Virgilio Fossati, il primo eroe dell’Inter

virgilio fossati

Dai campi di calcio a quelli di battaglia. Un cambiamento che toccò a moltissimi giovani durante la prima guerra mondiale, quando l’Europa si insanguinò e vide sparire nel sibilo delle pallottole e nelle esplosioni di granate e mortai oltre 20 milioni di vite.

Tra queste furono numerosi i calciatori, eroi di uno sport ancora nella sua fase più embrionale ma già capaci di scatenare discussioni nelle città e sui giornali. Il Football Club Internazionale di Milano, formato nel 1908 da un gruppo di soci del Milan in aperto contrasto con la politica autoctona intrapresa dalla società rossonera, pianse alla fine del conflitto la scomparsa di 26 tesserati, il più famoso dei quali era il capitano Virgilio Fossati, prima bandiera nerazzurra di sempre e caduto da eroe così come da eroe aveva sempre calciato i campi da gioco conquistando il cuore dei tifosi.

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Tinsley Lindley, centravanti e gentiluomo

Tanti e vari sono stati i primissimi eroi del football inglese, una moltitudine di campioni e innovatori di cui la stessa storia fatica a tenere il conto, man mano che gli anni passano e i ricordi dei primi calci a un pallone diventano sempre più sfumati.

Anche per un popolo attento alla propria storia e alle proprie tradizioni come quello britannico è possibile che, nel continuo susseguirsi di nuove stelle e di nuove imprese, qualcuno finisca per essere dimenticato, non onorato come meriterebbe.

È stato a lungo il caso di Tinsley Lindley, centravanti e gentiluomo, perfetto rappresentante di quello che il calcio è stato una volta, prima delle televisioni, dei milioni, della fama planetaria.

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Breve storia della tattica #04: Diagonal e sistema ungherese

Benché il Sistema, uscito infine vincitore dal confronto con il Metodo, avesse rivoluzionato completamente il concetto di tattica calcistica (portando alla specializzazione di ruoli quali lo stopper, il mediano o l’interno e l’idea che una partita venisse decisa a centrocampo) il fatto che negli anni ’40 del XX° secolo il football fosse ormai sport universalmente conosciuto e praticato significava anche che non solo ai maestri inglesi spettava dettare la linea strategica per il futuro. Anzi, mentre questi erano spesso rimasti fermi sulle proprie idee e tradizioni cambiando soltanto quando era strettamente necessario, popoli meno legati ad un passato che di fatto non sentivano proprio riuscirono in breve tempo a creare nuove e importanti alchimie tattiche che nel giro di qualche anno finirono per superare il Sistema, divenuto col tempo troppo rigido e dogmatico.

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“La vera storia della maglia del Cagliari” (Mario Fadda)

Per ogni appassionato di calcio italiano il Cagliari rappresenta una squadra unica nel suo genere e per questo estremamente affascinante: unica rappresentanza di un’intera isola – perlomeno ad alti livelli – il sodalizio rossoblù sorto nel 1920 ha saputo nella sua lunga storia superare mille difficoltà e addirittura appuntarsi sul petto uno Scudetto storico, quello del 1970 arrivato grazie alle reti di Gigi Riva e alla sapienza dell’allenatore Scopigno.

Nonostante questi notevoli risultati e l’importanza indubbia nella storia del calcio italiano, capita spesso che la storia dei sardi presenti dei buchi oscuri, domande prive di risposte certe, domande a cui cerca di rispondere lo storico e ricercatore Mario Fadda in questo bel volume dal titolo inequivocabile: “La vera storia della maglia del Cagliari”, 

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Breve storia della tattica #03: Metodo e Sistema

La Piramide di Cambridge, sorta nei primi anni ’80 del XIX° secolo, fu a lungo l’unico modulo calcistico conosciuto. Questo era il modo in cui i britannici giocavano e questo era il modo in cui gli stessi lo insegnavano mentre girando il mondo insegnavano le basi del football a latini, danubiani e sudamericani. Questi popoli si appropriavano con sempre più entusiasmo del gioco, interpretandolo poi in modo molto personale ma senza mai discostarsi dal 2-3-5 che Jack Hunter e il Blackburn Olympic aveva portato alla ribalta per primo: ai difensori spettava il compito di proteggere il portiere e guidare il fuorigioco, ai centrocampisti quello di assistere al meglio delle proprie possibilità le punte e dare una mano quando era possibile in fase di recupero del pallone, il tutto secondo un gioco ancora molto schematico e che si basava su una serie di duelli individuali a cui chi difendeva – essendo continuamente o quasi in inferiorità numerica – poteva rispondere utilizzando al meglio la tattica del fuorigioco. Fu proprio il cambiamento di questa regola, iniziato nella stagione 1925-1926 nella fervida Inghilterra, a rivoluzionare la storia della tattica nel calcio.

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Anversa 1920, le Olimpiadi della vergogna

La storia dei campionati mondiali di calcio è cosa nota ad ogni appassionato che si rispetti. È noto che i primi furono un’idea del francese Jules Rimet, figura fondamentale nell’epopea del pallone, e che vennero disputati in Uruguay nell’estate (ma lì era inverno) del 1930, quando l’Estadio Centenario di Montevideo vide quasi 70,000 spettatori presenti alla finale che il 30 luglio laureò l’Uruguay primo vincitore del torneo grazie alla vittoria per 4 a 2 sull’Argentina.

Quello che qualcuno ignora è che la FIFA riconobbe successivamente come “Mondiali di calcio dilettantistici” i tornei disputatisi nelle edizioni delle Olimpiadi del 1924 e del 1928. È questo il motivo per cui l’Uruguay, che ha vinto anche il famoso Mondiale del 1950 giocato in Brasile e passato alla storia per il Maracanaço, sfoggia sulle proprie maglie ben quattro stelle, indicanti ognuna una coppa del mondo conquistata.

Le due ufficiali (1930 e 1950) e le due medaglie d’oro conseguite durante le Olimpiadi di Parigi (1924) e Amsterdam (1928), periodo durante il quale la Celeste era sicuramente la squadra più forte del mondo.

Possiamo considerare quelli del 1924 e del 1928 i primi tornei “mondiali”, ma anche le Olimpiadi appena precedenti ebbero una discreta partecipazione in un gioco che oramai si avviava a diventare il più popolare del pianeta: peccato che questa competizione si concluse con una finale che ancora oggi è considerata una delle pagine più vergognose e controverse di sempre nel nostro amato sport.

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Quali Europei dobbiamo aspettarci – Tutto calcio che Cola #07

Ho pensato di rivolgere tre domande a diverse personalità del calcio sul web un parere su quello che dobbiamo aspettarci dai Campionati Europei 2016 cominciati ieri sera e cosa questi riserveranno all’Italia. Hanno partecipato Agnese Priorelli (ColpoDiTacco), Andrea Dalmasso (Il mio calcio libero), Carlo Perigli (Storie del Boskov), Dario Ronzulli (Radio Sportiva), Emanuele Marlia (Agente FIFA), Giacomo Peron (Calcio da Dietro), Gianmarco Galli Angeli (TuttoCalcioEstero.it) e Yuri Dell’Aquila (vocegiallorossa.it). Ecco a voi i loro pensieri sulla questione.

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Breve storia della tattica – #02: la Piramide di Cambridge

Intorno al 1880, nonostante di fatto il calcio fosse cosa fatta da almeno vent’anni, esso era molto diverso dallo sport che conosciamo adesso: ancora praticato perlopiù da gentiluomini dell’alta società britannica, ne ricalcava lo spirito battagliero e orgoglioso in partite che più che scontri strategici erano vere e proprie cariche all’arma bianca verso la porta avversaria. Anche se alcune squadre si ostinavano a tentare di trovare nuovi modi di interpretarlo, il football restava sport per uomini coraggiosi e sprezzanti del pericolo più che per maestri di tecnica e tattica. Tentare un approccio che non fosse quello tradizionale e tipico delle scuole londinesi era considerato un tentativo di mascherare propri limiti innati, da deridere, e del resto era vero che se gli scozzesi avevano sviluppato un gioco basato sui passaggi lo avevano fatto principalmente per ovviare a limiti fisici evidenti nei confronti dei più possenti vicini inglesi. Come spesso sarebbe accaduto nella storia del calcio, una rivoluzione tattica sarebbe arrivata soltanto insieme a una contemporanea rivoluzione culturale, ed è quello che accadde nei primi anni ’80 del XIX° secolo, quando nacque il primo vero modulo nella storia del calcio, una tattica che sarebbe divenuta l’unica esistente per tutta la durata del football Vittoriano e, di conseguenza, per tutto il calcio mondiale almeno fino al primo dopoguerra: si sarebbe chiamata “the Pyramid”, “la Piramide”, anche nota come “Piramide di Cambridge”. 

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Sándor Szűcs, il martire dimenticato della Grande Ungheria

Se il campionato ungherese è oggi considerato un torneo minore, scavando nella polvere dei ricordi gli appassionati magiari possono trovare numerose storie di un passato che fu glorioso, e che all’inizio degli anni ’50 rischiò di sconvolgere gli equilibri del calcio mondiale.

Erano i tempi del grande Puskás, di Hidegkuti, di Czibor e Kocsis, era la squadra che aveva umiliato a Wembley i maestri inglesi e che in quasi quattro anni aveva perso solo una partita, la più importante, quella che avrebbe potuto davvero cambiare la storia: la finale dei Mondiali del 1954.

Quella squadra straordinaria avrebbe potuto essere persino più forte se diversi dei suoi campioni non si fossero opposti al regime comunista che aveva preso il controllo del Paese nel 1949 sotto la guida di Mátyás Rákosi.

István Nyers, che da noi si sarebbe distinto con le maglie di Inter e Roma, in quel momento si trovava all’estero ed aveva preferito non tornare; lo aveva fatto il grande László Kubala, a tutt’oggi considerato il più grande giocatore di sempre ad aver vestito la maglia del Barcelona, ma capita l’aria che tirava era riuscito a fuggire sfruttando una divisa da soldato.

Era andata male a Ferenc Deák, apertamente oppositore di un regime che, non potendo incriminarlo, avrebbe costretto il più grande centravanti magiaro di sempre a giocare per tutta la carriera in squadre minori, escludendolo naturalmente dalla Nazionale.

Ma la sorte peggiore sarebbe toccata al difensore Sándor Szűcs, scelto per essere un esempio per tutti e che, inseguendo la libertà, avrebbe finito per trovare la morte.

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“El gran Milovan” (Vladimir Dimitrijević): estratto del libro

Dietro la nostra gelender, proprio di fronte alla scuola, c’era una drogheria. Era gestita da una famiglia proveniente dal Sud; il capofamiglia, che aveva appena vent’anni, era Mile il droghiere.

La sua somigliava a quelle famiglie magrebine che in Francia gestiscono botteghe aperte fino a tarda notte.

Un universo brulicante di traffici. Erano parecchi i ragazzi molto portati per il calcio.

I peggiori nemici del loro talento erano il tabacco e l’alcol, ma nei primi dieci minuti di una partita mettevano in mostra una destrezza e una vivacità sorprendenti. 

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Breve storia della tattica – #01: Dal dribbling al “combination game”

Inizio oggi una serie di articoli con cadenza settimanale in cui mi divertirò a raccontare, nel modo più conciso e semplice possibile, storia ed evoluzione della tattica calcistica dalle origini ai giorni nostri. Un percorso che è stato realizzato da grandi uomini di calcio, innovatori più o meno passati alla storia, e che allo stesso tempo si è fondato seguendo diverse tradizioni, culture e momenti storici. Fondamentali, per me, si sono rivelate alcune letture scritte da persone molto più competenti di me che di volta in volta citerò in calce all’articolo.

Questi articoli non sono da intendersi quindi né come qualcosa di particolarmente innovativo (sentivo però il bisogno di avere qualcosa di simile all’interno di “L’uomo nel pallone”) né come lezioni che non posso permettermi di dare e per cui rimando appunto ai testi che indicherò. Nel mio libro di prossima pubblicazione sfiorerò soltanto l’argomento, trattando infatti il periodo storico che va dalla metà alla fine del diciannovesimo secolo.

Le origini: il dribbling game

Dire che ai primordi il calcio non prevedesse alcuna tattica non è certamente un’eresia. Il gioco affondava infatti le sue radici nel ‘mob game’, una sfida che si svolgeva ritualmente in alcune città britanniche e che vedeva due enormi squadre formate da un numero indefinito di giocatori lottare letteralmente senza esclusione di colpi per trascinare una palla formata da stracci o budella di animale gonfiate in un determinato punto della città, spesso l’arco di un ponte o il campanile di una chiesa.

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Cinema nel Pallone: Pelé

Edson Arantes do Nascimento. per tutti semplicemente Pelé, è da molti considerato il più grande calciatore della storia e senz’altro uno dei più iconografici, in molti paesi simbolo stesso del calcio e della sua essenza più pura. La sua vita è stata la prima vera e propria favola che il futebol ricordi, quella che racconta di un ragazzo nato e cresciuto in povertà e che grazie ad un talento enorme e una ferrea volontà ha saputo diventare il più grande al mondo contribuendo anche in prima persona alla trasformazione del calcio brasiliano, che fino al suo avvento era rispettato ma non certamente temuto. Logico che una vita come la sua fosse perfetta come soggetto per un film, e anzi quello che stupisce è semmai che si sia arrivati a farlo nel 2016, e forse questo è uno dei motivi per cui questa buona pellicola sceglie coraggiosamente di romanzare la storia nel tentativo riuscito di fare qualcosa di molto diverso da una sterile – per quanto accurata – monografia. 

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