Herbert Kilpin, diavolo rossonero

Fu all’inizio del XX° Secolo che il foot-ball esplose in Italia, trasformandosi da passatempo per pochi appassionati a vera religione di massa. Come è noto a questo sviluppo contribuirono quegli stessi inglesi che per i più disparati motivi avevano raggiunto la nostra penisola gettando già le basi di quello che sarebbe in presto diventato anche il nostro sport nazionale.

E se Genova deve moltissimo a James Spensley, una figura altrettanto (se non più) importante per il calcio italiano fu Herbert Kilpin: dopo aver insegnato agli italiani i segreti del foot-ball ed aver perso due finali nazionali giocando nelle file dell’Internazionale Torino, lasciò il Piemonte per lavoro, e stabilitosi a Milano fondò, insieme ad altri soci e amici, il Milan, quella che attualmente è la squadra più titolata al mondo.

Herbert Kilpin: l’Italia nel destino

Figlio di un macellaio di Nottingham, persona volitiva e vero amante del football nonostante un talento certo non cristallino per gli standard inglesi, Herbert Kilpin fin da ragazzo sembrò avere l’Italia nel destino.

Da ragazzo fondò una piccola squadra di calcio chiamata Garibaldi Nottingham e che in omaggio a “l’eroe dei due mondi” giocava con le maglie completamente rosse, quindi proseguì una carriera abbastanza anonima giocando nel Notts Olympic e nel St. Andrews.

Nonostante il football fosse la sua passione principale, Herbert Kilpin si mostrò straordinariamente dotato nel lavoro, che svolgeva come magazziniere in una ditta di tessuti di proprietà di un uomo d’affari locale, Thomas Adams.

Questi, colpito dall’energia e lo zelo che il giovane figlio del macellaio metteva nel lavoro, pensò di spedirlo in Italia, a Torino, dove nel frattempo aveva aperto una filiale. La “missione”? Insegnare alle maestranze italiane l’utilizzo dei nuovi e moderni strumenti per la tessitura industriale.

Qui il destino avrebbe nuovamente messo il football nella vita di Herbert Kilpin, che arrivato in Piemonte entrò in stretto contatto con il giovane imprenditore locale Edoardo Bosio, come lui coinvolto nella filiale torinese di Mister Adams e soprattutto, come lui, innamorato del gioco del calcio. Lo aveva scoperto proprio in Inghilterra, dove aveva passato un periodo di studio e lavoro, e al suo ritorno in Italia aveva pensato bene di esportarlo.

Bosio, Kilpin e il Duca degli Abruzzi: nasce il calcio anche da noi

Edoardo Bosio fu il primo calciatore d’Italia, il primo cioè a portare un pallone da calcio e le regole scritte per giocare quel gioco che in Inghilterra aveva ormai già intrapreso la strada del professionismo. A lui si deve la fondazione, con i colleghi, del primo club calcistico in suolo italico, il Torino Football & Cricket Club, sorto nel novembre del 1887 e che praticava anche alpinismo e canottaggio.

A Bosio si deve anche, indirettamente, la nascita del primo derby: due anni dopo il Torino FCC nasceva infatti il Nobili Torino, composto dall’aristocrazia cittadina innamoratasi del football osservando Bosio e i compagni giocare con passione nel Parco del Valentino o in Piazza d’Armi. Quando queste due squadre si fusero, nel 1891, nacque l’Internazionale Torino: di questo club Herbert Kilpin sarebbe stato una delle prime bandiere.

A lui si devono tantissimi aneddoti sul calcio dei nostri pionieri, partite giocate in 20 contro 11, risultati fantasmagorici e racconti pittoreschi di portieri annoiati seduti su sedie da giardino e bottiglie di whisky nascoste in buche a bordo del campo: era questo un celebre vizio di Kilpin, che sosteneva che “il miglior modo per dimenticare una rete subita era bere un goccio”, così come del resto questo era anche il miglior modo per festeggiare una segnatura.

Pioniere fondamentale del calcio italiano

La sua passione genuina per il calcio è resa celebre da un famoso episodio: il giorno del matrimonio – sposò una donna di Lodi, un altro legame significativo con il nostro Paese – lasciò infatti il ricevimento per raggiungere Genova, dove era in programma una partita e da dove tornò con il naso tumefatto ma l’animo sazio per non aver perso l’occasione di praticare l’amato sport.

La sua attività a favore della nascita e diffusione del calcio in Italia fu incredibile, senza pari: dopo aver preso parte alla nascita della prima squadra di calcio in Italia, i cui calciatori furono da egli stesso istruiti, fu tra gli organizzatori della prima partita di sempre giocata nel nostro Paese, evento in cui nacque la Federazione Italiana Football, l’attuale FIGC.

Sul campo onorò il gioco tanto amato partecipando ai primi due campionati italiani, nel 1898 e nel 1899, dove giunse secondo in entrambe le occasioni vestendo la maglia dell’Internazionale Torino, squadra nata dalla fusione del “suo” (e di Bosio) Torino Football & Cricket Club e la Nobili Torino, creatura del Duca Luigi Amedeo di Savoia ed altri rappresentanti della nobiltà cittadina.

“Saremo una squadra di diavoli!”

Quando gli impegni di lavoro lo portarono a Milano non abbandono la sua più grande passione, anzi: insieme all’amico Samuel Richard Davies – e con l’aiuto del console inglese del capoluogo lombardo – fondò, il 16 dicembre del 1899, il Milan, che giocò la sua prima gara davanti a ben 500 spettatori e sotto una pioggia scrosciante e che da subito, per suo volere, fu chiamato “Diavolo”.

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C’è chi dice che tale soprannome derivi dal fatto che Kilpin fosse un protestante in un Paese cattolico e chi invece che questo fu ispirato dalla frase che lo stesso campione disse a proposito dei colori rossoneri da lui scelti per le maglie della squadra: “Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari”.

Herbert Kilpin fu davvero uno dei primi grandi campioni del nostro calcio: da terzino e mediano giocò con il Milan otto campionati conquistandone tre (1901, 1906, 1907) segnando nell’ultimo, giocato in attacco, 4 importanti goal. Si distinse per completezza, versatilità, passione ed energia, qualità che gli permisero di giocare fino in età avanzata.

Rinnegato dal foot-ball, divenuto calcio

Si ritirò nell’aprile del 1908, a 38 anni compiuti e ferito dall’ostracismo che il calcio italiano mostrava sempre più verso quegli stranieri che avevano portato il “Foot-Ball” in Italia e si erano tanto impegnati per insegnarlo ai nostri primi, acerbi, calciatori. Fino all’ultimo si prodigò comunque per insegnare i segreti del gioco, allenando negli ultimi anni di vita i giovani dell’Enotria di Crescenzago.

Il massiccio uso di alcolici e tabacco lo portò a una morte prematura: scomparve per via della cirrosi il 22 ottobre del 1916, a 46 anni, pianto come un vero e proprio eroe dalla stampa nostrana ma finendo ben presto nel dimenticatoio in un Paese nel pieno della guerra.

La sua tomba sarebbe stata riscoperta solo nel 1999, esattamente un secolo dopo la fondazione del Milan, quando lo storico e tifoso rossonero Luigi La Rocca l’avrebbe individuata, convincendo la società a spostarla in un luogo più consono.

Eterna gloria

Da allora le spoglie di Herbert Kilpin riposano nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, insieme alle illustri personalità che hanno contribuito a rendere grande la città.

Il calcio italiano, che a lungo ne aveva esaltato le gesta per poi farlo sparire nell’oblio, deve eterna riconoscenza a questo grandissimo campione.

Era il nono figlio di Edward e Sarah Smith – “…Un nome che la nuova generazione dei footballers non onorerà mai abbastanza;

Un nome magico, che fece vibrare le prime folle …un nome che è quasi tutto nella storia dei primi lustri del nostro football.”

(“Lo Sport illustrato”, 28.02.1915)

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Disegno: Sara Provasi


SITOGRAFIA:

BIBLIOGRAFIA:

  • Foot, John (2010) “Calcio, 1898-2010: Storia dello sport che ha fatto l’Italia”, BUR
  • Brizzi, Enrico (2015) Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926, Laterza
  • Kilpin, Herbert (2015) Verso il venticinquennio del football, Edizioni La Biblioteca Digitale (KINDLE)
  • Nieri, Robert (2017) Il Lord del Milan, Blurb Inc.