Carlo Bigatto, sigarette e Juventus

In un calcio italiano che stava rapidamente cambiando il proprio volto, e in una Juventus che stava finalmente scoprendo il proprio destino – diventare la squadra più vincente d’Italia – Carlo Bigatto fu uno dei più grandi protagonisti, simbolo di passaggio dal calcio dei pionieri e dei dilettanti a quello dei professionisti protagonisti dei grandi stadi in tutto il Paese.

Nato a Balzola, paesino tra Alessandria e Vercelli, emerse nel Piemonte Football Club per poi approdare a 18 anni alla Juventus: la squadra bianconera, nata da appena 15 anni, sarebbe stata il suo unico grande amore, un amore ricambiato visto che nei 18 anni in cui Bigatto militò in bianconero la Juventus crebbe, diventando prima grande e poi grandissima, vincente.

Leader nato

Nato come punta, Bigatto tornò dal fronte – dove era stato servendo nella brigata fanteria Pinerolo – trovando il suo vecchio ruolo occupato, e senza problemi si trasformò in un valente centrocampista, mediano adibito al controllo dell’ala avversaria oppure centromediano, fulcro del gioco nel “Metodo” allora imperante in quegli anni in Italia.

Dotato di una fortissima personalità, abile tecnicamente ed estremamente caparbio, le cronache dell’epoca raccontano di come la sua più rinomata abilità fosse quella dello “sgambetto amichevole” – precursore del moderno fallo tattico – con cui intimidiva e spesso neutralizzava con successo l’avversario diretto.

Estremamente idealista e puro di spirito, sportivo vero, rifiutò il passaggio al professionismo mentre il mondo del calcio intorno a lui cambiava e i colleghi compivano questo importante passaggio: preferì invece rimanere un dilettante, fatto questo che non gli impedì di continuare ad essere un punto fermo della Juventus per tutta la carriera.

Carlo Bigatto, sigarette bianconere

La “Vecchia Signora” Bigatto la prese letteralmente per mano, trasformandola in una grande squadra con la conquista dello Scudetto del 1925-26, il secondo di sempre e il primo della dinastia Agnelli.

Si faceva notare in campo per tecnica e personalità e anche per un aspetto inconfondibile: indossava infatti un curioso copricapo provvisto anche di copri-orecchie e a spicchi bianconeri che gli donava un aspetto abbastanza comico e che raramente era sostituito da una bandana.

Guai a chi lo sottovalutava però, perché era un atleta vero, capace di correre tutti i 90 minuti di gara senza fermarsi mai e nonostante uno stile di vita tutt’altro che salubre: accanito fumatore, le cronache dell’epoca raccontano che consumasse anche 140 sigarette al giorno, uno dei motivi – si dice – per cui non volle mai diventare professionista.

Se in Nazionale fu una comparsa (appena 5 le gare in azzurro, con il CT Pozzo che ne temeva la personalità esuberante) nella Juventus fu una vera e propria istituzione, chiudendo con la conquista di un altro Scudetto nella stagione 1930-31, il primo titolo del cosiddetto “Quinquennio d’oro”.

Un’istituzione

A 36 anni, e dopo oltre 200 gare in bianconero, Bigatto si ritirò, per poi tornare da allenatore nella stagione 1934-35, conducendo i bianconeri (in coppia con Benedetto Gola) alla conquista di un altro titolo, superando al filo di lana l’Ambrosiana-Inter con un’epica vittoria a Firenze all’ultima giornata.

Subito dopo si ritirò per occuparsi della sezione di bocce della società, ma pochi anni dopo un brutto male, probabilmente riconducibile alle tante sigarette, lo portò alla morte ad appena 47 anni.

Innamorato del calcio e della Juventus, vero e proprio idolo della tifoseria bianconera, il suo curioso aspetto, la sua personalità e la sua bravura sui campi da gioco gli hanno garantito memoria eterna nei tifosi juventini.


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