Tutto calcio che Cola #02 – Niente calcio, siamo inglesi

29 giugno 1950, Estádio Independência di Belo Horizonte, Brasile: dopo aver altezzosamente rifiutato di prendere parte alle tre precedenti edizioni dei Mondiali, l’Inghilterra scende dal trono nel quale si è seduta fin da quando il football è diventato fenomeno planetario e accetta di misurarsi con i comuni mortali. L’attesa per i “Leoni di Sua Maestà” è tanto alta da farli finire nel novero delle squadre favorite per la vittoria finale insieme all’Uruguay e ai padroni di casa, che finiranno poi per giocarsi effettivamente la coppa in quello che il mondo ricorderà come “Maracanaço”. Uno shock, la sconfitta del Brasile strafavorito, che forse fa passare in secondo piano quanto accade quel 29 giugno, dove si verifica qualcosa di quasi altrettanto clamoroso.

Tutto

L’Inghilterra, che può schierare tra le sue fila campioni del calibro di Wilf Mannion, Stan Mortensen e Tom Finney, cade contro i misconosciuti Stati Uniti, trafitta dal gol del lavapiatti haitiano Joe Gaetjens e bloccata dalle parate dell’impresario di pompe funebri di origini italiane Frank Borghi. Lo shock è incredibile, tanto che in patria molti non credono al risultato che giunge faxato da oltreoceano: 0 – 1? Avranno dimenticato un numero! 10 – 1, pensano gli inglesi, ancora convinti di una superiorità che sentono propria in quanto inventori del calcio. I maestri del football escono malamente al primo turno, ed è solo il primo di una serie di tonfi che da allora il calcio britannico collezionerà con la sola eccezione della vittoria casalinga ai Mondiali del 1966.

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25 novembre 1953, Wembley, Inghilterra: sono passati tre anni dalla disfatta brasiliana, ed ecco che in quello che considerano il proprio tempio – mai violato prima da nessuna squadra europea – gli inglesi ricevono la squadra del momento, l’Ungheria che ha vinto le Olimpiadi di Helsinki del ’52 mostrando al mondo un nuovo modo di giocare fatto di fluidità e movimenti sincronici che mandano in bambola qualsiasi difesa. Sulla panchina dei Maestri siede ancora Walter Winterbottom, lo stesso del 1950, e anche il modulo di gioco è rimasto immutato da allora: fedeli alle proprie verità come se fossero scritte su pietra gli inglesi vengono sbalorditi dai repentini movimenti del ‘calcio socialista’ di Puskas e compagni, finendo annichiliti in quello che forse un po’ troppo pomposamente avevano rinominato “il Match del Secolo”. Finisce 6 a 3 solo perché i magiari, che nella prima mezz’ora hanno già segnato quattro reti, sembrano avere pietà degli oltre 100,000 tifosi britannici presenti. Il 23 maggio dell’anno successivo si replica a Budapest: pur avendo avuto sei mesi di tempo per correggere il proprio gioco gli inglesi si presentano esattamente come a Wembley, rimediando quella che a tutt’oggi è la peggior sconfitta della propria storia: finisce 7 a 1 per i magiari, che dopo venti minuti sono già avanti di tre reti a zero.

Hungary v England

Ai Mondiali del 1954 l’Inghilterra supera il primo turno e poi viene sbattuta immediatamente fuori dall’Uruguay, nel 1958 arriva ancora un’eliminazione al primo turno, nel 1962 ecco un’altra eliminazione appena conclusi i gironi, quando cioè si comincia a fare sul serio. Solo allora, dopo ben 16 anni e numerose batoste, Winterbottom lascia la panchina di una squadra che ha ormai perso l’aura di imbattibilità che la circondava quando ancora il calcio era affare di pochi. E se è vero che nel 1966 arriverà la conquista dell’unico Mondiale vinto finora, è anche vero che ben presto si tornerà alla normalità di una nazionale mediocre o poco più, forse volutamente chiusasi in se stessa e che si accontenta di un calcio fisico, unico e divertente ma che alla prova dei fatti in Europa spesso finirà per dimostrarsi inferiore.

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In questi giorni tiene banco in Premier League il miracolo del Leicester di Claudio Ranieri, tecnico bravo e preparato e con una lunga carriera alle spalle ma certamente non il nuovo mago della panchina: in campo gli eroi sono gli sconosciuti (fino a pochi mesi fa) Vardy e Mahrez, giocatori senz’altro validi ma non certo così superiori a quelli che possono schierare le grandi quali le due squadre di Manchester, il Liverpool, l’Arsenal. Eppure il Leicester vola, forse semplicemente grazie ad una preparazione difensiva che incredibilmente, nel 2016 e in un campionato che vede in campo una grande percentuale di stranieri, ancora manca alle grandi protagoniste. Forse la mia è una visione un po’ troppo semplicistica della cosa, e confesso che pur amando il calcio inglese e conoscendone la storia posso dire di non essere informato e di seguirlo come molti dei miei contatti, senz’altro più sul pezzo e che invito a intervenire nei commenti. La sensazione che ho però è che ci sia qualcosa di squisitamente inglese in questa ingenua quanto pura visione del football, giocato a cento all’ora e tanto spettacolare e divertente quanto fragile quando va a scontrarsi con altre realtà, come testimoniato del resto dalle ultime edizioni delle coppe europee. Sembra quasi che gli inglesi – che guidano a sinistra, giocano di Santo Stefano, hanno la Regina e la Sterlina – rifiutino quasi di proposito di adeguarsi agli standard di un gioco forse più redditizio ma sicuramente molto meno divertente, e analizzando la loro storia calcistica ci si rende conto che fosse questo il caso sarebbe tutt’altro che sorprendente.

Leicester-City-v-Liverpool

Se il calcio, insomma, è quello che intendiamo noi – fatto di tattica, contromosse e marcature, studio e “ripartenze” – si può forse dire a ragion veduta che il football che intendono loro è tutt’altra cosa. E che se da una parte questo non porta a risultati convincenti dall’altra è senz’altro da ammirare tale ideologia. Gli inglesi danno la sensazione, a un pagano come me, di vivere nel proprio pianeta e di esserne fieri e felici: del resto ne hanno ben donde, visto che la Premier League è ad oggi il campionato più ricco, divertente e seguito al mondo. La domanda di fondo quindi è: è giusto essere così? Cambieranno mai le abitudini calcistiche di un popolo che – non soltanto calcisticamente – si è sempre dimostrato quantomeno allergico ai cambiamenti? Un miracolo come quello del Leicester potrebbe mai accadere da noi? E cosa farebbe la banda di Ranieri in una Serie A senz’altro più povera di soldi e di talenti? Non ho risposte, posso soltanto dire che da appassionato dello sport più bello del mondo non posso fare altro che ammirare l’Inghilterra, rappresentante di un bellissimo “mondo a parte” che ancora nel 2016 riesce a regalarci tante emozioni. Che per loro forse continuano ad essere più importanti della supremazia planetaria e di tutti quei trofei che teoricamente la dovrebbero rappresentare. Una scelta ideologica che è forse il calcio nella sua essenza più pura. O forse, altro che calcio, il football.

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