Julio Libonatti, il primo oriundo

Quel mattino del 1938, al porto che da Genova lo avrebbe riportato in Argentina, Julio Libonatti guardò per l’ultima volta il Paese che era stato dei suoi avi e in cui lui era ritornato, scrivendone la storia sotto la categoria “Foot-ball”, come il calcio veniva ancora largamente chiamato da un popolo sempre più appassionato ed esigente: nel periodo in cui “Libo” aveva dato spettacolo, l’Italia si era trasformata sia politicamente, con l’avvento del Fascismo, che sul campo da gioco, diventando ben presto una compagine temuta e rispettata, pressoché imbattibile, due volte Campione del Mondo. E il merito era stato anche di questo centravanti tecnico e poderoso, che aveva scritto le fortune del Torino.

Già, il Torino: dopo sarebbero venuti Mazzola-Loik-Gabetto, e poi Sala-Pulici-Graziani, ma il primo vero trio delle meraviglie, come fu rinominato all’epoca, fu quello composto da Adolfo Baloncieri, Gino Rossetti e Julio Libonatti; e se il primo era il vero cervello della squadra, interno come pochi se ne sono poi visti al mondo secondo tanti autorevoli storici, il secondo era uno spezzino che badava al sodo, che correva, s’inseriva e segnava. E “Libo”? Lui era una sintesi mirabile tra i due, univa tecnica a capacità balistiche di prim’ordine, creava e segnava. Faceva la differenza insomma, il motivo per cui il Conte Marone Cinzano lo aveva ingaggiato andandoselo a prendere fino in Sud America, sfruttando la deroga che il Fascismo concedeva a chi volesse ingaggiare giocatori stranieri: andava bene, a patto che avessero avi italiani, e Libonatti fu il primo. Nato a Rosario, città baciata dal Dio del Pallone (qui sono nati “El Trinche” Carlovich, Cesar Menotti, Marcelo Bielsa, Angel Di Maria, un certo Leo Messi) era passato dal Rosario Central ma aveva esordito nel calcio con la maglia dei Newell’s Old Boys, siglando subito valanghe di reti così come in Nazionale: a 18 anni aveva indossato per la prima volta la maglia dell’Argentina, segnando una tripletta in un memorabile 6 a 1 rifilato nientemeno che all’Uruguay e guadagnandosi il soprannome di “El Potrillo” (“Il Puledro”) per le sue sgroppate decise verso la porta avversaria.

In Argentina era rimasto fino al 1925, conquistando una Copa Amèrica nel 1921 da protagonista assoluto, tanto da essere portato a braccia dai tifosi dal campo da gioco alla lontana Plaza de Mayo. Poi aveva accettato la corte serrata del Conte Cinzano, che voleva un campione per far vincere lo Scudetto al suo Torino, impresa mai riuscita prima. In Italia Libonatti scoprì il gusto per la bella vita, le camicie sgargianti, il buon vino, ma in campo non mancò mai di far valere il suo contributo: in tutto in granata segnò 157 reti in 241 partite, una media impressionante se si pensa che più che un finalizzatore era un centravanti di manovra, come il moderno “falso nueve” che lui interpretava benissimo già nei lontani anni ’20 e ’30. Avrebbe potuto segnare molto di più, ma si accontentò di essere l’idolo incontrastato della folla e delle notti torinesi, portando in dote due Scudetti (il primo dei quali revocato) e talmente tante giocate di classe da lasciare tifosi e avversari esterrefatti . Con l’Italia fu il primo “oriundo” italo-argentino, aprendo la strada a Monti, Guaita, Orsi, uomini che avrebbero poi contribuito ai primi successi mondiali degli azzurri di Pozzo, con cui “el Matador” – un altro dei suoi soprannomi, che ne sottolineava l’eleganza nei movimenti – avrebbe segnato ben 15 reti in 18 partite, contribuendo in modo determinante alla conquista di due Coppe Internazionali, trofeo antenato degli attuali Campionati Europei. Chiuse con il Genoa, sceso per la prima volta in Serie B e da “Libo” riconsegnato al calcio che conta, prima appunto di ripartire per l’Argentina una volta ritiratosi, i soldi del biglietto raccolti da amici, tifosi ed ex-compagni. Soltanto Paolo Pulici ha saputo segnare più di lui nel Torino, ed è stato l’apripista per i numerosi italo-argentini che hanno fatto successivamente le fortune del nostro calcio. Per questo l’Italia non dimenticherà mai Julio Libonatti.


N.B.: Alberto Facchinetti ha raccontato molto bene chi fu questo straordinario giocatore nel suo “Il romanzo di Julio Libonatti” (Edizioni InContropiede) che vi consiglio senz’altro di leggere.