Julio Libonatti, il primo oriundo

Quel mattino di gennaio del 1938, al porto che da Genova lo avrebbe riportato in Argentina, Julio Libonatti guardò per l’ultima volta il Paese che era stato dei suoi avi e in cui lui era tornato come campione di “Foot-Ball”.

Così era ancora chiamato il calcio in Italia, quando il giovane centravanti argentino vi aveva messo per la prima volta piede. Da quel giorno molte cose erano cambiate: l’ascesa al potere del Fascismo aveva trasformato il Paese e infine anche il gioco stesso, facendo diventare l’Italia una compagine prima rispettata e poi temuta.

Gli azzurri, nel momento in cui Libonatti fissava per l’ultima volta il mare di Genova, erano diventati i più forti al mondo. Campioni, in casa, nel contestato Mondiale del 1934.

Pochi mesi dopo si sarebbero confermati in Francia, spazzando via le malelingue che avevano parlato di una vittoria, quella di quattro anni prima, politica. Voluta e ottenuta con la forza dal Duce.

No, gli Azzurri erano ormai una vera e propria forza. Merito anche dei tanti oriundi, gli argentini “di ritorno” in Italia, naturalizzati per fare la differenza in campo con la Nazionale. Campioni come Raimundo Orsi, Luisito Monti, Enrique Guaita, Michele Andreolo, talenti determinanti che avevano dato la svolta al calcio italiano. Il capostipite dei quali, indiscutibilmente, era stato lui, Julio Libonatti da Rosario, stella del Torino.

Pioniere oltreoceano

Già, il Torino: dopo sarebbero venuti Mazzola-Loik-Gabetto, e poi Sala-Pulici-Graziani, ma il primo vero trio delle meraviglie, come fu rinominato all’epoca, fu quello composto da Adolfo Baloncieri, Gino Rossetti e Julio Libonatti.

Il primo era il vero cervello della squadra, interno come pochi se ne sono poi visti al mondo secondo tanti autorevoli storici, nato in Italia m cresciuto nelle strade di Rosario, in Argentina, le stesse di Libonatti con cui infatti si intendeva a meraviglia.

Rossetti era uno spezzino che badava al sodo, correva, aveva tempi di inserimento perfetti e segnava valanghe di gol grazie a un innato senso dell’anticipo, la capacità di prevedere una sponda, un lancio, prima dei difensori avversari.

E Libo? Lui era una sintesi mirabile tra i due, univa tecnica a capacità balistiche di prim’ordine, creava e segnava. Faceva la differenza insomma, il motivo per cui il Conte Marone Cinzano lo aveva ingaggiato andandoselo a prendere fino in Sud America, sfruttando la deroga che il Fascismo concedeva a chi volesse ingaggiare giocatori stranieri.

Andava bene, a patto che avessero avi italiani, e Libonatti fu il primo.

Campione in Sud America

Nato a Rosario, città baciata dal Dio del Pallone (qui sono nati El Trinche Carlovich, Cesar Menotti, Marcelo Bielsa, Angel Di Maria, un certo Leo Messi) era passato dal Rosario Central ma aveva esordito nel calcio con la maglia dei Newell’s Old Boys, siglando subito valanghe di reti così come in Nazionale.

A 18 anni aveva indossato per la prima volta la maglia dell’Argentina, segnando una tripletta in un memorabile 6-1 rifilato nientemeno che all’Uruguay e guadagnandosi il soprannome di El Potrillo (“Il Puledro”) per le sue sgroppate decise verso la porta avversaria.

In Argentina era rimasto fino al 1925, conquistando una Copa Amèrica nel 1921 da protagonista assoluto, tanto da essere portato a braccia dai tifosi dal campo da gioco alla lontana Plaza de Mayo.

Poi aveva accettato la corte serrata del Conte Cinzano, che voleva un campione per far vincere lo Scudetto al suo Torino, impresa mai riuscita prima.

Stella nella terra degli avi

In Italia Libonatti scoprì il gusto per la bella vita, le camicie sgargianti, il buon vino, ma in campo non mancò mai di far valere il suo contributo: in tutto in granata segnò 157 reti in 241 partite, guidò il Torino a due Scudetti (il primo revocato per motivi ancora oggi poco chiari) seguiti da un campionato perso all’ultimo tuffo, contro il Bologna, dopo una stagione che aveva visto i granata realizzare ben 117 reti.

Nelle nove stagioni che trascorse sotto la Mole, in totale, segnò la bellezza di 157 gol in 241 partite, una media impressionante se si pensa che più che un finalizzatore era un centravanti di manovra, come il moderno falso nueve che lui interpretava benissimo già nei lontani anni ’20 e ’30.

Avrebbe potuto segnare molto di più, ma si accontentò di essere l’idolo incontrastato della folla e delle notti torinesi, circondandosi di amici e tifosi adoranti, incantati dalle sue giocate di altissima classe, degne di un tanguero.

Con l’Italia fu il primo “oriundo” italo-argentino, aprendo la strada a Monti, Guaita, Orsi, uomini che avrebbero poi contribuito ai primi successi mondiali degli azzurri di Pozzo.

Gloria e polvere

Con la sua “Nazionale di adozione” el Matador – un altro dei suoi soprannomi, che ne sottolineava l’eleganza nei movimenti – segnò ben 15 reti in 18 partite, contribuendo in modo determinante alla conquista di due Coppe Internazionali, trofeo antenato degli attuali Campionati Europei.

Chiuse con il Genoa, sceso per la prima volta in Serie B e da Libonatti riconsegnato al calcio che conta, prima di una fugace e sfortunata esperienza al Rimini, conclusa anzitempo per un infortunio.

Pagato 2.000 lire al mese nel 1925, ben quindici anni prima che gli italiani sognassero uno stipendio di 1.000 grazie alla celebre canzone di Gilberto Mazzi, dilapidò una fortuna in camice di seta, cravatte sgargianti, auto, donne e vita mondana.

Il biglietto per tornare in Argentina fu pagato da alcuni fan, amici ed ex-compagni, un mesto addio per uno dei più grandi eroi di sempre del nostro calcio.

Soltanto Paolo Pulici ha saputo segnare più di lui nel Torino, ed è stato l’apripista per i numerosi italo-argentini che hanno fatto successivamente le fortune del nostro calcio.

Per questo, e per la classe cristallina che seppe mettere in mostra nei suoi anni migliori, l’Italia e il calcio italiano non dovranno mai dimenticare chi fu Julio Libonatti, il primo oriundo.


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