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Neville D’Souza e la primavera indiana del 1956

Neville D’Souza fu il volto della più sorprendente avventura internazionale del calcio indiano. Alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 segnò una tripletta contro l’Australia e trascinò l’India fino alle semifinali, chiudendo il torneo come miglior marcatore a pari merito con il bulgaro Milanov e lo jugoslavo Veselinović. Prima di quel giorno aveva brillato anche nell’hockey; dopo, continuò a giocare, allenare e selezionare talenti, senza però ricevere in vita il riconoscimento che avrebbe meritato.

Secondo un racconto tramandato negli anni, quando la sua figura era apparsa per le strade di Melbourne il 1° dicembre 1956, durante una breve gita turistica, nessuno gli aveva dato troppo peso. All’inizio Neville D’Souza era stato persino scambiato per un non meglio identificato giocatore di hockey. Il fraintendimento aveva presto lasciato spazio all’ilarità, provocata da una frase espressa forse con troppa convinzione una volta rivelata la sua identità di calciatore:

Vedrete, oggi batteremo l’Australia!

Per qualche minuto D’Souza era così diventato lo zimbello dei suoi interlocutori. Del resto, una parte del fraintendimento conteneva un fondo di verità: prima di affermarsi definitivamente nel calcio, l’attaccante indiano era stato davvero un eccellente giocatore di hockey su prato. A Melbourne, però, non era arrivato per impugnare una mazza. E poche ore più tardi avrebbe trasformato quella previsione apparentemente assurda in uno dei momenti più importanti della storia sportiva del suo Paese.

Neville D’Souza, campione di hockey e di calcio

Neville Steven Joseph D’Souza era nato il 3 agosto 1932 e aveva compiuto la propria formazione sportiva a Bombay, l’odierna Mumbai. Negli anni trascorsi alla St. Xavier’s High School e allo St. Xavier’s College aveva praticato contemporaneamente hockey e calcio, mostrando in entrambe le discipline qualità tecniche fuori dal comune.

Nell’hockey giocò anche per il Tata Sports Club. Nel 1952 partecipò con la squadra a una tournée nell’Africa orientale, durante la quale avrebbe realizzato 34 gol in 17 partite. Con il Tata contribuì inoltre alla conquista della prestigiosa Beighton Cup nel 1953 e nel 1954, mentre tra il 1953 e il 1955 rappresentò Bombay nei campionati nazionali. Non si trattava quindi di un calciatore che praticava occasionalmente un secondo sport, ma di un atleta di alto livello che avrebbe potuto aspirare alla nazionale in entrambe le discipline.

Sul campo da calcio si mise in luce con il Goans Sports Club e successivamente con il Tata. Non era un centravanti che faceva della forza fisica la propria arma principale: il suo talento emergeva nel controllo del pallone, nel dribbling e negli improvvisi cambi di direzione. Babu Narayan, portiere dell’India a Melbourne, lo ricordò come “un giocatore che diventava padrone dell’azione una volta entrato in possesso della sfera”. Un altro celebre estremo difensore indiano, Peter Thangaraj, raccontò invece “la sensazione d’impotenza provata nell’affrontarlo dentro l’area”, dove D’Souza preferiva superare i portieri con l’astuzia e il piazzamento piuttosto che con la potenza.

La sua storia in nazionale era cominciata prima dell’exploit olimpico. Nel 1953 aveva segnato contro il Pakistan nel Torneo quadrangolare asiatico, una competizione che l’India vinse per tre edizioni consecutive tra il 1953 e il 1955. Quando partì per Melbourne, dunque, D’Souza non era uno sconosciuto nel calcio asiatico: era già uno degli attaccanti emergenti di una selezione in piena crescita.

L’età d’oro del calcio indiano

L’India del 1956 non era l’espressione di un movimento completamente estraneo al calcio, come spesso è stato raccontato. La disciplina, introdotta e sviluppata durante il periodo coloniale britannico, aveva costruito radici profonde soprattutto in alcune regioni e nelle grandi città. La nazionale aveva già vinto la medaglia d’oro ai Giochi asiatici del 1951 e, sotto la guida di Syed Abdul Rahim, stava vivendo l’inizio della propria età d’oro.

Quattro anni prima l’India aveva però lasciato una pessima impressione alle Olimpiadi di Helsinki, perdendo 10-1 contro la Jugoslavia. A livello mondiale continuava inoltre a essere ricordata soprattutto per la mancata partecipazione ai Mondiali del 1950, ai quali si era qualificata dopo il ritiro delle altre nazionali asiatiche coinvolte.

Per decenni quella rinuncia è stata attribuita al divieto di giocare a piedi nudi. La stessa federazione indiana indica invece tra le ragioni principali i contrasti sulla selezione della squadra e un periodo di preparazione considerato insufficiente. La questione delle scarpe contribuì ad alimentare il mito, ma non sembra essere stata la causa decisiva dell’assenza in Brasile.

Anche per questo, ma soprattutto per la sua nulla esperienza a livello internazionale, l’India veniva considerata molto inferiore alle principali squadre europee partecipanti al torneo olimpico di Melbourne. Un divario che molti credevano esistesse anche con l’Australia, atleticamente superiore e sostenuta dal pubblico di casa. D’Souza e i suoi erano stati sorteggiati direttamente per i quarti di finale, mentre gli australiani avevano superato facilmente il Giappone 2-0. Il 1° dicembre, all’Olympic Park, quasi nessuno immaginava che la partita sarebbe entrata nella storia.

La tripletta contro l’Australia

Bastarono nove minuti a Neville D’Souza per trasformare la sua promessa in qualcosa di concreto. Samar Banerjee lasciò partire una conclusione che si infranse contro il legno e l’attaccante, appostato nei pressi della porta, raccolse la ribattuta segnando di testa. L’Australia reagì e pareggiò al 17° minuto con Bruce Morrow, ma al 33° l’India tornò avanti: P.K. Banerjee affondò sulla fascia destra e mise il pallone al centro, il portiere Ron Lord non riuscì a trattenerlo e D’Souza approfittò della respinta.

Morrow ristabilì ancora la parità prima dell’intervallo, ma al 50° minuto una mischia tra Lord e Muhammad Kannayan lasciò nuovamente il pallone libero in area. D’Souza fu il più rapido a raggiungerlo e firmò il 3-2, diventando il primo calciatore asiatico a realizzare una tripletta alle Olimpiadi. Krishna Kittu completò poi il successo indiano segnando il definitivo 4-2 all’80° minuto.

Il sogno di una medaglia olimpica

Tre giorni più tardi l’India affrontò in semifinale la Jugoslavia, una delle squadre più forti del torneo. Dopo un primo tempo senza reti, fu ancora D’Souza a rompere l’equilibrio: al 52° minuto portò in vantaggio la propria nazionale. Il sogno però durò pochissimo. Due minuti dopo Zlatko Papec segnò il pareggio, quindi Todor Veselinović completò la rimonta jugoslava mentre una conclusione di D’Souza finì sul palo. La superiore esperienza della formazione balcanica emerse con il passare dei minuti e la partita terminò 4-1. L’India aveva sfiorato l’ingresso nella finale olimpica, ma poteva ancora giocarsi la medaglia di bronzo.

Nella finale per il terzo posto, disputata contro la Bulgaria, le energie fisiche e mentali erano però ormai esaurite. Gli indiani persero 3-0 e conclusero il torneo al quarto posto, quello che ancora oggi rappresenta il miglior risultato olimpico della loro storia calcistica. Per D’Souza rimase almeno un primato personale straordinario: con le tre reti segnate all’Australia e il gol realizzato contro la Jugoslavia chiuse il torneo a quota quattro, condividendo il titolo di capocannoniere con lo jugoslavo Todor Veselinović e il bulgaro Dimitar Milanov.

Dopo Melbourne

La vittoria olimpica contro l’Australia non fu un episodio isolato. I padroni di casa considerarono quel 4-2 un risultato fortuito e pochi giorni più tardi le due nazionali si affrontarono nuovamente a Sydney. La partita avrebbe dovuto offrire agli australiani l’occasione per riscattarsi; accadde l’esatto contrario. L’India vinse 7-1 e D’Souza segnò altre due reti, cancellando ogni dubbio sul valore dell’impresa compiuta a Melbourne.

La sua carriera proseguì a Bombay. Nel 1958 entrò nel Caltex Sports Club, una delle formazioni più competitive del calcio cittadino, e già nella prima stagione contribuì alla conquista della Rovers Cup. Il trofeo arrivò grazie alla vittoria per 3-2 sul Mohammedan Sporting in finale e rese il Caltex la prima squadra civile di Bombay capace di imporsi nella prestigiosa competizione. D’Souza continuò così a essere uno degli attaccanti più apprezzati del calcio locale, anche se nessun’altra occasione avrebbe potuto offrirgli una vetrina paragonabile a quella olimpica.

Si ritirò nel 1963, ma non abbandonò il calcio: intraprese l’attività di allenatore e fece parte del comitato di selezione dell’All India Football Federation, contribuendo alla ricerca e alla crescita di nuovi giocatori. Morì prematuramente il 16 marzo 1980, a soli 47 anni. Il riconoscimento pubblico arrivò soprattutto dopo la sua scomparsa: a Mumbai un campo da calcio porta oggi il suo nome, così come una competizione giovanile organizzata nel Maharashtra. È un’eredità coerente con la seconda parte della sua vita, trascorsa cercando di trasmettere ad altri ciò che aveva imparato sul campo.

Una leggenda che vive ancora

Molti anni dopo la sua morte, il nome di D’Souza riapparve anche in una domanda di Kaun Banega Crorepati, la versione indiana di Chi vuol essere milionario?. A un concorrente venne chiesto chi fosse stato l’unico calciatore indiano capace di realizzare una tripletta alle Olimpiadi. Incerto davanti al nome di Neville D’Souza, l’uomo preferì rinunciare alla risposta: un episodio che raccontava quello che era stato il destino dell’attaccante: protagonista di un’impresa irripetibile, ma ormai praticamente sconosciuto alle nuove generazioni.

La sua forza più grande era l’umiltà. Non parlava mai dei suoi successi, per quanto straordinari, neanche della tripletta di Melbourne. Ma ricordava con entusiasmo l’atmosfera olimpica, le sfilate…

Era un talento nato: veloce, coraggioso, resistente. Quando Neville giocava per l’India non c’erano le televisioni, né le videoregistrazioni, quindi nessuno può capire quanto davvero fosse forte in area di rigore. Per questo sono contento che un quiz televisivo abbia fatto almeno sapere alla gente che in passato il calcio indiano ha potuto contare su campioni come lui.

Derek D’Souza, ex-calciatore e CT dell’India, fratello ed ex compagno di Neville D’Souza

Melbourne e la partita contro l’Australia sarebbero rimaste il punto più alto della sua storia. Per un pomeriggio, per 90 minuti, Neville D’Souza dimostrò al mondo che il calcio indiano non era una semplice curiosità esotica, ma un movimento capace di produrre tecnica, idee e campioni. La primavera del 1956 non durò abbastanza da trasformare definitivamente il destino della nazionale, ma fu sufficiente per consegnare al calcio asiatico uno dei suoi primi grandi eroi.


Neville Stephen D’Souza

  • Nazionalità: India
  • Nato a: Assagao, Goa (India) il 3 agosto 1932
  • Morto a: Bombay, Maharashtra (India) il 16 marzo 1980
  • Ruolo: attaccante
  • Squadre di club: Goans SC (IND), Tata SC (IND), Caltex (IND)

Sitografia:

  • Srivastava, D. (10/10/2017) Legend Lost in Time: Neville D’SouzaChase Your Sport
  • Shetty, C. (09/05/2020) Legends of Mumbai Football: India’s Olympic hero Neville D’souzaFootball Counter
  • Nag, U. (30/11/2020) Indian football at the Olympics: The complete historyOlympics.com
  • Ansari, A. (07/08/2024) When Indians finished fourth at OlympicsOlympics.com
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