomeno inarrestabile

Quando lascia, Paulino Alcántara lo fa con uno score impressionante: in 357 partite giocate con il Barcelona, con cui ha vinto in 5 occasioni la Copa del Rey e in 10 il Campionat de Catalunya, ha segnato la bellezza di 369 gol, un record che sarà battuto soltanto 87 anni dopo da un certo Lionel Messi.

Impossibile paragonarlo con il fenomeno argentino: altre epoche, un altro calcio, testimoniato dal fatto che il primo vero campionato nazionale, la Primera División, avrà luogo soltanto nel 1929, quando Paulino Alcántara si è ritirato da più di un anno. Per la cronaca la prima squadra campione di Spagna è proprio il Barcelona, divenuto grande grazie allo straordinario Rompe Redes.

Un oscuro finale

Trovato il successo come medico urologo, si unisce nel 1936 alla Falange Española guidata da Francisco Franco che scatena la Guerra civile Spagnola, un conflitto che si concluderà soltanto nel 1939.

Il suo ruolo come fascista, membro del battaglione Flechas Negras sostenuto da Mussolini, sarà decisamente attivo: prende parte alle battaglie di Guadalajara, Aragona e Catalogna, entrando nella sua Barcelona insieme al sanguinario comandante Juan Yagüe, “il macellaio di Badajoz”, per viverci fino alla fine dei suoi giorni.

Quando morirà, la sua bara sarà portata a braccia dagli ex-compagni Zamora e Samitier, che la depongono nel cimitero di Les Corts, dove da allora riposa.

Figura decisamente unica, Paulino Alcántara fu la prima grande stella del Barcelona e forse dell’intero movimento calcistico spagnolo, e anche se la sua vita dopo il calcio ebbe alcuni lati decisamente oscuri questo non fermò le lacrime dei suoi ex-tifosi, che scesero copiose quando gli occhi del grande campione si chiusero per sempre.

El Rompe Redes, il fenomeno che rese grande il Barcelona.


SITOGRAFIA:

  • Reyes, Thera (28/09/2010) Filipino Football Legend Paulino Alcantara, Philosofooty
  • Arrechea, Fernando (16/06/2013) La guerra de Paulino, Cuadernos de Fútbol
  • Viswanathan, Gautam (22/03/2014) Who was Paulino Alcantara, the man whose record Messi broke?, FirstPost

Ringrazio gli amici Marco Bagozzi, Marco Gargini e Edoardo Molinelli per avermi chiarito alcuni punti.