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Arpad Weisz, la gloria e l’oblio

Un tempo buon giocatore di calcio, appesi gli scarpini al chiodo Arpad Weisz divenne il miglior allenatore d’Italia in un’epoca in cui la storia del calcio nel nostro Paese era ancora agli albori. Oltre a insegnare la tecnica fu il primo a introdurre una vera organizzazione tattica e lanciò un certo Giuseppe Meazza.

La sua conoscenza del gioco era tale che fu autore di un libro che ancora oggi, a ottant’anni di distanza, potrebbe suonare attuale ed essere utile ai tanti che parlano di pallone senza conoscerne la scienza esatta. Un personaggio che avrebbe meritato gloria e memoria eterna, ma che invece, improvvisamente, sparì letteralmente nel nulla. Inghiottito dalla follia dell’Olocausto.

Arpad Weisz, il rivoluzionario

Nato in Ungheria in una famiglia di origine ebrea, Arpad Weisz fu come detto un discreto calciatore, che giocò anche in Italia e nella Nazionale dell’Ungheria (con la quale prese parti alle Olimpiadi del 1924) prima di ritirarsi in seguito ad un grave infortunio a 32 anni, nel 1926.

Chiusa la carriera nell’Inter, rinominata ai tempi dal regime fascista Ambrosiana (Internazionale, vero nome del club, era ovviamente “troppo internazionale”) iniziò proprio in nerazzurro, immediatamente dopo il ritiro, una carriera da allenatore che sarebbe stata tanto breve quanto ricca di successi

Dopo alcuni anni di programmazione, l’Ambrosiana-Inter vinse lo scudetto nel 1930 mostrando un gioco all’avanguardia per i tempi e sfoggiando “Il Balilla” Giuseppe Meazza, un ragazzino scoperto dallo stesso Weisz su insistenza di un altro grande del calcio, Fulvio Bernardini.

La scelta di schierare il diciasettenne Meazza viene presa come una follia dai compagni. Soprattutto dal capitano Leopoldo Conti, che però insieme agli altri veterani nerazzurri deve ricredersi quando il ragazzino all’esordio realizza ben 3 reti

Meazza sarebbe diventato, come detto, il più grande calciatore italiano di sempre, ma le sue qualità venivano esaltate dal genio tattico di Weisz, che aveva costruito intorno al suo giovane campione una squadra organizzata con una sorta di 4-3-3 volto al fornire i palloni decisivi proprio al suo centravanti, che infatti chiuse la stagione dello scudetto con il bottino di 31 reti.

Fu al termine di quella stagione che “mister” Arpad scrisse il manuale (insieme ad Aldo Molinari) “Il giuoco del calcio”, un trattato di 300 pagine dove analizzava la storia del football, la preparazione alle partite e, ovviamente, una miriade di situazioni tattiche.

Lo squadrone che tremare il mondo fa

Weisz in seguito allenò anche Bari e Novara, una stagione a testa con nel mezzo un ritorno all’Ambrosiana, quindi nel 1935 sbarcò a Bologna e si confermò un grandissimo: con il suo modulo, che esaltava forza fisica e concretezza più che le finezze ricamate in voga all’epoca, vinse due Scudetti consecutivi.

Oltre che molto concrete e ben solide fisicamente (raramente utilizzò, in un campionato, più di una quindicina di giocatori) tatticamente le sue squadre si distinguevano per muoversi come un solo uomo, come un esercito che risponde al comandante. Ed il comandante, ovviamente, era quell’ungherese di origini ebree (“italianizzato” dal regime in Arpad Veisz) che stupiva il paese con il suo essere così avanti nei tempi.

L’ultima gioia di Weisz fu il Torneo dell’Esposizione Universale di Parigi, antesignano delle Coppe Europee allora inesistenti, che il suo Bologna stravinse sconfiggendo in finale per 4-1 i “maestri” inglesi del Chelsea. Infatti, di lì a poco il Fascismo promulgò le famose “leggi razziali”, e Weisz dovette prima lasciare il lavoro e poi emigrare insieme alla moglie e ai due figli.

Al suo posto sopraggiunse l’ex-tecnico rossoblù Felsner, e nessuno pubblicamente spese una sola parola sulla partenza del grande tecnico né sui motivi del suo abbandono forzato. Si dice che molti giocatori, divenuti grandi grazie a lui, piansero. Compreso Dino Fiorini, il talentuoso terzino che Weisz aveva lanciato e sempre difeso nonostante una vita privata a dir poco movimentata.

Fascista convinto, Fiorini forse vide per la prima volta vacillare le proprie convinzioni davanti al dramma umano di un uomo, che per lui era stato quasi come un padre, costretto a lasciare tutto e scappare solo perché ebreo.

Senza via di uscita

Pochi mesi a Parigi e poi il trasferimento in Olanda, a Dordrecht,dove riprese a fare il mago con il modesto club locale, portandolo a vette insperabili per lo spessore tecnico della squadra. E quando finalmente “il Mourinho degli anni ’30” stava tornando a fare il mestiere che amava, ecco che i nazisti invasero il Paese: per chi era ebreo essere catturato era solo questione di tempo, fuggire impossibile, il destino inevitabile.

Mister Weisz e la famiglia vennero catturati dopo pochi giorni e deportati nel campo di Westerbork: poi, all’alba di un gelido mattino di ottobre, Ilona e i due figli di 8 e 12 anni, Roberto e Clara, furono prelevati, spediti ad Auschwitz e qui, appena scesi dal treno, immediatamente eliminati.

Inconsapevole del destino dei suoi amati, Arpad Weisz riuscì a sopravvivere poco più di un anno, assegnato in un durissimo campo di lavoro sul territorio polacco. Non è dato sapere se perse le speranze, infine, il mister si abbandonò al suo destino; se fu invece una malattia a renderlo forza-lavoro sacrificabile; o se fu semplicemente il capriccio di un ufficiale nazista, l’umore, il caso: nei campi di concentramento la morte poteva arrivare in ogni momento e per qualsiasi motivo.

La fine ad Auschwitz

Fatto sta che nel gennaio del 1944 Weisz fu trasferito ad Auschwitz, dove forse sperava di vedere ancora una volta la sua famiglia, ed eliminato come tanti, troppi, ebrei come lui. Chissà per chi fu il suo ultimo pensiero, se fu per l’Italia che gli aveva dato fama e che aveva ripagato con le sue lezioni di calcio, quell’Italia che poi gli aveva voltato le spalle con la follia delle leggi razziali.

Se ne andava così, neanche cinquantenne, una delle più grandi figure della storia del calcio in Italia. Un allenatore geniale, avanti di decine di anni e che ancora avrebbe potuto dare tantissimo agli amanti di questo sport. E che finì, invece, per essere una delle tantissime vittime della folle ideologia nazista.

Conoscere la storia di Weisz, inghiottito dall’Olocausto, non sarebbe stato possibile senza il prezioso lavoro di ricerca compiuto da Matteo Marani e raccontato ottimamente nel suo libro “Dallo Scudetto ad Auscwhitz – Storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo”.


BIBLIOGRAFIA:

  • (2014) Marani M. – Dallo Scudetto ad Auschwitz: storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo [ACQUISTA]
  • (2017) Matteucci M. – Arpad Weisz e il Littoriale [ACQUISTA]
  • (2018) Molinari A., Weisz A. – Il giuoco del calcio [ACQUISTA]
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