Luigi Barbesino

14 maggio 1913: per la prima volta nella storia un club inglese, il Reading, venuto in tournée in Italia per maramaldeggiare com’è in uso all’epoca, lascia il campo con la coda tra le gambe. A conquistare la prima vittoria di un club italiano contro i “maestri del football” è il Casale, sodalizio nato appena quattro anni prima per volere del professore ebreo Raffaele Jaffe, che insegna all’Istituto Tecnico Leardi di Casale Monferrato e che è rimasto conquistato dal “foot-ball” dopo averlo visto praticato da alcuni suoi allievi. Nessuno può immaginarlo, ma in pochissimo tempo l’entusiasmo dilagante che ne consegue porterà il Casale a diventare una delle squadre più forti d’Italia, forse la meteora più accecante e incredibile nella storia del nostro calcio.

Il capitano di quella squadra è Luigi Barbesino, è un allievo proprio di Jaffe e nell’anno della fondazione del club ha appena 15 anni. È altissimo per l’epoca, tanto da guadagnarsi (con i suoi 186 centimetri di altezza) il soprannome di “Corazziere”, ed è ovviamente il centromediano della squadra, l’anima, primo difensore e primo costruttore di gioco come il “Metodo” in uso all’epoca impone. Dopo due anni passati a dimostrare di meritare la massima serie i nero-stellati (la divisa nera è stata scelta per accentuare la rivalità con i bianchi della Pro Vercelli, all’epoca dominatori del campionato italiano) arrivano in Prima Divisione, migliorando rapidamente le proprie prestazioni: quando il Reading arriva in Italia il Casale è già una delle migliori squadre della penisola, tuttavia è scontato che non ci sarà partita dato che gli inglesi hanno già sconfitto il Genoa per 4 a 2 e il Milano con un roboante 5 a 0. Il 14 maggio del 1913 ecco invece che arriva la sconfitta contro i neri di Monferrato, che si impongono per 2 a 1 grazie alle reti di Varese e Garasso e guadagnandosi celebrazioni entusiaste di tutta la stampa: gli inglesi non sono poca cosa, e nei giorni successivi si rifaranno battendo la Pro Vercelli Campione d’Italia e persino la Nazionale azzurra.

Luigi Barbesino è anche il capitano dello Scudetto, che arriva non del tutto inatteso la stagione successiva, nel 1914, quando il Casale prima si impone nel girone piemontese (estromettendo in extremis proprio la Pro Vercelli) quindi nel girone finale dell’Italia settentrionale, piazzandosi davanti al Genoa. La finale per il titolo è poco più di una formalità, visto che ai tempi la differenza di valori tra Nord e Sud è impressionante: i nero-stellati sconfiggono i campioni meridionali della Lazio con un netto 7 a 1 sul proprio campo e si ripetono a Roma per 2 a 0, conquistando il loro primo Scudetto. Resterà unico e inimitabile (la città più piccola di sempre a vincerlo) visto che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e poi un brusco calo di prestazioni allontanerà la squadra dalle posizioni di vertice in un calcio che diventa anno dopo anno sempre più professionistico e competitivo. Nel 1934 il Casale abbandona la massima serie e non la ritroverà mai più: oggi, dopo numerosi problemi societari, gioca in Eccellenza, quinto livello del sistema calcistico nazionale. Barbesino diventa allenatore, e porta subito il Legnano in Serie A, poi allena la Roma, quattro stagioni in cui arriva anche a sfiorare lo Scudetto nel 1936, quando i giallorossi si piazzano secondi, un punto dietro il Bologna campione. Già aviere durante la Prima Guerra Mondiale, si arruola nella Regia Aeronautica una volta conclusa l’esperienza in panchina, divenendo osservatore d’aeroplano, e dopo numerose missioni di ricognizione andate a buon fine scompare nel mar Mediterraneo insieme a tutto l’equipaggio, probabilmente per un incidente avvenuto a causa del maltempo. Possente, coraggioso, pieno di entusiasmo e con una leadership naturale, Barbesino aveva giocato anche 5 partite in Nazionale, partecipando alle Olimpiadi del 1912, secondo più giovane esordiente di sempre in azzurro – dopo Renzo De Vecchi – a 18 anni e due mesi. Il suo corpo è scomparso ma il suo ricordo resterà indelebile nella piccola cittadina che, un secolo fa, conquistò l’Italia calcistica: ogni anno un gruppo di tifosi lo ricorda, insieme ai compagni che fecero paura agli inglesi, mentre pure Roma gli rese omaggio, giocando in suo onore un torneo calcistico militare l’anno successivo alla sua scomparsa.

Anche il professor Jaffe fu vittima della guerra: arrestato per via delle sue origini ebraiche, fu tenuto in attesa diversi mesi visto che per la legge italiana, essendosi convertito dopo un matrimonio, non doveva essere deportato. I tedeschi la pensavano diversamente, e fu così che il creatore della grande compagine nero-stellata partì per Auschwitz, dove trovò immediatamente la morte nelle famigerate camere a gas.