Recensione di “The English Game”, le differenze tra fiction e realtà

Una recensione di “The English Game”, la nuova mini-serie di Netflix uscita lo scorso 20 marzo e che ha fatto scoprire al grande pubblico il fascino e la bellezza di quel calcio vittoriano di cui scrivo ormai da anni, almeno dal mio punto di vista non può che essere parziale e condizionata dalla visione “su schermo” di personaggi ed eventi fino a questo momento solo a malapena immaginati.

Non essendo un esperto di cinematografia o di sceneggiatura, infatti, non posso esprimere un vero e proprio giudizio “tecnico” sull’opera che Julian Fellowes (“Gosford Park”, “Agente 007 – Il domani non muore mai”, “The Tourist” e “Downton Abbey”) ha scritto avvalendosi comunque della consulenza di grandi storici di calcio come – tra gli altri – Andy Mitchell e Tony Collins. Mi limiterò a dire che al netto di tutti gli artifici utilizzati per creare una trama capace di arrivare al grande pubblico “The English Game” secondo me centra l’obiettivo, raccontando la trasformazione del calcio da hobby per gentiluomini a religione di massa.

Le prove degli attori protagonisti, così come dei comprimari, sono più che convincenti, e anche se la storia sembra ogni tanto prendere direzioni diverse riesce comunque a non perdere di vista il proprio scopo. Forse per questo alcune storie risultano poco approfondite, o risolte in modo piuttosto sbrigativo: senza dubbio una durata maggiore (gli episodi sono appena 6 e durano dai 45 minuti all’ora scarsa) avrebbe aiutato, mentre una maggiore attenzione al calcio avrebbe avuto come probabile effetto collaterale la perdita d’interesse del grande pubblico.

  • La mia recensione di “The English Game”
  • La trama
  • “The English Game”, differenze tra fiction e realtà

La mia recensione di “The English Game”

Per questo motivo la recensione di “The English Game” non può che essere personale: parliamo di un’opera che tocca svariati argomenti e che forse non approfondisce a sufficienza quelli principali, la nascita del football e la lotta di classe intorno alla nascita del professionismo. Tuttavia, secondo me, si tratta di una serie ben fatta e che centra l’obiettivo, riuscendo a raccontare agli spettatori il momento esatto in cui il calcio ha smesso di essere un gioco ed è diventato qualcosa di più.

Questo accade grazie alla cura maniacale dei particolari, che ci permettono nelle (forse poche) scene di gioco di assistere a quello che doveva essere il gioco più bello del mondo a pochi anni di distanza dalla nascita: nella prima partita in particolare c’è tutto quello che chi studia questo periodo del football conosce, il “kick and run” degli Old Boys dell’aristocrazia londinese e il “combination game” degli operai, una contrapposizione che ovviamente non riguarda semplicemente due diversi approcci tattici ma che ha radici ben più profonde.

Anche se la trama subito dopo l’inizio diventa molto fantasiosa, mescolando diverse figure in poche e riassumendo numerose stagioni in un paio d’anni, l’inizio e la fine della serie corrispondono con quanto avvenuto realmente tra Londra e il Lancashire intorno alla nascita del professionismo e non mancano le chicche storiche, veri e propri omaggi che chi ha studiato la storia del calcio vittoriano non potrà non apprezzare. La mia recensione di “The English Game” non può essere che buona: permette al football dei pionieri di arrivare a un pubblico vasto che poi potrà decidere personalmente se approfondire o meno la storia.

La trama

All’inizio degli anni ’60 del XIX secolo il calcio prende vita ufficialmente con la nascita della Football Association, federazione formata dai rappresentanti di numerosi club londinesi legati alle scuole private più importanti del Paese che intendono creare un regolamento unico per sfidarsi tra loro. Creato dalla medio-alta borghesia inglese, il gioco rimane per oltre 15 anni di esclusiva proprietà dei suoi creatori, attirando folle modeste anche in occasione delle finali di FA Cup, competizione nazionale aperta a chiunque ma che non ha mai visto emergere una realtà senza alcun legame con gli storici istituti delle Home Counties.

Qualcosa cambia nel 1879, quando grazie a quello che si può definire il primo vero “colpo di calciomercato” l’imprenditore di Darwen James Walsh riesce a portare nella squadra locale due talenti scozzesi, Jimmy Love e Fergus Suter. Calciatori di talento, ottengono un lavoro in città e una paga maggiorata per fornire il loro contributo sul campo, che in effetti entusiasma il pubblico e porta un club che fino a quel momento non era mai riuscito ad emergere a sfidare quasi alla pari i fortissimi Old Etonians, gli ex studenti di Eton guidati da quella che è la più grande stella del periodo, Arthur Kinnaird.

Nei quarti di finale della FA Cup del 1878/1879 si consuma un vero e proprio scontro di classe, che darà l’inizio a una storia destinata a cambiare il mondo del calcio – e forse anche quello della società inglese – per sempre. Da una parte i nobili, che hanno creato un gioco di cui adesso sono gelosi e che non ritengono andrebbe sporcato dal vile denaro, dall’altra le realtà proletarie, decise a prendersi sul campo una rivincita troppo a lungo negata e a ribaltare uno status quo che in troppi ritengono immutabile.

“The English Game”, le differenze tra fiction e realtà

Come detto, e come già avevo ipotizzato in un video sulla mia pagina Facebook una settimana prima della messa in onda, “The English Game” non può essere considerata una fedele ricostruzione di quanto avvenuto negli anni ’80 del XIX secolo né vuole esserlo. Le esigenze di trama, la necessità di dare una consistenza ai personaggi attraverso lo sviluppo delle varie storie personali, hanno portato a una storia che vede club ibridi, eventi accorpati e protagonisti in molti casi romanzati.

Una scelta lecita, che può far storcere il naso ai puristi del football vittoriano – ma quanti ce ne sono? – e che però io ritengo l’unica possibile per non scadere nel documentaristico, che certo non è mai stato l’obiettivo di Fellowes. Andare a scoprire i personaggi e le loro storie è del resto una cosa divertente – e qui su “L’Uomo nel Pallone” potete già farlo con i numerosi articoli che ho scritto in passato – e che in questi giorni mi ha portato non pochi riconoscimenti di cui non posso essere che fiero.

Gli approfondimenti che seguono non sono dunque da considerare critiche o puntualizzazioni, ma un semplice modo per parlare ancora di questa bella serie e per analizzare tutti gli accorgimenti che sono stati utilizzati dagli autori della sceneggiatura.

Arthur Kinnaird

Riprodotto quasi perfettamente, Arthur Kinnaird fu il miglior calciatore della sua epoca e dedicò l’intera vita al football. La consulenza del biografo ufficiale Andy Mitchell si vede nell’esultanza con cui festeggia il primo gol al Darwen – una “verticale” con cui è stato immortalato anche in una statua presente nel National Football Museum – e nella discussione che lo riguarda a tavola, quando alla preoccupazione della moglie che afferma di aver paura che un giorno il marito potrebbe tornare a casa con una gamba rotta l’amico Marindin risponde ironicamente con “se accadrà non sarà certo la sua”.

Kinnaird era famoso per la foga con cui giocava: in campo cercava spesso lo scontro fisico, che come molti della sua epoca riteneva parte integrante del gioco, e quindi non è certo corretto affermare che in qualche modo si “trasformasse” a causa del football, come Lady Alma afferma durante la prima puntata. La passione per il pallone non portò mai Arthur ad avere uno scontro né con il padre né con la moglie, e penso sia scontato sottolineare come né la rivolta a cui assiste a Darwen né l’investimento nella ditta tessile che produrrà maglie da calcio sono reali.

Vero è che fu capace come pochi di capire “la plebe”, complice anche la forte educazione cristiana ricevuta da ragazzo, ma Arthur Kinnaird non si propose mai di guidare le associazioni “ribelli” contro la Football Association di cui fu sempre membro influente. Infine il suo palmares consiste in 9 finali di FA Cup giocate e 5 vinte, a differenza delle 4 osservate da Suter poco prima della gara che chiude la serie.

Fergus Suter

Vero e proprio protagonista dello show, chiamato a rappresentare l’anima degli operai decisi a sfidare la nobiltà e dei professionisti che intendevano trasformare il calcio per sempre, Fergus Suter fu sicuramente uno dei migliori calciatori della sua epoca ma certo non il più forte in circolazione. Fu lui, questo è vero, a cambiare radicalmente il gioco del Darwen e poi dei Blackburn Rovers, portando lo stile scozzese contraddistinto dal gioco di squadra anche grazie alla sua posizione di difensore, che gli permetteva di avere una migliore visione del gioco nel suo complesso.

Nella serie Suter è ben diverso da quello che possiamo studiare nei libri di storia: è un attaccante, che guida la squadra e che opera da regista avanzato nonché goleador, chiaramente una scelta degli sceneggiatori per rendere il suo personaggio più affascinante. Questo spiega anche la storia familiare che lo vede quasi costretto a lasciare il Darwen per una paga che gli permetta di salvare la madre e le sorelle dal padre alcolista e violento: in realtà quello che viene considerato con Love – giustamente – “il primo professionista nella storia del calcio” operò ogni scelta in carriera scegliendo l’opzione più remunerativa, cosa peraltro comune tra i campioni scozzesi che seguendo le sue orme arrivarono a fiumi in Inghilterra negli anni successivi.

Si dice che lasciò Darwen anche a causa di una gravidanza inattesa di una donna del posto, mentre è appurato il fatto che non abbia mai lavorato in tessitura: scalpellino, mollò il lavoro appena una settimana dopo il suo arrivo nel Lancashire affermando che le pietre locali erano troppo dure.

James Love

La presenza di Jimmy Love non era scontata, ed è un segnale di come gli autori abbiano prestato particolare attenzione anche ai personaggi secondari: figura tutt’altro che marginale nella storia del calcio, Love era un attaccante che si era messo in luce nel Partick e fu il primo a raggiungere Darwen, in fuga da Glasgow dove la crisi aveva messo in ginocchio l’attività di famiglia e lo aveva coperto di debiti, per poi essere raggiunto dall’ex compagno Suter. Il rapporto tra i due è ovviamente romanzato, anche se è presumibile pensare che fossero buoni amici, e lo stesso vale per il resto della carriera.

Nella fiction Love si affeziona a Darwen, trova l’amore e poi finisce per giocare una gara nel Blackburn rompendosi una gamba. Nella verità l’attaccante – di cui non esiste una foto – sparì ben presto dalla circolazione: ancora braccato dai debitori si arruolò nell’esercito e partecipò alla battaglia per la difesa di Alessandria d’Egitto, sopravvivendo alla guerra ma morendo poco dopo forse a causa di una misteriosa malattia africana. La sua scomparsa è datata 1882, anno in cui Suter e i Rovers raggiungono la finale di FA Cup. Perdendo.

Blackburn Football Club, Blackburn Rovers e Blackburn Olympic

A un certo punto della storia Suter cambia casacca, indossando quella dell’ambizioso Blackburn Football Club che sta facendo incetta dei migliori calciatori in circolazione per sfidare ad armi pari i nobili inglesi. Il proprietario è il signor Cartwright, figura inventata che come James Walsh rappresenta i primi imprenditori che avevano visto nel calcio professionistico il futuro. Anche la squadra è del resto fittizia: si tratta della fusione tra il Blackburn Olympic, primo club operaio capace effettivamente di alzare al cielo la FA Cup nel 1883 dopo aver steso gli Old Etonians, e i Blackburn Rovers in cui ha giocato Suter, finalisti sconfitti nel 1882 e poi capaci di vincere nel 1884, 1885 e 1886.

Perché una squadra ibrida? Perché Suter non ha mai giocato nell’Olympic, club che è del resto durato pochissimo pur contribuendo per primo a trasformare il calcio. La scelta degli sceneggiatori di mescolare le due squadre in una sola può essere discutibile, ma a livello di trama oggettivamente non toglie niente. Si spiega così anche la presenza ricorrente, pur se secondaria, di Jack Hunter, anima della squadra capace per prima di portare la FA Cup tra gli operai. La politica aggressiva in sede di “calciomercato” è invece tipica dei Rovers, che esasperarono il concetto di “finto professionismo” lanciato dal Darwen e ripreso dall’Olympic spazzando via entrambe le realtà.

Darwen Football Club

Vero è che si trattò del primo club ad accogliere due professionisti, seppur mascherati. Falso che la sua storia si esaurì nel giro di una stagione. Anzi, dopo la sfida con gli Old Etonians nel 1879 arrivò addirittura in semifinale di FA Cup nel 1880/1881, cadendo contro gli Old Carthusians. Suter se ne era già andato, a dimostrazione di come la squadra fosse comunque valida anche senza di lui. Furono i grandi sforzi economici per cercare di conquistare la coppa, sogno mai realizzato, a determinare la rapida scomparsa di questo mitico club.

Amichevole Darwen-Blackburn

Si tratta di una gara effettivamente andata in scena e che fece registrare la prima rissa tra tifosi. In questo caso, dunque, la storia è reale. I tifosi del Darwen fischiarono Suter, definendolo un mercenario e invitando il capitano Marshall a dargli una lezione. Quando questo avvenne – entrata vigorosa ai danni dell’ex e non di Love, che non era neanche presente in campo – scattò la rissa. Vi ho già raccontato questo episodio qui.

Thomas Marshall

Poco da dire sul capitano del Darwen, che nella storia accoglie malamente i due “mercenari” scozzesi e che poi in un eccesso d’ira finisce per spezzare una gamba a Love. Ala rapida e abile nei cross, le sue prestazioni gli valsero una chiamata in Nazionale e una fugace apparizione nell’Olympic quando ormai la stella del club stava per spegnersi.

Francis Marindin

Presentato come vero e proprio antagonista della serie, tanto per cominciare Francis Marindin era di dieci anni più anziano di Kinnaird. I due non avevano studiato insieme ma, questo è vero, avevano contribuito a fondare gli Old Etonians. All’epoca dei fatti aveva già appeso gli scarpini al chiodo per dedicarsi a tempo pieno al ruolo di presidente della Football Association e arbitro di svariate finali di FA Cup, compresa quella del 1883 che vide gli operai dell’Olympic battere proprio il suo ex club.

Marindin non fu mai un portiere, ma un eccellente difensore, e non giocò mai negli Old Etonians mentre invece fu l’anima dei Royal Engineers, primo club inglese a giocare secondo lo stile “combination” degli scozzesi. Fu davvero contrario al professionismo ma fu sempre spinto dall’amore per il gioco, finendo per farsi cavallerescamente da parte quando fu evidente che questo era cambiato per sempre.

Alfred Lyttelton

Di dieci anni più giovane rispetto a Kinnaird e di venti rispetto a Marindin, ovviamente Lyttelton non giocò mai con i due né studiò insieme a loro. Fu un attaccante eccezionalmente tecnico, ideatore di numerose finte passate agli annali, e straordinariamente egoista. Fu, soprattutto, un eccellente giocatore di cricket, sport che praticò anche dopo il ritiro dal calcio e che lo portò a una tragica morte a 56 anni per via di una peritonite conseguenza di un violento tiro che lo aveva colpito allo stomaco durante una partita in Sud Africa.

Le partite

La rimonta del Darwen ai danni degli Old Etonians, in vantaggio 5-1 e raggiunti sul pari nell’ultimo quarto d’ora di gioco, è avvenuta realmente, così come la rinuncia ai supplementari da parte degli Old Boys. Seguirono due replay: il primo terminò 2-2 e non viene raccontato nella serie, il secondo 6-2 per Kinnaird e compagni come ci viene mostrato. In entrambe le occasioni il viaggio a Londra fu permesso grazie a una raccolta di fondi a Darwen, come correttamente viene mostrato su schermo.

La finale di FA Cup del 1883 vide gli Old Etonians passare in vantaggio e quindi l’Olympic pareggiare. Si andò ai supplementari, scelta inevitabile vista l’alta affluenza del pubblico – circa 8mila spettatori, un record per l’epoca – e anche grazie all’infortunio occorso a Dunn gli operai, con un uomo in più, trovarono il gol della vittoria con il giovanissimo Jimmy Costley. Ovviamente il fatto che vede Suter invitare un compagno a uscire per non avere vantaggi è completamente inventato ed è finalizzata a dipingere lo scozzese come “eroe buono” della storia.

Il professionismo

Le indagini sul professionismo mascherato dei club del Lancashire partirono nella stagione 1883/1884 e portarono alla squalifica nel corso della FA Cup di numerosi club. Tra questi il Preston North End, che invece di negare passò all’attacco della FA minacciando la fuoriuscita di tutte le squadre “operaie” dalla federcalcio. Questo avrebbe portato all’accettazione del professionismo nel 1885, alla nascita del primo campionato di calcio nel 1888 e alla definitiva scomparsa degli Old Boys negli anni a venire.

Sitografia

Bibliografia

  • Cola, Simone (2016) Pionieri del Football – Storie di calcio vittoriano 1863/1889 (Urbone Publishing)

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