Renato Raccis, il bomber sardo fermato solo dal destino

Moltissimi appassionati di calcio, chiudendo gli occhi e pensando al binomio “gol & Sardegna” avranno come prima e maestosa immagine quella di Gigi Riva, indimenticato bomber della Nazionale e del Cagliari Campione d’Italia nel 1970.

Pur essendosi distinto con la maglia degli isolani ed essendo sardo d’adozione, però, “Rombo di Tuono” era nato a Leggiuno, provincia di Varese. Ecco allora altri nomi: Pietro Paolo Virdis, Gianfranco Zola. la bandiera degli anni ’70 e ’80 Luigi Piras. E poi?

Renato Raccis, forse il primo vero bomber sardo del calcio italiano.

Nato nel piccolo paesino di Mandas, provincia di Cagliari e importante snodo ferroviario dell’intera Sardegna, Raccis si distingue fin da piccolo per l’estrema abilità in un gioco, il foot-ball, che proprio negli anni della sua giovinezza è prima divenuto calcio per gli italiani, e poi ne è diventato addirittura sport nazionale, il più seguito e amato.

Nel 1934 l’Italia di Vittorio Pozzo ospita e vince la seconda edizione della Coppa Rimet: Benito Mussolini, che nei primi anni di Governo aveva tentato addirittura di sopprimere la popolare disciplina sportiva arrivata dall’Inghilterra, si è accontentato di riscriverne la storia dandogli improbabili natali italiani.

Renato Raccis a Prato, un viaggio inaspettato

A Renato Raccis tutto questo importa poco, ma quando l’Italia si ripete nel 1938 in Francia ecco invece che già può definirsi un giocatore di calcio vero e proprio: formatosi nel piccolo club amatoriale del San Saturnino, si è poi trasferito nel Dopolavoro San Giorgio, club che serve a formare i giocatori del futuro per il Cagliari, che in quegli anni si barcamena tra seconda e terza serie anche per via di difficoltà economiche non indifferenti.

Puntare sui giovani è una scelta e soprattutto una necessità, ma Renato Raccis non vestirà mai la maglia del Cagliari in una partita ufficiale: il club infatti lo prova in alcune amichevoli, ma quando si tratta di acquistarne le prestazioni si scopre che la bravura del ragazzo, eccellente finalizzatore dotato di dribbling, fisico e molta determinazione, è tale che la sua fama è già arrivata oltre i confini dell’isola.

Raccis finisce in Toscana, sembra prossimo a vestire la maglia della Fiorentina ma poi arriva improvvisa un’importantissima offerta da parte del Prato, società calcistica allora della provincia fiorentina che mostra in quegli anni una ferrea determinazione nel crescere di spessore: sulle rive del Bisenzio si sogna la Serie B, ed è per questo motivo che i “lanieri” scommettono forte su questo ragazzo. Saranno ampiamente ripagati.

La prima stagione di Raccis in bianco-azzurro è quella datata 1939-1940 e il Prato, inserito nel Girone E della Serie C, si impone immediatamente come una delle squadre più interessanti e forti del suo raggruppamento, e dopo aver pagato lo scotto della giovane età e del cambio di città anche Renato Raccis esplode in tutta la sua bravura.

Si sblocca soltanto alla sesta giornata, il 29 ottobre, ma lo fa rifilando una tripletta al malcapitato Grosseto, seppellito per ben 9-1 dai “lanieri” guidati in panchina da Mario Gianni, l’ex “Gatto Magico” del Bologna, e che in campo possono contare anche sul giovanissimo Ivo Buzzegoli, che in futuro sarà un cardine del “Vianema” di Gipo Viani, l’inventore del “Catenaccio”.

Dopo essere stato sempre a ridosso delle prime posizioni, il Prato crolla nel finale di campionato, permettendo al solido Spezia di superarlo. I bianco-azzurri chiudono con un deludente 4° posto che non porta la desiderata promozione, ma con il miglior attacco del girone.

70 sono le reti segnate in 28 partite, e ben 27 (in appena 25 presenze) sono quelle che portano la firma del giovanissimo bomber arrivato dalla Sardegna.

È nata una stella

Visti i presupposti, comunque, la questione-promozione sembra essere solo rimandata, ed è così infatti che vanno le cose: nel campionato 1940-1941 il Prato, che in panchina ha sostituito Gianni con Armando Bonino, conquista la promozione.

Lo fa grazie a un parziale riequilibrio tattico, che porta l’attacco ad essere comunque ben presente nei tabellini (60 le reti finali) e con una difesa strepitosa, capace di subire soltanto 15 reti in totale.

Il dato è ancora più interessante se si considera che 7 di queste arrivano nell’ultima gara, quando i pratesi hanno già la testa agli spareggi validi per la promozione e subiscono la vendetta del Grosseto che un anno prima aveva visto i primi gol proprio di Raccis. Il quale, nel girone finale valido per la promozione in Serie B, segna 3 reti in 6 gare, portando il suo ‘score’ stagionale all’incredibile cifra di 34 reti in 33 gare. È decisamente nata una stella.

In Serie B le cose, per il Prato, non vanno come sperato: ritrovata la categoria dopo una rincorsa durata dieci anni, i bianco-azzurri la perdono immediatamente presentando al via una formazione davvero troppo debole e senza rinforzi significativi.

Il solo Raccis, sempre più rinomato e temuto e anche per questo oggetto di marcature asfissianti e decise, non basta a salvare una squadra fragile che in trasferta non riesce mai a imporsi e che retrocede piazzandosi al 17° posto su 18 partecipanti.

Unica soddisfazione di un’annata disgraziata (il Prato a tutt’oggi non ha rivisto che sporadicamente la Serie B, l’ultima volta nel 1963) è l’esplosione definitiva della “saetta di Mandas”, che pure in una stagione così difficile realizza l’importante bottino di 10 reti, prima di lasciare la maglia biancazzurra.

Per la Serie C un bomber di tale spessore, capace di segnare non ancora ventenne 71 reti in 84 gare nel corso di tre stagioni, è infatti decisamente un lusso. Ancora adesso Renato Raccis è il miglior marcatore di sempre nella storia del Prato, pur se dalla sua ultima gara per i “lanieri” (Pisa-Prato 6 a 0, 12 luglio del 1942) sono passati più di settant’anni.

Doppio salto in alto

Non soltanto il centravanti non segue la squadra in Serie C, ma addirittura trova, ventenne, la Serie A. È sempre in Toscana che Raccis continua la sua inarrestabile ascesa: arriva in un Livorno che nella stagione precedente si è piazzato al 14° posto, salvandosi per appena un punto dalla retrocessione.

I labronici hanno deciso di ripartire da Raccis e dal nuovo tecnico Ivo Fiorentini, prematuramente bocciato dall’Inter: quello del 1942/1943 sarà un campionato storico per la compagine livornese, che a lungo condurrà persino il torneo per poi cedere soltanto nelle battute finali a quello che sta diventando “il Grande Torino” e che vede i mitici Ezio Loik e Valentino Mazzola all’esordio.

Il Livorno cede soltanto all’ultimo, mettendo in mostra un gioco bello e sorprendente dove spiccano i gol di Pianelli e appunto Renato Raccis, autore di 11 reti nell’esordio in massima divisione. Chissà cosa potrebbero combinare, i toscani, se la stagione successiva non arrivasse la guerra a interrompere i giochi.

In quelli che passeranno alla storia come “campionati di guerra” Renato Raccis si distingue nelle file dell’Asti, compagine davvero modesta ben presto estromessa dal torneo e in cui comunque il bomber sardo segna 4 reti in 11 apparizioni.

Successivamente vestirà anche la maglia della Juventus, quella della seconda squadra però, visto che si tratta del Dopolavoro Lancia: l’appuntamento con il bianconero, tuttavia, è considerato da tanti soltanto rimandato alla fine delle ostilità.

Quando la guerra finisce regola vuole che ogni calciatore torni nella squadra che ne deteneva i diritti prima delle bombe e dei mortai: Raccis ritorna a Livorno, dove ritrova il compagno d’attacco Pianelli e l’allenatore Fiorentini.

L’Italia ha ancora su di se le ferite della guerra, e il campionato 1945-1946 viene giocato con le squadre divise in due raggruppamenti, uno del Nord Italia e uno del Centro-Sud, per ridurre al minimo gli spostamenti e le spese: il Livorno supera brillantemente il suo girone, ma nella fase finale viene travolto dalle grandi compagini settentrionali, tornate prepotentemente sulla scena.

È ancora il Torino ad imporsi, davanti a Juventus e Milan, e la storia si ripete anche la stagione successiva, quando si torna al girone unico: il Livorno, intanto, ha esaurito l’effetto sorpresa e la sua magia, e si piazza al 15° posto per la delusione dei suoi tifosi, che pure ancora possono godersi le magie di Raccis, autore anche in una stagione non facile di ben 17 marcature che valgono, finalmente, l’interesse deciso dei grandi club metropolitani.

Patto con il Diavolo

Sono Juventus e Milan a darsi battaglia per ingaggiarlo: entrambe vedono nel bomber di Mandas un rinforzo decisivo per ambire a uno Scudetto che è sempre più prerogativa di Valentino Mazzola e compagni. Alla fine la spunta il Milan, con il presidente Trabattoni che consegna all’allenatore Bigogno quell’attaccante sardo di cui ormai parla tutta la Penisola: riuscirà il ragazzo a compiere il salto definitivo, diventando un campione e consegnando ai rossoneri uno Scudetto che manca da quarant’anni?

Purtroppo la storia, il destino, hanno deciso diversamente. Arrivato nell’estate del 1947, Renato ci mette poco ad adattarsi alla vita di una grande città come Milano, che pur nei terribili anni dell’immediato dopoguerra appare comunque decisamente affascinante a chi ha vissuto fino a quel momento soltanto in piccole realtà di provincia.

Più difficile risulta il suo adattamento sul campo, con il nuovo club che gli richiede un compito più di sacrificio rispetto al passato vista la presenza nel reparto offensivo dell’estroso Carapellese e del bomber uruguaiano Hèctor Puricelli.

Raccis ha 26 anni, è nel pieno della sua maturità e dopo poco riesce comunque a mostrare tutte le sue qualità migliori: velocità, sfrontatezza, coraggio, un gran tiro che comunque lo porta a segnare 8 reti – pur decentrato rispetto al passato – e un dribbling portentoso che forse cerca con un po’ troppa insistenza, guadagnandosi i boati di ammirazione del pubblico di San Siro quando va bene e le imprecazioni di mister Bigogno quando finisce per perdere il pallone.

Verso la fine del torneo, però, improvvisamente la forma del giocatore comincia a peggiorare: Raccis appare sempre più stanco e affaticato, proprio mentre il CT Vittorio Pozzo ha cominciato a seguirne le prestazioni in vista delle convocazioni per l’Italia.

Il 28 marzo del 1948 il Milan ospita la Triestina di Nereo Rocco e ottiene soltanto un deludente pareggio per 1 a 1: Raccis non lascia il segno, si mangia un gol facile, finendo contestato dai tifosi visto che già nel turno precedente un suo errore dal dischetto è costato ai rossoneri la sconfitta con il Bologna.

Un destino amaro

Negli spogliatoi però viene fuori la verità: “la saetta di Mandas” non era – come dicono le cronache dell’epoca – “in giornata di scarsa vena”, bensì debilitato da una malattia che peggiora sempre più. Ha oltre 38 di febbre, e successivi esami clinici diagnosticano una grave forma di tubercolosi.

Renato Raccis, 27 anni ancora da compiere, deve improvvisamente abbandonare il calcio, appendendo gli scarpini al chiodo proprio nell’età in cui i campioni raggiungono il proprio apice. Quello a cui anche lui sarebbe certamente arrivato se solo il destino non si fosse messo nel mezzo come nessun difensore aveva saputo fare prima. 

Ritorna a Cagliari e viene infine presto dimenticato, travolto da un calcio che rapidamente crea miti ma ancor più rapidamente, a volte, riesce a disfarsene. In quegli anni l’attenzione di tutti è verso il Grande Torino, poi ci saranno le crisi della Nazionale, infine lo storico Scudetto del 1970, vinto proprio dal Cagliari guidato da “Rombo di Tuono” Gigi Riva.

Chi incrocia quello che fu un tempo il primo vero bomber sardo noterà lo sguardo malinconico, si accorgerà che di pallone parla malvolentieri, e a nessuno racconta quei giorni gloriosi interrotti da un destino amaro.

Quando muore, 57 anni compiuti da poco nell’estate del 1979, Renato Raccis non è un nome che viene ricordato da molti: eppure si può dire che sia stato il primo vero bomber sardo della nostra Serie A, uno dei primissimi calciatori (prima di lui solo altri tre) ad aver lasciato l’isola per giocare in massima serie, il bomber eterno del Prato e tra i protagonisti del Livorno dei miracoli del 1943.

Insomma un campione vero, a cui solo il destino negò un posto immortale nella storia del nostro calcio. Un posto che ogni vero appassionato di questo nostro sport, però, deve riconoscergli.


FONTI:

  • Fontanelli, Carlo/Tatti, Giancarlo/Ancilotti, Luciano (2012) AC Prato – Oltre un secolo in biancoazzurro, GEO Edizioni
  • Raccis, Fabrizio (17/06/2012) Renato Raccis: la leggenda sarda del calcio, Raccis Channel
  • Fadda, Mario (29/03/2014) L’ultima partita di Renato Raccis, Mario Fadda 

“La saetta di Mandas” è il soprannome che gli ha dato lo scrittore Mario Fadda, che ringrazio per l’amicizia e per avermelo fatto notare. Per alcune sfumature di questa storia ringrazio anche la Biblioteca “Lazzerini” di Prato e il lettore Francesco Frasi.