Angelo Schiavio

Tra gli anni ’20 e ’40 del nostro calcio, molte squadre si giocano la vittoria del titolo di Campione d’Italia. Una di queste è il Bologna, “lo squadrone che tremare il mondo fa”, che schiera ovviamente tra le sue fila alcuni dei migliori calciatori italiani del momento. Pozzo nelle scelte si avvale di due di loro, e uno di questi in particolare passerà alla storia: suo è il gol della vittoria in finale contro i fortissimi cecoslovacchi, suo è il record di gol in maglia rossoblù. Suo è il Bologna, e del Bologna sarà sempre.

Il suo nome è Angelo Schiavio.

Nato nella provincia emiliana, il piccolo Angiolino aveva conosciuto il calcio in tenera età e aveva dimostrato da subito la sua bravura, per poi abbandonare il pallone a causa degli studi, a sua volta lasciati poco dopo: il richiamo del pallone è troppo forte.

L’Italia perde un ragioniere come tanti e guadagna un centravanti come pochi: non è ancora maggiorenne quando esordisce nel Bologna, che sarà la sua unica squadra e che lascerà ben sedici anni dopo. Una vita in rossoblù, 242 reti in 348 gare e una striscia di trofei da lasciare senza fiato: quattro titoli nazionali, due coppe Mitropa, il Trofeo dell’Esposizione di Parigi, quando il Bologna “tremare il mondo fa.”

Vittorio Pozzo non ha dubbi: sarà lui, “l’uomo con il piede a cucchiaio” – soprannome derivante dal suo modo di caricare la porta, dandogli le spalle e portando avanti il pallone quasi trascinandolo – il centravanti della Nazionale ai Mondiali casalinghi del 1934. Ci sarebbe da ricucire uno screzio con Monti, regista della Nazionale che due anni prima quasi gli ha spezzato una gamba in uno Juventus-Bologna valido per il titolo: Pozzo prova a far parlare i due, Angiolino capisce che per il bene comune una tregua è necessaria e accetta. L’Italia vola verso il suo primo titolo.

A quasi trent’anni Schiavio è al massimo della forma, il punto centrale del quintetto d’attacco azzurro completato da Meazza e Ferrari come interni e Guaita e Orsi sulle ali. Non ha la loro classe, “Anzléin”, ma ha caparbietà, potenza e furore agonistico: prende le botte dei rivali senza fiatare, sovente le restituisce, si getta su ogni pallone. Ma a pallone ci sa giocare eccome: sa leggere bene il gioco e servire le ali dopo aver attirato i difensori su di sé, il tiro è forte e preciso, spesso imprevedibile, il carattere è orgoglioso, di chi non vuole arrendersi mai. E con il “Balilla” dell’Ambrosiana si integra a meraviglia in azzurro: al Mondiale segna quattro reti, tre nel primo turno ai malcapitati Stati Uniti e uno, quello decisivo, in finale. Una rete che riassume tutto quello che Schiavio è stato, al termine di una partita protratta fino ai supplementari, quando la stanchezza fa da padrona e contano la volontà, il carattere: qualità in cui non è secondo a nessuno nel mondo. Infortunato, esausto, si fionda su un pallone dimenticato da chi ha meno fiato di lui e lo insacca superando il leggendario Planicka.
L’Italia è Campione del Mondo, mentre lui si dice svenga, per l’emozione – come vogliono i romantici – o perché esausto, come lui stesso sempre racconterà.

Se Giuseppe Meazza è stato il più grande calciatore italiano di sempre, Angelo Schiavio non può venire di molto dietro. Fu inoltre il miglior giocatore del Mondiale del 1934, l’uomo simbolo dell’Italia campione. Mica poco per un ragazzo di Bologna che voleva diventare ragioniere.