Thomas Brown Mitchell, il Mourinho dell’800

Fin dai suoi albori, il calcio fu in continua evoluzione dal punto di vista tattico: il primo modulo riconosciuto, paragonabile oggi ad un 2-3-5, fu praticato in modo vincente ad alti livelli dai Blackburn Rovers, capaci di vincere ben 5 volte la Coppa d’Inghilterra dal 1884 al 1891, con addirittura tre vittorie consecutive.

Per tutti il “maestro della Piramide”, che importò a dire la verità dai rivali cittadini del Blackburn Olympic (il primo club esclusivamente formato per il football a vincere la FA Cup nel 1883) Thomas Brown Mitchell fu uno dei primi manager a tutto tondo che il calcio ricordi: scozzese di Dumfries, con la sua sagacia tattica confermò che se era vero che gli inglesi avevano inventato il calcio erano gli scozzesi ad averlo compreso e codificato.

Una vita piena di avventure

Varcato il Vallo di Adriano poco più che ventenne, vero appassionato di football, pur non potendo contare su qualità tecniche tali da permettergli di giocare riuscì lo stesso a ritagliarsi un posto nello sport tanto amato: Mitchell fu un arbitro rinomato, il primo capace di dirigere gare in tutto il Regno Unito, dalla natia Scozia all’Inghilterra passando per Irlanda e Galles.

Lasciata la Scozia si stabilì a Blackburn, dove conobbe e sposò una ragazza: forse il giovane Mitchell non poteva neanche immaginarlo, ma da quella città non sarebbe mai andato via, se non per una brevissima e infruttuosa parentesi.

Nel 1884 riuscì finalmente a convincere la dirigenza dei Blackburn Rovers a ingaggiarlo come manager: il calcio si stava avviando al professionismo conclamato, e i bianco-blu avevano appena subito lo smacco di perdere una finale di FA Cup e di vederla poi vincere dai rivali cittadini dell’Olympic.

Thomas Brown Mitchell non contribuì in modo diretto alla conquista della coppa 1883/1884, ma è possibile che diede comunque una mano, soprattutto nell’allestire la squadra che poi si sarebbe confermata campione per ancora due anni. Furono numerosi i calciatori che arrivarono sotto la sua guida, rinomati campioni scozzesi ma anche giovani talenti locali, che il nostro strappava alla concorrenza con molta aggressività e superando spesso i limiti della moralità e della legalità.

Un personaggio con luci e ombre

Il football, per questo carismatico quanto controverso personaggio, fu l’ancora di salvezza per una vita turbolenta che probabilmente lo avrebbe condotto in grossi guai, se fosse perdurata. Inizialmente infatti si era dedicato alla vendita di vini e liquori, finendo però addirittura ai lavori forzati per frode e per essersi appropriato in modo illecito di ingenti somme ai danni dei suoi stessi fornitori.

Come manager non fu un vero e proprio innovatore, quanto una presenza carismatica che seppe osservare, prendere il meglio degli altri e farlo meglio ancora: fu così che, intuendo il passaggio al professionismo, non mancò di sborsare denaro quando serviva per avvicinare i migliori giocatori della concorrenza e indebolirla a sua volta. Si trattava di una pratica scorretta, per cui fu più volte denunciato e multato, ma non vi è alcun dubbio che in campo questa strategia rase al suolo la concorrenza.

Dopo ave sconfitto in finale i mitici scozzesi del Queen’s Park in due occasioni, in quelle che potevano essere definite vere e proprie sfide tra nuovi mercenari e antichi quanto puri maestri, i Rovers si ripeterono per la terza volta consecutiva nel 1886, superando in scioltezza il West Bromwich Albion.

Spietato stratega

Fu questo l’apice di una squadra capace di dominare come mai nessuno prima era riuscito a fare, un’impresa che valse il riconoscimento della Football Association, che donò al club uno speciale vassoio d’argento celebrativo. Thomas Brown Mitchell fu anche figura molto attiva nella fondazione della Football League, spalleggiando l’amico e collega William McGregor e riuscendo, quindi, a garantire un posto al suo club nel neonato campionato professionistico.

Fu una mossa anche politica: esclusi, i concittadini dell’Olympic e del Darwen, solide realtà a metà degli anni ’80 del XIX secolo, finirono per sparire, impossibilitati a sopravvivere senza gli introiti derivanti dal prestigioso campionato. Senza pietà, Brown Mitchell depredò anche i rivali dei migliori giocatori, come aveva fatto ai tempi del Darwen con Fergus Suter e ripetendosi poi con il talento straordinario di Jack Southworth, strappato al morente Olympic.

Per sempre legato a Blackburn

Dopo aver assaggiato il vertice, i Rovers decisero di fare le cose in grande allargando il proprio impianto di gioco. Non fu una mossa felice, il pubblico non rispose e il club si trovò presto in gravi difficoltà economiche: non è detto che siano state queste a determinare l’addio, dopo 12 anni, di Thomas Brown Mitchell, quanto più, forse, differenze di vedute con la dirigenza a proposito di gestione della squadra.

Con un’offerta che lo rese l’allenatore più pagato al mondo, ben 200 sterline all’anno, si aggiudicò i suoi servigi il Woolwich Arsenal, che ambiva a diventare una solida realtà ma languiva in Second Division. Il miracolo però non si ripeté, e dopo una sola stagione il grande manager scozzese lasciò Londra per tornare in quella che ormai sentiva come la sua casa, Blackburn.

Qui visse fino all’agosto del 1921, quando scomparve all’età di 78 anni: la sua bara fu portata a mano da quattro suoi ex-pupilli, Herbert Fecitt, Jimmy Forrest, Johnny Forbes e Nat Walton. Insieme, questi uomini avevano scritto le prime grandi pagine della storia del calcio, dominando il gioco come mai nessuno prima era riuscito a fare.


SITOGRAFIA:

  • (28/05/2010) Thomas Brown Mitchell: Arsenal’s first professional manager, The History of Arsenal
  • (06/10/2014) Thomas Brown Mitchell – the Scot with a murky past who guided Blackburn Rovers to FA Cup success, Scottish Sport History