João Evangelista Belfort Duarte

Ingegnere civile brasiliano, persona coltissima e dai valori profondi, la sua conoscenza della lingua inglese gli permette di tradurre le regole di questo nuovo sport arrivato dall’Inghilterra e di diffonderlo in Brasile, dove è considerato di fatto il padre del futebol insieme a Charles Miller e Tomas Donohoe. Il suo nome era João Evangelista Belfort Duarte.

Un esempio di sportività

Difensore estremamente sportivo, giocò nel Mackenzie e nell’América di Rio de Janeiro: mentre militava con i primi (primo club formato interamente da brasiliani) si distinse per fair play quando segnalò all’arbitro di aver commesso un fallo che era sfuggito a tutti, mentre nei secondi contribuì a varare le prime tournée fuori dai confini nazionali, fu allenatore e segretario e aprì il club, fino ad allora elitario e razzista, ai giocatori di colore.

Il suo contributo alla diffusione del calcio in Brasile è stato enorme, e la sua grande umanità era pari soltanto all’entusiasmo che lo spinse a tradurre in portoghese, per primo, le regole ufficiali arrivate dall’Inghilterra.

Una fine tragica

Diventato arbitro, morì assassinato nella favela Campo Belo di Minas Gerais, dove si era ritirato per fuggire all’Influenza Spagnola, in seguito a una lite riguardo la proprietà di un terreno proprio nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno.

Leggenda vuole che quel giorno indossasse, come spesso era solito fare, la maglia dell’amato América. In suo onore viene assegnato un premio a quei giocatori che in dieci anni di carriera non sono mai stati espulsi.