Sheffield Wednesday, where to Find Owls

Una ventina di anni fa sono stato a Sheffield per un paio di giorni. Con Internet agli albori, che in tutta franchezza all’epoca associavo più a una partita di Coppa UEFA fra i nerazzurri milanesi e una modesta squadra olandese, conscio della scarsa pesantezza del mio portafoglio, mi imposi scelte dal pericolo subodorato, imbattendomi nel tipico, inevitabile, terribile, hotel inglese di quei lustri.

A parte l’entrata da decadentismo preraffaelita, dove non sarebbe stato del tutto impossibile, almeno dopo un paio di pinte, veder scendere dalle scale il fantasma della Regina Vittoria, il corridoio delle camere anticipava il resto: moquette impolverata e carta da parati che quasi si staccava a ogni passo.

Ciononostante, la camera fu ancora peggio: il letto lo avevano incastrato fra il termosifone e la finestra, con vistose ragnatele che penzolavano indisturbate fin sopra il comodino. L’infisso ad anta scorrevole di metallo (d’altro canto è o non è la “Steel City”?) non si poteva chiudere completamente, e conseguentemente potete immaginare il rumore proveniente dalla strada.

E il bagno? Incassato in una sorta di nicchia in cui sbucava dal soffitto color ocra un rigido getto doccia da campeggio economico, adattissimo per il ritrovamento di un cadavere appeso in perfetto stile Miss Marple. Oh, per fortuna, in disaccordo con la legge di Murphy, stranamente, non piovve mai.

In quegli anni a Sheffield non c’era molto da vedere. C’era l’estetica della passata ricchezza del XIX secolo, la severità dei palazzi post-bellici e nei movie theatre del centro spiccavano in genere locandine imperniate sul tema della rabbia giovanile veicolata dal cosiddetto free-british-cinema. Sapevo che la città aveva dato i natali a Joe Cocker e, in seguito, seppi anche a una band storica dell’hard rock: i Def Leppard.

La disoccupazione? Tangibile. Questa problematica associata a Sheffield ti catapultava subito dentro “Full Monty”, pellicola di culto uscita nei mesi precedenti. Lo Shiregreen, il pub del famoso spogliarello cinematografico, esisteva davvero. Ci andai, mi dissero (più che altro mi fecero capire) che il sipario era lo stesso del film e che le donne la sera c’erano davvero, pronte a infiammarsi, urlare e applaudire.

Il locale sarebbe dovuto essere solamente il tipico “Working men club”, ossia un dopolavoro per chi il lavoro ce l’aveva, ma già di prima mattina si riempiva di persone, la maggioranza uscite dall’iconografia classifica dell’ufficio di collocamento, intente a giocare a “snooker” o in alternativa a freccette: il dardo in Inghilterra decide la supremazia dentro ogni pub.

Restando in tema Full Monty, mi parve giusto salire fino a Bardwell Road. Chi ha visto il film forse ricorderà questa strada di periferia in salita. C’è un motivo: Sheffield è stata eretta su sette colli come Roma, e per questo circola l’appellativo di” The city of seven hills”.

A Bardwell Road, Lomper, il disoccupato pel di carota, tenta il suicidio ma non riesce ad accendere il motore dell’auto che dovrebbe avvelenarlo con l’ossido di carbonio. A questo punto entra in scena Steve, altro senza lavoro, uno dalla pancia ben modellata dalla birra, che all’insaputa dei veri intenti di Lomper, crede di compiere una buona azione e gli fa ripartire il motore mandandolo al creatore.

Dal punto dove è stata girata questa scena, fra il macabro e il grottesco, guardando verso nord appare abbastanza nitidamente lo stadio di Hillsborough e il quartiere di Owlerton.

E qui occorre fare un salto indietro nel tempo perché chissà mai cosa avranno pensato i cittadini che, il 4 settembre 1867, (anzi, per l’esattezza la mattina seguente) sfogliando le pagine dello “Sheffield Indipendent” trovarono questa notizia:

SHEFFIELD WEDNESDAY CRICKET CLUB AND FOOTBALL CLUB.

At a general meeting held on Wednesday last, at the Adelphi Hotel, it was decided to form a football club in connection with the above influential cricket club, with the object of keeping together during the winter season the members of this cricket club. From the great unanimity which prevailed as to the desirability of forming the club, there is every reason to expect that it will take first rank.

In pratica si trattava dell’atto ufficiale di fondazione dello Sheffield Wednesday Football Club.

Certamente curioso il fatto di denominarsi Mercoledì (unico club inglese a corredare il nome con un giorno della settimana) ma diciamo che la bizzarria, se così la possiamo chiamare, è stata dettata semplicemente dal fatto che la squadra di cricket che ha dato linfa al sodalizio calcistico aveva, non l’abitudine come dicono certuni, bensì la necessità di disputare le partite al mercoledì in quanto formata per oltre metà da macellai. I quali, previo decreto legislativo, avevano la possibilità di chiudere il proprio esercizio nel giorno suddetto.

Dovranno passare vent’anni, prima che il club transiti nel professionismo e nel frattempo i Groveties, (nickname del periodo dovuto al loro impianto di Olive Grove) ripiegarono sulla Football Alliance di cui furono membri fondatori mettendola pure in bacheca nel 1892.

State pensando a Hillsborough, vero?

Nel 1899 venne abbandonato l’Olive Grove per trasferirsi a Owlerton, poiché il campo era stato preso in prestito dalle ferrovie e doveva essere riconsegnato alle “Reali” locomotive. La soluzione fu trovata per merito di James Willis Dixon, che offrì al “The Wednesday” una porzione del terreno della Hillsborough House Summer di cui era proprietaria la sua famiglia.

Divisione equa a un terzo: una parte finì al Wednesday, una alla chiesa metodista, e una all’attuale City Council di Sheffield. E comunque ecco l’embrione di quella che diventerà la casa definitiva dello Sheffield Wednesday. Il trasferimento nella zona di Owlerton causò anche il cambio di nickname della squadra.

Un pomeriggio un giocatore si presentò agli allenamenti con un piccolo gufo sulla spalla per onorare goliardicamente il toponimo del luogo.

Conseguentemente con Hillsborough arriverà un nuovo crest; un gufo, adagiato sul ramo con la White Rose of York, con sotto il cartiglio riportante il motto latino “Consilio et animis” (saggezza e coraggio).

Scorrendo il nastro della storia, inevitabilmente esso subirà dei rallentamenti, costretto da un lento, indispensabile replay nei primissimi, ruggenti anni ’90, quando la squadra guidata in panchina da “Big” Ron Atkinson conquisterà a Wembley la Coppa di Lega battendo il Manchester United davanti a 77.612 spettatori (refertati da Glenda Rollin e Jack Rollin nell’autentica Holy Bible del “Rothmans Football Yearbook”), grazie a una rete di John Sheridan da fuori area.

Lo Sheffield Wednesday militava in Seconda Divisione, e l’annata sportiva si concluderà in maniera meravigliosa in quanto riuscirà ad ottenere anche la promozione nella massima serie, nella quale poi conseguirà un clamoroso terzo posto, alle spalle del Leeds United campione e dello stesso Manchester United, un piazzamento che permise alle civette di iscriversi alle coppe europee. Mica poco.

In aggiunta, un paio di anni dopo, lo Sheffield Wednesday passato a Trevor Francis arrivò a giocarsi sia la finale di FA Cup sia quella di League Cup. Entrambi i sogni di vittoria furono spezzati dal “boring- boring” Arsenal che inflisse due brutte sconfitte ai poveri Owls.

Da quel giorno, a dirla tutta, il Wednesday è un po’ diventato simile a quel mio albergo: scarsamente attraente, declinante e poco vincente. Ma chissà, intanto questo mese ci sarà la possibilità di giocarsi la promozione in Premier attraverso i Play Off di categoria e in ogni caso, dovesse andar male, mutuando William Burroghs potremmo dire che la sconfitta e la distruzione del sé restano l’unica via di fuga dalle prigioni del calcio moderno.

Ora, siccome non tutti apprezzano i campetti e l’anonimato (mica c’è da biasimarli), toccando ferro (pardon, acciaio) meglio ripiegare, sempre in via letteraria, su Emile Cioran quando afferma che la vera eleganza morale consiste nell’arte di travestire le proprie vittorie in sconfitte. Cioran è divertente, magari un po’ contorto, io ho dovuto rileggere per capire se avevo scritto bene e inteso il senso. Ho scritto bene, il senso della frase naturalmente resta di soggettiva interpretazione e valutazione.

Insomma, in caso di bocciatura qualche attenuante, per il manager Carlos Carvalhal e per i vari Kieren Westwood, Sam Hutichinson e Steven Fletcher, si potrebbe perfino trovare.