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Robert Mensah, splendori e miserie del calcio africano

Kinshasa, 24 gennaio 1971, “Stadio 20 maggio”.

Mancano ancora tre anni e mezzo alla sfida che vedrà protagonisti Muhammad Ali e George Foreman e che sarà ricordata come “The Rumble in the Jungle”, ma un altro episodio storico per lo sport africano va in scena nello stadio, gremito in ogni ordine di posto per la finale di ritorno che assegna la sesta edizione della Coppa dei Campioni d’Africa.

A contendersi il trofeo nato nel 1964, come tre anni prima, i ghanesi dell’Asante Kotoko e i padroni di casa, i congolesi del TP Englebert. È in questo giorno che nasce la leggenda di uno dei più grandi portieri che l’Africa abbia mai conosciuto: Robert Mensah.

Il “miglior club d’Africa”

Con il risultato in bilico, i ghanesi – che hanno pareggiato l’andata in casa 1-1 – si vedono fischiare contro un calcio di rigore che potrebbe significare la fine di ogni sogno di vittoria: lo specialista e idolo di casa, Kagogo, posiziona il pallone sul dischetto, lo stadio trattiene il fiato.

Tutto è pronto per l’ennesima beffa ai danni dei Porcupine Warriors, che già tre anni prima si erano dovuti arrendere agli stessi avversari.

Si era trattato di una vera e propria beffa, visto che dopo aver pareggiato sia andata che ritorno, e dopo aver disputato anche dei tempi supplementari senza che il risultato cambiasse, era stato deciso dell’arbitro che soltanto il fato avrebbe stabilito quale squadra si sarebbe potuta fregiare del titolo di “miglior club d’Africa.

Il giorno successivo sarebbe stata lanciata in aria una monetina, e questa avrebbe sancito il vincitore della Coppa dei Campioni d’Africa 1967.

Si era trattato di una decisione presa in totale autonomia, tanto che la CAF, l’organo che aveva ideato il torneo, si era immediatamente opposta: impensabile che un trofeo così importante venisse assegnato sulla base della fortuna o sfortuna, a maggior ragione in una terra così superstiziosa come l’Africa.

Chi avesse voluto essere chiamato campione avrebbe dovuto vincere sul campo, in una terza sfida decisiva, una scelta moralmente indiscutibile che però fu frustrata da un piccolo particolare.

Nessuno si ricordò di avvisare i ghanesi della data prescelta, e quando questi ovviamente non si presentarono sul luogo della sfida vennero proclamati d’ufficio campioni i giocatori dell’Englebert, che invece erano stati perfettamente informati.

“Noi non fuggiamo, noi sappiamo soltanto combattere”

Robert Mensah ricordava questo episodio, ricordava la rabbia per una vittoria sfumata senza alcun demerito, ed era deciso con i compagni a vendicare la beffa.

Non si era abbattuto nemmeno quando, poco prima della finale di Kinshasa del 1971, alcuni soldati erano riusciti a sottrargli il berretto che indossava in quasi ogni gara.

Si era sparsa ormai la voce che questo non fosse un normale capo d’abbigliamento, bensì un feticcio magico che il portiere aveva ereditato da un parente e che serviva per praticare il juju, la temibile magia nera africana.

Invece di sentirsi perduto, però, Mensah ricordò le parole di un anziano di Kumasi e le fece proprie, giusto un attimo prima di voltarsi verso l’avversario pronto sul dischetto: “Asante Kotoko, noi non fuggiamo, noi sappiamo soltanto combattere”.

Il giorno in cui il Ghana si fermò

Quando infine rivolse lo sguardo a Kagogo, l’infallibile rigorista, questi si sentì improvvisamente venire meno quella forza e quella sicurezza che solitamente lo accompagnavano.

In un maldestro tentativo di sconfiggere la paura, che lo sguardo infuocato di Mensah gli aveva instillato nell’anima, calciò con forza ma senza precisione, spedendo la palla oltre la traversa.

In capo ad alcuni minuti, l’Asante Kotoko riuscì a far propria la gara, trionfando 2-1 e potendo così sollevare per la prima volta la Coppa dei Campioni d’Africa. Questo giorno fu noto come “il giorno in cui il Ghana si fermò”.

Si sarebbe trattato della gioia più grande nella vita di Robert Mensah, ancora oggi considerato tra i migliori portieri mai espressi dal calcio africano.

Si sarebbe trattato anche dell’ultima.

Robert Mensah, un mix di irreverenza e carisma

Questo straordinario personaggio nasce in un’imprecisata data del 1939 a Cape Coast, dove nel lontano 1903 un certo Mr. Briton, britannico di origini giamaicane, aveva creato il primo club calcistico del Continente, l’Excelsior, e si distingue già da giovanissimo nelle fila del club cittadino, i Mysterious Dwarfs, fondati proprio mentre il futuro idolo calcistico del Ghana veniva alla luce.

Le sue straordinarie prestazioni, frutto di una grande agilità e un coraggio al limite dell’incoscienza, attirano presto l’attenzione dell’Asante Kotoko, il club che sarebbe divenuto il più forte del Paese e successivamente il più forte dell’intera Africa, almeno secondo l’IFFHS, la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio.

Personaggio eccentrico, dotato di enorme carisma e tanto fenomenale nelle giornate migliori quanto disastroso in quelle meno fortunate, Mensah si era distinto, oltre che per la rinomata bravura tra i pali, anche per un atteggiamento irriverente che spesso lo aveva portato a inimicarsi giocatori e pubblico avversari.

Era noto, infatti, per la curiosa abitudine, nelle giornate in cui veniva raramente impegno dai rivali, di aprire un quotidiano e mettersi a leggerlo, disinteressandosi completamente della gara in corso, che evidentemente lo annoiava.

Anche il berretto che indossava quasi immancabilmente non lo rendeva ben visto: si diceva appunto che fosse un mezzo per praticare la magia nera, un’eredità di un qualche lontano e misterioso avo.

E così accadeva che nelle fasi più concitate di una gara, magari in seguito a una parata straordinaria o a un tiro uscito per un soffio, gli avversari perdessero la testa attribuendo alla magia, e non alla propria imprecisione o alla bravura del portiere, l’esito sfortunato dell’azione.

A quel punto scattavano spesso delle risse, con Mensah che non si tirava certo indietro nel difendere il proprio cimelio da chi glielo voleva sottrarre.

La morte di una leggenda

Non ci è dato sapere se Robert Mensah indossasse il suo magico berretto il giorno in cui, in un bar akpeteshie di Tema, litigò furiosamente con alcuni tifosi, che gli contestavano la mancata qualificazione del Ghana alla Coppa d’Africa del 1972.

Il portiere stava bevendo, abitudine che sempre aveva avuto e che mai aveva influito sulle sue prestazioni, e il suo carattere orgoglioso e combattivo lo portò a rispondere a tono ai balordi che lo avevano preso di mira.

Ne scaturì una rissa, l’ultima delle tante in cui rimase coinvolto, ma stavolta una bottiglia venne rotta e utilizzata come un coltello: ferito fatalmente, Bob Mensah non morì subito, lottando come sempre aveva fatto, ma dovette infine arrendersi il 2 novembre del 1971, poco più che trentenne.

Non sapremo mai quanto ancora avrebbe potuto dare al calcio africano questo straordinario personaggio, ma quel che è certo è che alla morte il mito divenne leggenda, una leggenda che potete ascoltare oggi in ogni angolo del Ghana: quella di Robert Mensah, che con uno sguardo di fuoco ipnotizzò l’avversario e regalò il primo successo di sempre al calcio della sua terra.

Il miglior portiere africano di sempre

Di lui il noto rubricista Addo Twum dirà:

“Fu un grande uomo, con grandi mani e un grande cuore, e senza dubbio il miglior portiere del Ghana. Gestiva il pallone da calcio con la stessa facilità con cui Joe Louis trattava i guantoni.

Ci saranno altri buoni portieri, ma non ci sarà mai un altro “Jascin” Mensah. Che sarà ricordato per la sua maglia nera e il suo berretto magico. Aveva un eccellente senso dell’anticipo, grandissima forma fisica e il coraggio e la sicurezza di gettarsi sui piedi degli avversari più pericolosi.

E naturalmente quelle mani magiche, che potevano prendere il pallone in aria senza alcuno sforzo, allo stesso modo in cui Pelé segna i suoi goal, non saranno mai più viste”.

Il Ghana intero si fermò, mentre la salma del grande eroe veniva portata da Tema a Kumasi: i bambini rifiutarono di andare a scuola, gli adulti fecero lo stesso con il lavoro.

Impossibile pensare, in un giorno così triste, a qualcosa che non riguardasse il grande Robert Mensah, il portiere dal berretto magico.


Chi fu Robert Mensah

Robert Mensah (Cape Coast, 1939 – Tema, 2 novembre 1971) è stato un portiere ghanese noto per le sue prestazioni sia con la maglia degli Asante Kotoko che con quella della Nazionale.

Con quest’ultima ha raggiunto la finale della Coppa d’Africa nel 1968 e ha partecipato alle Olimpiadi di Città del Messico dello stesso anno, finendo eliminato ai gironi da Ungheria e Israele. Con l’Asante Kotoko ha conquistato la Coppa d’Africa dei Campioni del 1971 ed è stato finalista nel 1967.

La scarsa documentazione esistente sul calcio in Africa in quegli anni non ci permette di ricostruire le presenze collezionate a livello di club e di Nazionale, ma con l’Asante Kotoko dovrebbe aver vinto almeno cinque campionati ghanesi.

Dal suo ultimo club, il Tema Textiles Printing, fu licenziato per non essersi presentato all’allenamento: i dirigenti ignoravano, o finsero di ignorare, che in realtà il grande Mensah era semplicemente impegnato in ritiro con la selezione del Ghana.

La sua storia, tra miti, leggende, superstizioni e organizzazione approssimativa, rappresenta al meglio sia gli splendori che le miserie del calcio africano di tanti anni fa.


SITOGRAFIA:

  • Bonsu, Michelle (23/08/2013), “The voodoo magic of Robert Mensah”, These Football Times
  • Wilson, Jonathan (31/10/2008), “Big man, big hands, big heart: remembering Robert Mensah, one of Africa’s greats”The Guardian